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Adolescenti, spazi d’ascolto e nuove tecnologie

Questa settimana pubblichiamo l’estratto di un’intervista a un’operatrice che lavora in una Onlus, la cui mission è dare la possibilità ai bambini e agli adolescenti di avere uno spazio in cui raccontare di sé, delle proprie difficoltà o curiosità, offrendo a tutti i minori uno spazio di ascolto e di consulenza, sia tramite telefono sia attraverso la chat.

Sul web sono rintracciabili due recenti iniziative, sebbene meno strutturate, sul tema delle nuove tecnologie a supporto della relazione d’aiuto:

  • Telefonogiovane ha avviato a maggio 2012 ‘Social Net Skills’ un progetto interregionale, finanziato dal ministero della Salute. 
Si tratta del primo servizio pubblico gratuito di sostegno psicologico basato su un social network rivolto ad adolescenti e gestito da adolescenti, con il supporto di psicologi, medici ed esperti di comunicazione. (Fonte La Nazione – Firenze).
  • Invece, il 13 giugno 2012 in occasione del convegno scientifico organizzato dall’Ordine degli Psicologici della Campania, si è preso in considerazione la possibilità di realizzare un consulto psicologico online attraverso chat e videochiamate. (Fonte: Asca).

Ci pare importante considerare le ragioni e le modalità che portano le organizzazioni che operano nel sociale ad innovarsi, aprendo nuovi canali in termini di strumenti, di processi e di modalità comunicative per rispondere alle esigenze dei nativi digitali. Di seguito l’estratto dell’intervista.

Com’è nata l’idea di affiancare uno spazio d’ascolto in chat alla consulenza telefonica?
Il servizio di consulenza e ascolto tramite la chat è relativamente recente; è stato introdotto da un anno e mezzo circa. Si può quindi dire che siamo ancora in una fase “sperimentale”.

La decisione di introdurre il servizio di chat è stata presa dai vertici della Onlus dopo molte riflessioni. L’esigenza di introdurre un nuovo tipo di servizio credo che sia stata dettata dalla constatazione che i ragazzi fanno un uso sempre più crescente delle nuove tecnologie. Aprire nuovi canali di comunicazione con i ragazzi, significa anche poter ampliare il bacino di potenziali utenti. La chat permette di offrire uno spazio anche a quei minori che fanno fatica a confidarsi telefonicamente.

Come funziona?
Accedere alla chat è molto semplice, e lo si fa attraverso il sito dell’organizzazione. Prima che sia possibile parlare con un operatore, una schermata spiega quali sono le regole della chat; spiega all’utente chi è la persona con cui andrà a chattare, quali sono gli orari e le modalità di funzionamento del servizio, e ricorda la possibilità di rimanere anonimo durante tutto il corso della chat. L’utente, infatti, non è obbligato a scrivere il proprio nome, ma può scegliere di utilizzare un nickname.

Come è stata accolta dagli operatori? E dagli utenti?
Dagli operatori credo che la chat sia stata accolta un po’ come una nuova sfida; sicuramente diversifica il lavoro, rendendolo meno monotono. Certo, questo con tutte le difficoltà date dal fatto che gestire un nuovo servizio richiede sempre una continuo apprendimento sul campo, e questo a volte è una fatica maggiore. Ma, come dicevo prima, è anche una sfida interessante. Gli utenti stanno imparando a conoscere questo servizio col tempo, assieme a noi. Le richieste e i contatti aumentano mano a mano che il servizio si consolida, e ho l’impressione che la possibilità di chattare sia una cosa che ai ragazzi piace. Ci si rende conto che loro sono abituati a farlo, hanno una buona confidenza con questo tipo di tecnologia (purtroppo, in alcuni casi, a discapito anche della loro sicurezza, dato che spesso non conoscono i rischi legati alla rete) e questo servizio ben si avvicina al loro abituale modo di raccontarsi.

