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Workshop: digital heritage. L’evoluzione della memoria (1 febbraio 2013 – Università Bicocca)

Digital HeritageSegnaliamo un interessante workshop organizzato dall’Università di Milano Bicocca – cattedra di ‘Teoria e tecnica dei Nuovi Media e Tecnologie Didattiche’ e ‘Filosofia del diritto e Informatica giuridica’.

Scarica la locandina.

Tra i tanti interventi da non perdere anche quello di Luciano Barrilà, per Fai un salto: “Anche i librai fanno surf. Esercizi preparatori per affrontare l’onda digitale“.

Vi aspettiamo!

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Andrea Granelli: “Artigiani del digitale, creare valore con le nuove tecnologie”.

Questo post prende spunto da una lettura che ritengo interessante per tutti quelli che si affacciano al mondo delle piccole e medie imprese (di qualunque ragione sociale siano) e contemporaneamente sono sensibili alla possibilità di creare valore attraverso l’innovazione digitale.

Ingredienti per un’innovazione efficace e sostenibile; non solo innovazione tecnologica.

Il cuore del libro, la parte che ha stimolato queste riflessioni, è il capitolo da cui prende il titolo questo paragrafo. L’autore sviluppa il suo pensiero centrando il discorso sulla relazione tra le diverse componenti necessarie per creare valore attraverso lo sviluppo e l’innovazione tecnologica.

Come ogni saggio letterario che si rispetti il testo prova ad indicare un percorso attraverso un decalogo per l’innovazione che serva da faro per chi decide di creare innovazione di valore:

1. Cambiare la metrica dell’innovazione: noi di fai un salto in questo primo punto crediamo fortemente, (il nostro osservatorio sta producendo alcune ricerche sulla misura dell’innovazione nelle imprese sociali, non dimenticatelo!) e il motivo è questo: come misurare qualcosa di nuovo con strumenti vecchi? La domanda è centrale per qualsiasi tentativo di assegnare valore a oggetti intangibili, quali dimensioni tenere in considerazione? Quali valori ritenere soddisfacenti? Anche se può sembrare una questione puramente metodologica non dimentichiamoci che in funzione della valutazione  assegnata vengono generalmente distribuite le risorse.

Copertina2. L’invenzione è un fatto tecnico, prestazionale, ma soprattutto economico e culturale: lo stupore e la novità tecnica sono ingredienti fondamentali per l’innovazione, ma siamo sicuri che bastino? Provate a mettere in mano uno smartphone ad un ottantenne (o anche solo ad alcuni cinquantenni), vi accorgerete che alcune cose scontate per voi giovani ‘nativi digitali’, i vostri nonni e i vostri padri e madri non sono culturalmente in grado di comprendere. Certo, con il dovuto “addestramento” saranno in grado di usare molte delle funzioni ma la comprensione va oltre l’uso. Questo richiama molti temi, il digital divide prima di tutto: se ci fosse consapevolezza culturale nei confronti dell’innovazione non avrebbe nemmeno senso l’esistenza del termine “digital divide“.

3. Riprogettare il sistema di protezione della proprietà intellettuale: la terza regola per l’innovazione di valore apre un mondo di riflessioni (la proprietà intellettuale, i diritti d’autore e l’open data sono solo alcune di queste). La questione si collega a quanto detto precedentemente: la cultura influenza profondamente la percezione di proprietà e sebbene sia chiaro a tutti il concetto di proprietà fisica, è più complesso il concetto di propietà intellettuale (molti di noi, ad esempio, avrebbero alcuni dubbi a definire la proprietà di righe di codice di programmazione o di un design con gli spigoli a forma arrotondata). L’open data è la soluzione? Ni, Granelli scrive: “open data ma non troppo”, e mi sento di condividere. Se si vuole promuovere la cultura dell’innovazione si dovrebbe condividere la proprietà intellettuale con tutta la società in modo da farlo diventare un vantaggio competitivo per tutti.

