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Esperienze d'innovazione

Storie d’innovazione: la cooperativa Kinesis

Intervista a Bruno Bodini – Presidente della cooperativa Kinesiscontext

Se dico innovazione cosa ti viene in mente?
Pensando all’innovazione mi vengono in mente due cose:

  • l’uso semplicistico del termine, ormai sulla bocca di tutti: “per uscire dalla crisi bisogna investire in innovazione e ricerca”. Ma quando le parole sono così diffuse corrono il rischio di non essere pregnanti, di usurarsi. Anche se credo che Kinesis pratichi nel suo piccolo innovazione, scaramanticamente preferisco non usarla questa parola per preservarne l’integrità semantica contro il rischio di banalizzazione dovuta ad un uso inflazionato;
  • la necessità di ragionare prima sul contrario di innovazione che è invecchiare, declinare. Se non si prende coscienza di un declino in corso, di un invecchiamento e di una sclerotizzazione progressiva, allora parlare di innovazione è solo una consuetudine linguistica molto di moda.

Quale relazione tra Kinesiscontext e l’innovazione?
Coerentemente a quanto detto prima, sarebbe meglio parlare prima del declino che stavamo vivendo. Prima di tutto un declino del mercato: l’area dell’immigrazione e della coabitazione multiculturale, esplosa come fenomeno sociale in questo ultimi anni si è fortemente ideologizzata a causa della politica, subendo anche i primi tagli per la riduzione del welfare. Il rischio che abbiamo corso era di vedere il nostro lavoro di professionisti riconvertito in pura attività di volontariato perché nessuno era più disponibile a pagarlo.

Un altro declino è invece di tipo narrativo: come se il nostro linguaggio di operatori del mondo sociale fosse incapace di rappresentare sia i risultati raggiunti con il nostro lavoro svolto sia le trasformazioni profonde che il contesto sta vivendo.

Da qui la necessità ad innovarsi, più che nelle cose che stavamo facendo, nei modi in cui le realizzavamo e le comunicavamo. Esplorando in modo creativo il concetto di intercultura che era il nostro oggetto di lavoro specifico, abbiamo iniziato ad occuparci delle differenti culture comunicative interne alle organizzazioni di pubblica utilità, e delle modalità con cui queste organizzazioni producono documentalità. Dalla comunicazione uno a uno tipica del rapporto operatore-utente siamo passati alla comunicazione uno a molti praticata dalle organizzazioni sia nei confronti di pubblico interno che esterno. Da forme di comunicazione esclusivamente linguistiche siamo passati a forme molto visuali. La dimestichezza con le diverse espressioni culturali riscontrate nell’immigrazione ci è venuta utile nella segmentazione dei pubblici delle organizzazioni e nella produzione di documentalità aumentata dall’utilizzo di nuovi strumenti di ICT.

Dal vostro osservatorio come vedete il mondo cooperativo?
Mi viene in mente una citazione di Simon De Bouvoir: “Devo ammettere che la posterità ha su di me un grande vantaggio. Essa conoscerà la mia epoca mentre questa ancora non si conosce. Saprà una quantità di cose che io ignoro”. La conoscenza è sempre ex-post. Tuttavia la mia percezione del presente è che la cooperazione stia facendo fatica a comprendere l’irreversibilità di alcuni processi in corso. Come se domattina, al risveglio, tutto dovesse tornasse come il giorno prima. La capacità di interpretare i cambiamenti epocali mi sembra più appannata rispetto al passato.

Quali parole sceglieresti per ‘taggare’ la tua organizzazione?
Energia = chi entra in contatto con operatori Kinesis deve sentirsi più carico, ottimista, possibilista. Vorremmo ci considerasse degli energizzatori;
Performance = Quando un operatore Kinesis si assume un impegno si può essere sicuri del risultato;
Coraggio = in curva si accelera, non si frena. A volte bisogna avere la forza di rischiare qualcosa mentre la maggioranza tituba;
Decentramento culturale = prestare attenzione al proprio linguaggio, saperlo decostruire, per ricostruirlo poi in vista di usi nuovi;
Contesto = saper leggere i contesti per cogliere l’eccezione in ogni situazione che di fatto la rende eccezionalmente unica;
Documentalità = capacità di documentare il proprio lavoro attraverso una attenta produzione di materiale (sia esso testuale, video, tabulare, infografico ecc.) e una cura dei canali di distribuzione (tradizionali, off-line, on-line)

E se doveste fare un salto innovativo…?
Spesso l’innovazione viene rappresentata come un balzo, appunto… un salto. Senza dubbio lo è nei risultati visibili, nel prodotto finale che ha uno scarto evidente rispetto a quello precedente. Ma mentre ricerchi l’innovazione, il processo è progressivo, microscopico, impercettibile come le lancette dell’orologio che si muovono mentre non te ne accorgi. Un processo usurante, che sovraccarica di lavoro, prova sia psicologicamente che umanamente. E poi non basta usare nuove tecnologie per essere innovativi. Usare strumenti nuovi con visioni vecchie non credo significhi innovazione. Forse la creatività ha bisogno di sottrazione più che di aggiunta. Come suggerisce il paesologo Franco Arminio: “i libri migliori  non aggiungono nulla, solo in pochi casi miracolosi sottraggono qualcosa al mondo e il mondo più tardi se ne accorge”.

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Informazioni su Anna Omodei

Socia di Pares, società cooperativa di formazione, ricerca, consulenza e documentazione. Supporta le persone e le organizzazioni sui temi della conciliazione famiglia-lavoro (tempi di vita), sul benessere organizzativo e sulla qualità del lavoro. Lavora per facilitare gli avvicendamenti e le transizioni che investono le organizzazioni a livelli apicali e intermedi. Dal 2012 collabora con il Dipartimento di Sociologia dell’Università degli Studi di Milano Bicocca nel supporto alla didattica del corso di psicologia sociale e nella realizzazione di ricerche sul campo sui temi della salute e dei servizi socio-sanitari.

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