Come gli utenti utilizzano la chat? Quali richieste arrivano?
Un po’ come accade per il servizio di consulenza telefonica, è difficile dare un’idea precisa riguardo alle tipologia di richieste che arrivano in chat, perché sono davvero tante e diversificate. Si può dire che ogni contatto è un caso a sé, e le richieste che i ragazzi fanno non sono mai una uguale all’altra. Caratterizzandosi per un servizio che offre uno spazio di ascolto, i ragazzi raccontano qualsiasi cosa è importante per loro in quel momento; a volte si tratta di difficoltà o curiosità che fanno parte della normale vita quotidiana, altre volte riportano problematiche che necessitano un intervento più specifico e mirato.

Quali sono a tuo avviso i punti di forza e i limiti del nuovo strumento?
Penso che il grande punto di forza del servizio di chat sia proprio quello di dare la possibilità di confrontarsi con un adulto, un operatore, anche a quei ragazzi che fanno fatica a parlare al telefono. L’idea di raccontarsi tramite il computer, dà ai minori una garanzia maggiore di anonimato; l’operatore non ha indizi per riconoscere un ragazzo, se non quelli che quest’ultimo decide di fornire scrivendo. Forse c’è da parte dei minori l’idea di avere la possibilità di controllare meglio quello che vogliono raccontare o rivelare di sé. Credo che i limiti maggiori di questo servizio non siano tanto per gli utenti, quanto per gli operatori. È più difficile, infatti, per noi riuscire a ottenere alcuni indizi, come quelli relativi allo stato emotivo del minore, solo attraverso lo scritto; mentre al telefono ci sono, oltre al verbalizzato, tutta un’altra serie di indicatori (il tono di voce, ad esempio), in chat ci si deve basare solo sullo scritto.
Tuttavia credo che la tendenza sia proprio quella di cercare sempre maggiori canali per arrivare ai ragazzi.

 

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Youtube a scuola: nuovi servizi per un’educazione nuova?

Perché le scuole dovrebbero usare video in aula? E perché un portale che rilancia video generalisti dovrebbe spendere per produrre un servizio dedicato alle scuole?

In tre parole: educare, attirare, ispirare
Youtube EDU
, Youtube teachers, Youtube for Schools. Sono inciampato in questi servizi offerti da youtube grazie ad un advertisment ai piedi di una mail ricevuta, roba che di solito si ignora completamente senza nemmeno vederla (e questo è un altro insegnamento).

In cosa consiste?
Youtube EDU
è un portale video che funziona come la pagina generalista di youtube ma fornisce nuovi strumenti interessanti per la formazione, playlist di video didattici catalogati per grado scolastico oppure per materie.

A chi è utile?
Il portale principale è utile a chiunque abbia bisogno di un ripasso su un argomento, studenti, professionisti che non si ricordano le tabelline, amici che scommettono sul funzionamento di una legge fisica.

Spend more time teaching, less time searching

Spendi più tempo nell’insegnamento, meno cercando materiali.
Youtube teachers è un servizio costruito per i docenti, che possono  registrarsi per cercare video, caricare clip o creare playlist dedicate ai propri studenti (ed invitarli a condividere il loro canale); attraverso questo strumento gli insegnanti possono anche condividere tra loro playlist e video creati da insegnanti per gli insegnanti secondo gli approcci educativi più comuni.

Istruisci, coinvolgi e ispira i tuoi studenti con i video

Youtube for Schools è invece il servizio dedicato alle scuole, ha l’obiettivo di fornire la possibilità di creare una rete di video negli (e soprattutto tra) istituti educativi, consentendo di accedere a video didattici, in modo molto personalizzabile, e in modo da fornire una rete di sicurezza che renda indicizzati e catalogati solo i contenuti adatti al contesto scolastico. Un occhio alla sicurezza degli studenti; ad esempio è possibile bloccare o controllare i video correlati che vengono suggeriti e controllare i commenti prima della pubblicazione.

Come posso essere creativo con i video?