4. Riconoscere le specificità di ogni settore e la necessità dei modelli di innovazione: per chi come noi crede nell’innovazione questa frase è lapalissiana; non avrebbe senso innovare nel settore alimentare come se si stesse promuovendo un’innovazione nel processo produttivo delle industrie metalmeccaniche. Il ‘copia e incolla’ non funziona entro uno stesso settore produttivo, figuriamoci entro settori differenti con caratteristiche, necessità e attese diverse.

5. L’importanza per i servizi di confrontarsi con un’innovazione continua: il comparto dei servizi ormai produce più del 70% del PIL europeo. Perché dovremmo viaggiare a due velocità? Perché dovremmo avere prodotti sempre più innovativi ed evoluti senza poterli sfruttare per migliorare i nostri servizi? Ad esempio: perché così poche strutture medico-assistenziali hanno applicazioni o siti internet che consentano di prenotare facilmente le visite mediche? Preferiamo forse fare le code agli sportelli? Certo il processo è lungo e non si può negare che non sia avviato, ma bisognerebbe sempre distinguere tra l’applicazione dell’innovazione ai servizi (il copia e incolla citato prima) e l’innovazione dei servizi…che decisamente è tutt’altra cosa.

6. Il ruolo delle istituzioni nell’alimentare la domanda di innovazione: lo Stato è il più grande acquirente di beni e servizi, ma solo da pochi anni e solo con iniziative molto limitate geograficamente le istituzioni decidono di acquistare in prodotti e servizi innovativi. Questo ritardo genera un potente freno allo sviluppo economico del paese e al processo culturale di consapevolezza innovativa.

7. La centralità del territorio nello sviluppo economico: le ragioni di questo punto del decalogo secondo l’autore sono due:

    • i luoghi possono diventare attrattori di talenti innovativi e incubatori (parola molto inflazionata ultimamente) di innovazione. Sotto questo profilo alcuni Paesi si sono mossi molto prima dell’Italia dove solo da pochi mesi è fiorita la riflessione sul tema.
    • se non si tengono in considerazione le necessità del territorio come si può sperare di creare valore? Rispondo a questa domanda con un’altra domanda: “Quanto può essere utile una pista d’atterraggio con innovativi sistemi antigelo in una città dell’area sahariana”?

8. Trasformare la cultura progettuale, riportando l’uomo al centro: questa annosa questione è centrale in una grandissima quantità di discipline sia scientifiche che produttive; le metodologie di ricerca sociale hanno riconosciuto l’importanza del principio di indeterminazione di Heisenberg; i metodi etnografici e sociocostruzionisti sono attenti a non imporre la propria rappresentazione ma a costruirla nella relazione con i propri interlocutori; il marketing propone l’esperienza del prosumer come consumatore che partecipa attivamente alla definizione dei progetti dei nuovi prodotti a lui dedicati. La progettazione dei prodotti innovativi non può prescindere da questa visione, come si può innovare creando valore se non si condivide con i propri uomini questo desiderio?

9. Fallimento e incomprensione sono aspetti costitutivi dell’innovazione: il futuro per definizione è incerto e innovare significa accettare di sbagliare. Chi innova lo sa bene ma la cultura italiana pare non rendersene conto: cosa succede ad un imprenditore che fonda un impresa innovativa che fallisce? Il marchio della bancarotta lo seguirà per lungo tempo. Finché non si genererà consapevolezza profonda nei confronti del più noto detto popolare: “sbagliando s’impara”, l’innovazione continuerà a zoppicare perché nella mente degli innovatori il “gioco non varrà la candela”.

10. L’innovazione ha più bisogno di leader che di risorse economiche: i soldi sono un elemento necessario ma non sufficiente; quanti fondi europei sono andati sprecati nel nostro paese per mancanza di un terreno fertile su cui seminare? E qui si ritorna al problema culturale: l’educazione coincide spesso con la mera trasmissione di conoscenze, importanti, ma non necessarie. Perché non insegnare l’imprenditorialità e l’innovazione stimolando i bambini e gli adolescenti a ragionare con la propria testa su problemi concreti e soluzioni che possono risolverli? La risposta non è mettere un tablet in mano ad un bambino di prima elementare “perchè stia al passo con le necessità del mondo produttivo” come recita una pubblicità di un centro scolastico privato. La risposta è stimolare la fantasia e la passione facendo da esempio e offrendo spunti per ragionare su che cosa è importante e perché è importante.

