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Ragionamenti

L’evoluzione della mattonella

Oranti saltici – Parco delle incisioni rupestri, Grosio (SO)

Mi ricordo abbastanza bene il mio primo telefono cellulare.

Si trattava di una specie di mattonella, metà rossa e metà nera. Aveva l’antenna ben in vista e uno schermo di quell’indefinibile tonalità che riesce a dar ragione sia a chi lo vede verde che a chi lo vede giallo.

Un concentrato di tecnologia grande quanto un pacchetto di sigarette, capace di sfoggiare una risoluzione appena sufficiente a mostrare il numero di telefono della persona chiamata (ma non completamente, perché i pixel erano troppo grandi per fare entrare tutte le cifre nella stessa schermata…)

Avevo quindici anni, e mi sentivo detentore di uno di quegli strumenti capaci di creare un prima e un dopo.

Qualcosa che l’evoluzione tecnologica avrebbe impiegato decenni per superare.

E invece non faccio in tempo a finire le superiori, in meno di un decennio, che mi tocca imparare una nuova parola: smartphone. Parliamo sempre di una mattonella, ben più pesante di quella rossonera, ma questa volta il numero della mamma copre si e no i due terzi della larghezza dello schermo. Le cifre ci stanno tutte! E ne avanza pure! Ah! Che risoluzione! Ah! Che splendore di immagini! E si può anche navigare in internet! Certo, bisogna mettersi comodi e aspettare quei due/tre minuti necessari a caricare la pagina. E, una volta caricata, per avere delle parole sufficientemente grandi da poter essere lette bisogna zoomare al massimo e scorrere la pagina un centimetro alla volta con le freccine…ma d’altra parte il gusto di isolarsi dal mondo vero anche durante il viaggio in treno dall’università a casa è assolutamente troppo grande per non fare il salto.

Questa volta, penso, ci siamo. Cosa può esserci più di questo? Lo schermo ha più colori di quanti la mia mente rossogiallablu maschile ne possa nominare, chiama altri telefoni, manda i messaggi, mi permette di scrivere email, si possono installare giochini con palline rosse (o gialle, o blu) che saltano, ha la radio e riproduce pure la mia musica!  E’ il Nirvana della comunicazione mobile, l’homo sapiens dei cellulari. L’evoluzione è arrivata al termine.

E invece, mentre sono lì che rispondo alle prime mail, iniziano a girare voci di un fantomatico nuovo apparecchio, progettato dalle parti di Cupertino, California.

Dicono unisca in un solo corpo un telefono, un iPod e Internet.

Beh, ma lo fa anche il mio smartphone! Si…però non è proprio la stessa cosa…

Il mio smartphone non ha uno schermo di 3 pollici abbondanti…non ha QUELLA risoluzione…non scatta QUELLE foto…non ha QUELLA potenza…e non permette di navigare con QUELLA comodità.

Era il gennaio del 2007 e Steve Jobs presentava dal palco del Macworld il primo iPhone.

Fra un iPhone e l’altro passano cinque anni, arriviamo al 2012, e in una pigra serata primaverile mi capita sotto gli occhi un video (qui per approfondire).

Presenta un progetto di ricerca targato Google per quello che sembra essere un paio di occhiali.

E, in effetti, si tratta proprio di un paio di occhiali. Solo che quegli occhiali fanno tutto quello che fa un iPhone, con la differenza che lo schermo è integrato nelle lenti e che si comanda tutto con la voce.

Si tratta di un concept capace di far fare un enorme salto, in alto e in lungo, al tema dell’innovazione tecnologica e dell’integrazione uomo-macchina.

Non è più necessario sapere COME fare una cosa. L’importante è sapere COSA si vuole fare, tradurre il pensiero in una frase a voce alta e lasciare che gli occhialini esaudiscano i nostri desideri.

Dalla mia prima mattonella a questi occhiali sono passati meno di 15 anni.

Quindici anni in cui i cellulari si sono trasformati da rozzi apparecchi utili “solamente” a telefonare in oggetti versatili e potenti quasi quanto i computer domestici. E basta far volare lo sguardo qualche anno avanti per intravedere, molto più vicino di quanto si pensi, un futuro in cui il telefono perda completamente i suoi connotati materiali (i tasti con i numeri, il microfono, l’altoparlante, lo schermo…) per diventare pura funzionalità, veicolata attraverso strumenti del tutto nuovi o strumenti vecchi re-inventati per diventare qualcosa di nuovo.

Un discorso analogo si potrebbe fare per i televisori (passati in una decade dalla bassa all’alta definizione, poi al 3D, poi alla super definizione, poi al collegamento continuo con internet), per i lettori a inchiostro elettronico, per le automobili, per i computer, naturalmente, e in generale per tutti gli oggetti figli della tecnica che quotidianamente utilizziamo per lavorare, studiare, muoverci e divertirci.

L’innovazione corre rapida, rapidissima. Investe non solo gli apparecchi che ci permettono di fare quello che facciamo, ma anche il modo in cui ce lo fanno fare.

Travolge e sconvolge allo stesso modo la forma e la sostanza.

C’è un ultimo punto che dobbiamo tenere in considerazione, credo il più importante.

L’innovazione tecnologica non si limita a correre rapida…ma accelera, continuamente.

Ce ne accorgiamo quando abbiamo la sensazione di non riuscire a stare dietro ai cambiamenti, quando ci arrabbiamo perché il nostro telefono è reso obsoleto da un nuovo modello prima ancora di averne imparato a usare tutte le funzioni.

Così come la vita degli esseri umani si allunga mano a mano che passano le generazioni, così quella dei nostri apparecchi elettronici si accorcia, investita dal fiume impetuoso della novità.

Si tratta, questo, di un punto con cui dobbiamo imparare a fare definitivamente pace.

I nostri nonni hanno visto forse una decina di invenzioni nella loro vita, i nostri padri ne hanno viste un centinaio, noi ne vedremo molte migliaia.

E’ la sfida che l’innovazione ci pone davanti, quella di cambiare prospettiva nei suoi confronti e capire che non ci è richiesto di abituarci allo specifico telefono, alla specifica tv o allo specifico computer, ma che dobbiamo invece riuscire a superare gli oggetti specifici per toccare e affrontare direttamente il cambiamento.

E’ al cambiamento che dobbiamo adattarci, non ai suoi frutti.

Ed è un adattamento che va contro l’intuizione, perché richiede di mettere “da parte” gli oggetti concreti e portare al centro del discorso un processo di per sé intangibile.

Credo si tratti di una sfida affascinante. Sicuramente si tratta di una sfida ineludibile.

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Informazioni su Luciano Barrilà

Psicologo. Sono socio di Pares, società cooperativa in cui mi dedico allo studio dell'innovazione sociale e dei rapporti in continua evoluzione tra esseri umani e tecnologie.

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