Si può accrescere l’interesse degli studenti, iniziando o chiudendo la lezione con delle clip coinvolgenti ed accattivanti, si può riportare la lezione alla vita di ogni giorno facendo esempi coloriti e stimolanti attraverso la riproduzione dei video. È possibile utilizzare la produzione di video come compito a casa oppure come test dell’apprendimento degli alunni. Una delle potenzialità maggiori dei video è quella di poter raggiungere le diverse tipologie di ascoltatori con lo stesso strumento, usando i vari canali dei filmati, sonoro e visivo, senza dimenticare la possibilità di inserire sottotitoli. La particolarità dello strumento internet è quella di poter insegnare con creatività ad un audience più ampia, e soprattutto di poter generare una banca video che consenta agli studenti di fruire dei video come se fossero mini-lezioni nel momento più comodo per loro.

Pro e… contro

Purtroppo come in tutte le cose giovani e belle ci sono delle controindicazioni, il servizio non presenta per ora video in italiano, ma prima o poi ci saranno, inoltre bisogna fare attenzione, non delegare l’istruzione solo alla tecnologia, la relazione tra il maestro e l’allievo veicola sempre dei contenuti e delle competenze che non possono essere trasferiti solo dalla visione di un video.

Nuove tecnologie per la formazione e l’educazione – Terzo resoconto del workshop “l’innovazione informatica nei mondi sociali” – Rovereto

Nelle precedenti puntate vi ho raccontato “i gestionali per l’impresa sociale”, e “i nuovi media e lo sviluppo di comunità”. Questa settimana ecco il resoconto del terzo (ed ultimo) round tematico svoltosi nell’ambito del workshop promosso da Fai un salto sull’innovazione informatica nei mondi sociali (26 marzo 2012). A tema le nuove tecnologie per la formazione e l’educazione.
Vediamo più nel dettaglio le innovazioni presentate dalle due organizzazioni coinvolte.

LiTsA

LiTsA è un laboratorio di innovazione Tecnologica a supporto dell’Apprendimento (Università di Trento), in cui il sapere condiviso e la sperimentazione nella scuola si coniugano con l’utilizzo di Software Libero e Open Source.
LiTsA coordina il progetto Olimposs, voluto dal Dipartimento Istruzione e dal Dipartimento Innovazione, che si propone di sostenere una rete sostanziale tra le scuole per innovare la didattica attraverso le tecnologie.
Tra le realizzazioni citiamo il sistema aperto WiildOs che si propone di usare qualsiasi hardware (LIM, tablet, PC, proiettori interattivi, etc) per realizzare oggetti didattici digitali e in questo specifico caso per innovare le lavagne interattive. Si tratta di un vero ambiente d’apprendimento realizzato grazie al lavoro cooperativo di molti insegnanti, ricercatori, tecnici e appassionati. Ciò che cambia è il metodo di apprendimento: ad esempio gli studenti del liceo “G. Ricci Curbastro” (RA) utilizzano il Wiimote (il controller di Nintendo Wii) per mettersi alla prova in un laboratorio virtuale di fisica. Sebbene non sia reale, è di gran lunga più formativo e coinvolgente sperimentare virtualmente invece di scrivere una relazione fondata soltanto sull’esperienza vicaria. Insomma per LiTsA l’innovazione passa dalla sperimentazione.
Nonostante la sostenibilità economica degli strumenti open source, un punto critico è rappresentato dalle difficoltà di diffonderli nelle scuole e di coinvolgere gli insegnanti nel progetto. 

Kinesis

La cooperativa sociale Kinesis, invece, presenta alcune esperienze di lavoro collaborativo a distanza (supportato da computer), modalità utili alle organizzazioni che vorrebbero: migliorare i sistemi di comunicazione interna, potenziare la fase di condivisione delle informazioni e favorire la collaborazione tra soggetti per aumentare l’efficacia delle proprie performance.
Particolarmente interessante è stato il racconto, accompagnato da esemplificazioni, delle tre fasi di cui si compone il lavoro collaborativo:

  • Comunicazione. Un passaggio particolarmente delicato, e per questa ragione da affrontare in modo graduale, è costituito dall’accesso alla piattaforma (in questo caso la piattaforma Moodle). Questa fase va accompagnata sia da una comunicazione dei dati d’accesso classica (cartacea o via email) sia con un tutoring attento.
  • Condivisione. Il passaggio successivo prevede la condivisione dei materiali tra più organizzazioni. L’archivio di file è di immediata fruizione perché organizzato in cartelle con tag rintracciabili dai motori di ricerca interni.
  • Collaborazione. Il lavoro a distanza tra più organizzazioni può avere l’obiettivo di produrre idee, scrivere documenti e apprendere metodi di lavoro: un esempio calzante è l’esperienza di scrittura del regolamento interno al contratto di rete GTS_Network che si è svolto in 12 giorni di lavoro a distanza  e 1 in presenza, ha contato 878 operazioni sul wiki tra visualizzazioni ed editing, in fasce orarie anche extra lavorative.

Ponendo attenzione allo strumento, ma soprattutto al metodo e alla reputazione di chi lo gestisce, gli strumenti per il lavoro collaborativo a distanza si rivelano particolarmente utili per la pianificazione sociale come la redazione dei Piani di Zona.

L’evoluzione della mattonella

Oranti saltici – Parco delle incisioni rupestri, Grosio (SO)

Mi ricordo abbastanza bene il mio primo telefono cellulare.

Si trattava di una specie di mattonella, metà rossa e metà nera. Aveva l’antenna ben in vista e uno schermo di quell’indefinibile tonalità che riesce a dar ragione sia a chi lo vede verde che a chi lo vede giallo.

Un concentrato di tecnologia grande quanto un pacchetto di sigarette, capace di sfoggiare una risoluzione appena sufficiente a mostrare il numero di telefono della persona chiamata (ma non completamente, perché i pixel erano troppo grandi per fare entrare tutte le cifre nella stessa schermata…)

Avevo quindici anni, e mi sentivo detentore di uno di quegli strumenti capaci di creare un prima e un dopo.

Qualcosa che l’evoluzione tecnologica avrebbe impiegato decenni per superare.

E invece non faccio in tempo a finire le superiori, in meno di un decennio, che mi tocca imparare una nuova parola: smartphone. Parliamo sempre di una mattonella, ben più pesante di quella rossonera, ma questa volta il numero della mamma copre si e no i due terzi della larghezza dello schermo. Le cifre ci stanno tutte! E ne avanza pure! Ah! Che risoluzione! Ah! Che splendore di immagini! E si può anche navigare in internet! Certo, bisogna mettersi comodi e aspettare quei due/tre minuti necessari a caricare la pagina. E, una volta caricata, per avere delle parole sufficientemente grandi da poter essere lette bisogna zoomare al massimo e scorrere la pagina un centimetro alla volta con le freccine…ma d’altra parte il gusto di isolarsi dal mondo vero anche durante il viaggio in treno dall’università a casa è assolutamente troppo grande per non fare il salto.

Questa volta, penso, ci siamo. Cosa può esserci più di questo? Lo schermo ha più colori di quanti la mia mente rossogiallablu maschile ne possa nominare, chiama altri telefoni, manda i messaggi, mi permette di scrivere email, si possono installare giochini con palline rosse (o gialle, o blu) che saltano, ha la radio e riproduce pure la mia musica!  E’ il Nirvana della comunicazione mobile, l’homo sapiens dei cellulari. L’evoluzione è arrivata al termine.

E invece, mentre sono lì che rispondo alle prime mail, iniziano a girare voci di un fantomatico nuovo apparecchio, progettato dalle parti di Cupertino, California.

Dicono unisca in un solo corpo un telefono, un iPod e Internet.

Beh, ma lo fa anche il mio smartphone! Si…però non è proprio la stessa cosa…

Il mio smartphone non ha uno schermo di 3 pollici abbondanti…non ha QUELLA risoluzione…non scatta QUELLE foto…non ha QUELLA potenza…e non permette di navigare con QUELLA comodità.