Questi dieci punti e le relative riflessioni che ho elencato corrono il rischio di rimanere sterile ragionamento se non si sviluppa un desiderio di innovazione genuina. Il momento di crisi può trasformarsi  in un’occasione per capire quali sono le idee migliori per selezionarle.

Per iniziare a stimolare idee estreme e sconvolgenti provate a scorrere questa check list pensando alla vostra attività lavorativa, valutate cosa c’è di innovativo, provate a lavorare ad un consolidamento delle esperienze positive generate dall’innovazione e… raccontatecelo su Fai un Salto.

Una dieta mediatica equilibrata: educare alla tecnologia.

Il punto di vista di Mauro Cristoforetti*, Unità Minori e Nuovi Media di Save the Children Italia.

Mauro CristoforettiIn questo blog abbiamo toccato il tema ‘minori e tecnologie’ con il post Adolescenti, spazi d’ascolto e nuove tecnologie che se da un lato mostra come gli strumenti tecnologici presentino indiscutibili vantaggi nell’ampliare le possibilità di comunicazione e ascolto, dall’altro ne mette in luce i possibili rischi.

Riteniamo sia importante affiancare alla riflessione sugli atteggiamenti nei confronti delle tecnologie, un approfondimento sull’educazione dei minori (nativi digitali) all’uso delle tecnologie per tutelarli dai possibili rischi.

Per tali ragioni nel corso del Festival della Famiglia 2012 abbiamo raccolto il punto di vista di Mauro Cristoforetti che si occupa della formazione ai diritti dei bambini nell’ambito delle nuove tecnologie, applicando le metodologie che sono state sviluppate negli anni da Save the Children Italia, dal 2004 centro nazionale per la sicurezza on line dei minori.

Se dico ‘innovazione’ cosa ti viene in mente?
Per deformazione penso ai nuovi media, alle possibilità di comunicazione che ci offrono. In un secondo momento penso a qualcosa che semplifica la vita. Non necessariamente deve essere collegato alla tecnologia, ma a qualcosa che è nuovo, che prima non c’era e che migliora la vita delle persone.

Quali sono i vostri destinatari?
Noi lavoriamo a contatto con tutte le agenzie educative che hanno a che fare con i nuovi media e con i ragazzi minori. Inoltre, ci rivolgiamo primariamente ai giovani, con i quali abbiamo un contatto diretto: organizziamo laboratori per i bambini dalle elementari fino ai ragazzi delle superiori, in un contesto sia scolastico che extra scolastico. Ma i nostri destinatari sono anche coloro che dovrebbero occuparsi quotidianamente della loro educazione come gli insegnanti e i genitori e non ultime le aziende che si occupano di nuovi media (Google, Facebook, Telecom, Vodafone, Wind, Tre, e le Associazioni che sul territorio nazionale) che riusciamo a raggiungere attraverso il comitato consultivo di Save the Children.

Quali sono le principali questioni che affrontate quando si parla di minori e nuovi media?
Le tecnologie stanno sconvolgendo il modo di comunicare e di approcciarsi delle persone, ma rimane il fatto che le dinamiche relazionali sono le stesse e rispondono a bisogni che sono sempre esistiti. Ciò che fa la differenza è come ogni persona singolarmente soddisfa questi bisogni con le tecnologie e i rischi ad esso collegati: la possibilità di adescamento, i contatti con persone sconosciute, i contenuti inadeguati, il cyber bullismo, la dipendenza per uso eccessivo di queste tecnologie.

Qual è il vostro orientamento?
Lavorando sulle persone, cerchiamo di capire il significato dell’uso di questi strumenti all’interno di uno specifico contesto. Proviamo a chiederci fino a che punto questi strumenti hanno una valenza funzionale alla loro vita: ad esempio se ho cento amici, che poi contatto anche su Facebook va bene; se invece ho cento amici però smetto di vederli perché li sostituisco con delle persone che ho conosciuto on line e mi perdo la realtà del quotidiano, allora devo cominciare a preoccuparmi perché a volte sostituisco la mia vita e la mia realtà al mondo che trovo su Internet.

La questione dei minori, tv e videogiochi è molto dibattuta. Spesso si leggono atteggiamenti totalmente a favore o totalmente contrari. Cosa ne pensate?
La nostra posizione è analoga: cioè è necessario vedere che significato hanno nella loro vita “quanto ci stanno?” “Come ci stanno?” È chiaro che se loro sono abbandonati davanti alla televisione o ai videogiochi e questi strumenti sostituiscono il genitore, non va bene. Inoltre ci sono i programmi, i cartoni animati che devono essere adeguati alla loro età: ad esempio per i videogiochi c’è il Pegi che li classifica in base all’età, ai contenuti specifici; ogni videogioco venduto in Italia deve essere classificato per il contenuto (presenza di parolacce, contenuto sessuale, gioco d’azzardo on line) e per età. Se a quattro anni il bambino gioca quattro ore al giorno al videogioco non va bene ma se lo fa con il papà per un quarto d’ora, venti minuti, si inserisce in una dieta mediatica che deve essere fatta di videogiochi, di tv e poi anche di gioco vero.

Guardando al futuro, in questo ambito, quali sono i passi da fare da un punto di vista educativo?
Dal punto di vista educativo l’ideale sarebbe che i genitori cominciassero ad approcciarsi a questi strumenti senza paura e accompagnando i propri figli passo passo, come si fa per l’educazione stradale. A tre anni gli si insegna ad attraversare la strada dandogli la mano guardando a destra e a sinistra, ma non lo si lascia mai da solo ad attraversare la strada. Quando cresce lo farà da solo; il genitore gli avrà insegnato le regole e piano piano inizia a fidarsi. Allo stesso modo quando si va su Internet le prime volte lo si fa insieme; quando il figlio cresce nemmeno lui vorrà più il genitore vicino, ma è giusto. Avrà già tutti gli strumenti che sono utili per muoversi in autonomia. Sta tutto nel capire che alla base non ci sono questioni ‘tecniche e tecnologiche’ ma soprattutto emotive e relazionali: su Internet i ragazzi e gli adolescenti vanno per stare in compagnia dei loro amici anche quando non hanno la possibilità di stargli vicino fisicamente.
I genitori, non dovrebbero né avere paura di queste nuove tecnologie né fidarsi troppo alla cieca. Dovrebbero capire qual è il giusto livello, per l’età dei loro figli, tra controllo e autonomia, ma dipende molto anche dai genitori, per esserci su queste cose, devono esserci in senso più generale.
Per quanto riguarda l’ambito scolastico, in questo periodo ci chiedono molto di lavorare sul cyber bullismo, quindi evidentemente sta diventando un problema un po’ più forte. Poi, stiamo per iniziare a utilizzare la peer to peer education per affrontare queste tematiche, sfruttando le competenze dei ragazzi stessi. Il nuovo progetto è ormai partito e raggiungeremo tutte le regioni italiane nei prossimi due anni.

*MAURO CRISTOFORETTI lavora nella cooperativa EDI – educazione ai diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, e si occupa della formazione dei bambini e degli adulti per Save the Children sul tema dei nuovi media

Strumenti per collaborare

Il progetto Fai un salto è figlio del contributo di tante persone, che vivono in luoghi diversi e che non sempre riescono a lavorare seduti intorno allo stesso tavolo.
Tuttavia esistono oggi molti modi per collaborare a distanza, e in questo post vogliamo raccontarvi in poche parole gli strumenti che abbiamo scelto di utilizzare e che abbiamo trovato più utili per la nostra impresa.
Quello che segue, naturalmente, non vuole essere un elenco completo ed esaustivo di quello che il mercato offre, ma semplicemente una piccola occhiata dietro le quinte del nostro progetto.

Dropbox

Dropbox

Si tratta, fra quelli che utilizziamo noi di FuS, dello strumento forse più conosciuto e diffuso.