Era il gennaio del 2007 e Steve Jobs presentava dal palco del Macworld il primo iPhone.

Fra un iPhone e l’altro passano cinque anni, arriviamo al 2012, e in una pigra serata primaverile mi capita sotto gli occhi un video (qui per approfondire).

Presenta un progetto di ricerca targato Google per quello che sembra essere un paio di occhiali.

E, in effetti, si tratta proprio di un paio di occhiali. Solo che quegli occhiali fanno tutto quello che fa un iPhone, con la differenza che lo schermo è integrato nelle lenti e che si comanda tutto con la voce.

Si tratta di un concept capace di far fare un enorme salto, in alto e in lungo, al tema dell’innovazione tecnologica e dell’integrazione uomo-macchina.

Non è più necessario sapere COME fare una cosa. L’importante è sapere COSA si vuole fare, tradurre il pensiero in una frase a voce alta e lasciare che gli occhialini esaudiscano i nostri desideri.

Dalla mia prima mattonella a questi occhiali sono passati meno di 15 anni.

Quindici anni in cui i cellulari si sono trasformati da rozzi apparecchi utili “solamente” a telefonare in oggetti versatili e potenti quasi quanto i computer domestici. E basta far volare lo sguardo qualche anno avanti per intravedere, molto più vicino di quanto si pensi, un futuro in cui il telefono perda completamente i suoi connotati materiali (i tasti con i numeri, il microfono, l’altoparlante, lo schermo…) per diventare pura funzionalità, veicolata attraverso strumenti del tutto nuovi o strumenti vecchi re-inventati per diventare qualcosa di nuovo.

Un discorso analogo si potrebbe fare per i televisori (passati in una decade dalla bassa all’alta definizione, poi al 3D, poi alla super definizione, poi al collegamento continuo con internet), per i lettori a inchiostro elettronico, per le automobili, per i computer, naturalmente, e in generale per tutti gli oggetti figli della tecnica che quotidianamente utilizziamo per lavorare, studiare, muoverci e divertirci.

L’innovazione corre rapida, rapidissima. Investe non solo gli apparecchi che ci permettono di fare quello che facciamo, ma anche il modo in cui ce lo fanno fare.

Travolge e sconvolge allo stesso modo la forma e la sostanza.

C’è un ultimo punto che dobbiamo tenere in considerazione, credo il più importante.

L’innovazione tecnologica non si limita a correre rapida…ma accelera, continuamente.

Ce ne accorgiamo quando abbiamo la sensazione di non riuscire a stare dietro ai cambiamenti, quando ci arrabbiamo perché il nostro telefono è reso obsoleto da un nuovo modello prima ancora di averne imparato a usare tutte le funzioni.

Così come la vita degli esseri umani si allunga mano a mano che passano le generazioni, così quella dei nostri apparecchi elettronici si accorcia, investita dal fiume impetuoso della novità.

Si tratta, questo, di un punto con cui dobbiamo imparare a fare definitivamente pace.

I nostri nonni hanno visto forse una decina di invenzioni nella loro vita, i nostri padri ne hanno viste un centinaio, noi ne vedremo molte migliaia.

E’ la sfida che l’innovazione ci pone davanti, quella di cambiare prospettiva nei suoi confronti e capire che non ci è richiesto di abituarci allo specifico telefono, alla specifica tv o allo specifico computer, ma che dobbiamo invece riuscire a superare gli oggetti specifici per toccare e affrontare direttamente il cambiamento.

E’ al cambiamento che dobbiamo adattarci, non ai suoi frutti.

Ed è un adattamento che va contro l’intuizione, perché richiede di mettere “da parte” gli oggetti concreti e portare al centro del discorso un processo di per sé intangibile.

Credo si tratti di una sfida affascinante. Sicuramente si tratta di una sfida ineludibile.

Nuovi media e sviluppo di comunità – dal workshop “l’innovazione informatica nei mondi sociali” – Rovereto

Dopo avervi raccontato “i gestionali per l’impresa sociale”, ecco il resoconto del secondo round tematico svoltosi nell’ambito del workshop promosso da Fai un salto sull’innovazione informatica nei mondi sociali (26 marzo 2012). A tema i nuovi media e lo sviluppo di comunità.