Dropbox permette di sincronizzare i file contenuti all’interno di una speciale cartella del nostro hard disk con uno spazio online, così da averne a disposizione una copia accessibile da qualunque computer abbia la possibilità di accedere alla rete.

Il funzionamento è piuttosto semplice.

Una volta registrati sul sito è sufficiente scaricare il client per la propria piattaforma (ne esiste uno per Windows, Mac OSX, Linux, Android, iOS e Blackberry OS, manca all’appello solo Windows Phone) e dare il via alla sincronizzazione. Da quel momento in poi qualunque file presente all’interno della cartella Dropbox sarà accessibile via browser sul sito Dropbox e su tutte le piattaforme su cui avremo installato il client.
E’ possibile condividere con altre persone singoli file o intere cartelle, rendendo in questo modo possibile la creazione di un archivio condiviso e sempre aggiornato, disponibile in ogni momento a tutti gli utenti autorizzati.

Un’ultima nota relativa allo spazio disponibile.
La registrazione gratuita permette di avere a disposizione 2gb di spazio di archiviazione, che è possibile aumentare facendo iscrivere altre persone al servizio.
Per chi avesse bisogno di molto spazio sono disponibili diversi piani a pagamento, capaci di soddisfare sia gli utenti casalinghi che quelli aziendali.

 Google DriveGoogle Drive

Google Drive offre un servizio per molti aspetti identico a quello proposto da Dropbox.

Anche qui abbiamo a disposizione una certa quantità di spazio tramite il quale possiamo godere di una sincronizzazione in tempo reale di tutti i file che conserviamo nella apposita cartella creata sul nostro computer.
Rispetto a Dropbox, Google Drive offre uno spazio gratuito superiore (5gb contro 2), ma si serve di un client attualmente disponibile su un numero leggermente inferiore di piattaforme (mancano Linux, Blackberry OS e Windows Phone).

Al di là di questi dettagli, la caratteristica che per noi è stata decisiva nella scelta di adottare questo strumento riguarda l’integrazione in Google Drive della suite da ufficio Google Docs, una serie di web app che consente di creare e modificare documenti di testo, fogli di calcolo, presentazioni e questionari.
Il fatto che si tratti di web app permette di poter modificare i file senza dover installare alcun software particolare, ma semplicemente accedendo via browser al proprio account.
Se da una parte questa rappresenta una grande comodità, dall’altra rischia di limitare le possibilità di azione, perché l’accesso ai documenti richiede obbligatoriamente la presenza di un collegamento internet.
Google sta attualmente lavorando per rendere possibile la modifica dei file anche in assenza di connessione, ma ad oggi questa possibilità resta appannaggio dei soli documenti di testo (AGGIORNAMENTO: da oggi, 23 gennaio 2013, è attivo l’editing offline anche per le presentazioni).

Ciò che rende particolarmente utile Google Docs, però, è proprio ciò che offre quando si è online, ovvero la possibilità per più persone di lavorare contemporaneamente sullo stesso documento, restando in contatto con gli altri autori tramite una schermata di chat nel caso si stia scrivendo nello stesso momento, o tramite un sistema di “commenti” nel caso in cui si lavori in tempi diversi.

La grossa differenza fra i due servizi riguarda il fatto che lavorare sullo stesso file con Dropbox significa in realtà lavorare su copie diverse di un file che vengono poi sincronizzate, mentre con Google Drive lavorare sullo stesso file significa lavorare MATERIALMENTE sullo stesso file.
Al di là del fatto che tramite la piattaforma di chat e commenti sia possibile dare e ricevere feedback in tempo reale sul lavoro svolto, questo sistema ha un grosso, immediato, vantaggio: non si incorre mai in conflitti di sincronizzazione.
Le operazioni di scrittura a più mani con Dropbox, infatti, ci hanno procurato qualche grattacapo.
Da una parte non era possibile sapere se due o più autori fossero al lavoro sullo stesso file contemporaneamente, dall’altra quando si arrivava al momento di sincronizzare le varie copie si incappava in problemi seri, dato che il sistema non riusciva a determinare quali modifiche conservare fra quelle effettuate nello stesso momento da più utenti.
Utilizzando Google Drive questo non accade, e si ha una modalità di lavoro collaborativo assolutamente trasparente e fluida. In ogni momento è possibile sapere chi sta lavorando su uno specifico file, si può interagire con gli altri autori, e sulla schermata di lavoro è possibile vedere in tempo reale cosa stanno scrivendo gli altri.

EvernoteEvernote

Evernote è un comodissimo programma che permette la creazione di note, la loro organizzazione in taccuini e l’archiviazione di contenuti web.

Tutte le note possono essere geolocalizzate, taggate ed è possibile allegarvi documenti di qualunque tipo, file audio, video e immagini. Questo sistema di catalogazione flessibile e completo, unito a un motore di ricerca interno rapido e funzionale, permette di avere a disposizione un archivio sempre ben organizzato e facilmente navigabile.

Altro punto di forza è quello di poter installare il client praticamente su ogni sistema operativo desktop e mobile esistente, così da avere sempre a portata di mano le proprie note, indipendentemente dalla piattaforma da cui stiamo lavorando.

La versione gratuita permette di creare infinite note e taccuini, ma limità le possibilità di condivisione.
E’ infatti possibile rendere consultabili specifiche note o interi taccuini, ma solo i titolari dell’account potranno creare e modificare le note. Sottoscrivendo un abbonamento (al costo di circa 4€ al mese) è possibile godere di un tetto di upload mensile superiore e, soprattutto, di permettere l’intervento sulle note a chiunque venga invitato a farlo.

Con Evernote, ed è qui la sua importanza per Fai un salto, potete archiviare tutti i contenuti che trovate online utilizzando un paio di comodi plug-in.

Il primo è Web Clipper, che vi permette di salvare intere pagine web (o ritagli delle stesse) semplicemente cliccando sul tasto dedicato.

Il secondo è Clearly. Non si tratta di un plug-in fondamentale, ma personalmente lo trovo comodo e funzionale alla creazione di un archivio ordinato. Sostanzialmente si occupa di rielaborare le pagine web eliminando pubblicità e altri contenuti inutili, restituendovi una pagina “pulita” e pronta per essere conservata in Evernote.

Questi sono i nostri strumenti, quelli che ci aiutano nel lavoro di tutti i giorni e che rendono più semplice curare e far crescere Fai un salto.

E voi, che strumenti usate?

Coworking: Talent Garden, Uidu e Made For School, luoghi e relazioni generano innovazione sociale?

Questo post multimediale raccoglie quattro micro interviste a quattro abitanti di talent garden Bergamo, che con differenti modi di vedere e pensare, ragionano e lavorano sull’innovazione.

Alberto Trussardi e Roberto Ferretti sono i fondatori di TAG Bergamo, ma questo non significa solo organizzare le postazioni presenti e garantirne la sostenibilità, significa anche e soprattutto una mentalità innovatrice, una volontà di condivisione dei temi “caldi” dell’innovazione e lo sviluppo di una generatività sociale .

Andrea Vanini è uno degli co-fondatori di UIDU e l’abbiamo già conosciuto qui su fai un salto.

Francesco Invernici è amministratore di Made For School, e lo conosceremo prossimamente in un’intervista dedicata.

Talent garden è un luogo di coworking orientato sopratutto all’innovazione digitale, i suoi abitanti sono programmatori, amministratori, video maker e molte altre professionalità tecniche o meno. Curioso che due importanti start up, prodotto della collaborazione che abita questo spazio si rivolgano a temi sociali. A me viene in mente che il coworking, se gestito con i principi di condivisione vera, sia un metodo sociale di per sè, e quindi generi facilmente delle iniziative sociali. Sociali, non improduttive.

Fai un salto: 2012 in review

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2012 per questo blog.

Ecco un estratto:

600 people reached the top of Mt. Everest in 2012. This blog got about 10.000 views in 2012. If every person who reached the top of Mt. Everest viewed this blog, it would have taken 17 years to get that many views.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

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