Vediamo più nel dettaglio le idee, interessanti e innovative, presentate dalle due organizzazioni coinvolte.

[Im]possible living:

[IM]possible living

[im]possible living è una startup con la mission di mappare, attraverso l’web (e una App per Iphon), gli edifici abbandonati in Italia e nel resto del mondo. La materia prima non manca: gli edifici abbandonati sono più di due milioni e l’obiettivo di [im]possible living è quello di farli rivivere creando, intorno ad ognuno, una comunità con un obiettivo comune, che in prospettiva, possa anche proporre soluzioni rispetto al riuso degli edifici.

Chi può partecipare? Come fare?
Collegandosi alla piattaforma è sufficiente iscriversi e aggiungere sulla mappa gli edifici identificati come abbandonati…meglio se accompagnati da una fotografia.

Per fare community building intorno al processo di segnalazione e riuso del bene immobile [Im]possible living utilizza anche strumenti offline: gli impossible travel, un viaggio di gruppo, in bici pieghevole, per mappare edifici abbandonati anche oltre i confini nazionali.

Quali vantaggi nel costituire una comunità?
In primo luogo si mantiene una dimensione locale promuovendo sinergia tra le agenzie territoriali e le amministrazioni per la gestione del patrimonio abbandonato: “L’abbandono costituisce una frattura del territorio”.

Secondariamente non ci sono competitor, e il rischio d’impresa è minore perché ‘chiediamo alla comunità’.
Infine il principio della piattaforma è quello sottostante a Wikipedia: raccoglie informazioni e le sistematizza trasformando il bene in bene comune.

Quale la sostenibilità del progetto?
Stiamo cercando di sviluppare una vera e propria attività d’impresa. L’intento è di riuscire a mettere a sistema risorse e multiprofessionalità, radunando tre componenti sparse per il mondo”: economica, sociale e immobiliare. È un momento delicato ma i protagonisti di questa avventura si augurano che: “Una volta avviato il processo si diffonda a macchia d’olio”.

Fondazione Ahref – piattaforma Timu.           

Un metodo per la qualità dell’informazione

Timu è una piattaforma di narrazione multimediale che raccoglie storie (create, alimentate e fruite da più persone), un social network per inchieste giornalistiche costruite dal basso che nel contempo offre un metodo per fare citizen journalism.

Due sono le specificità:

  • offre un metodo per condurre inchieste, partecipate da comunità di utenti, utilizzando le nuove tecnologie: in breve l’obiettivo è il contenuto di qualità conseguibile attraverso il rispetto delle regole di indipendenza, accuratezza, imparzialità e legalità.
  • prevede un codice etico da sottoscrivere e per tale ragione si configura come un social network con regole d’accesso non neutrali.

Ogni pesona si crea una ‘reputazione’ sulla piattaforma: definita come “il valore collettivo della affidabilità di una persona o cosa basata sul giudizio dei membri di una comunità, rispetto alle azioni passate di quella persona”. Un “sistema di reputazione” raccoglie, mantiene e dissemina “reputazioni” – valori aggregati di relazioni/interazioni passate – di ogni partecipante in una comunità o social network.

Si potrebbe dire che la reputazione sia il “curriculum vitae” che ci si costruisce all’interno della piattaforma.
In sintesi su Timu la reputazione:

  • ti dice come sei visto dagli altri dentro la piattaforma
  • premia la partecipazione all’interno della piattaforma.
  • consente di fare distinzione tra buona e cattiva informazione.
  • permette di distinguere tra utenti che rispettano o violano le regole della piattaforma.

La piattaforma prevede differenti ruoli e gradi di partecipazione in base alla reputazione: contributore, revisore e facilitatore. All’aumentare della reputazione aumentano proporzionalmente le responsabilità e si apre l’accesso a nuove parti della piattaforma.

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