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Made for School, una start up che accompagna le scuole nel mondo digitale.

Oggi incontriamo Francesco Invernici che ci aveva già parlato del suo modo di vedere il co-working in questo post .

Questa intervista invece si concentra sulla sua ‘creatura’, Made for School della quale è co-fondatore.
Insieme a Manuel Meinardi, Francesco ha deciso di fondare una start-up che potesse colmare un vuoto di mercato, fornendo servizi alle scuole in modo specializzato.

Cos’è Made for School?

Made For School è una società specializzata nella ricerca, progettazione e realizzazione di prodotti e servizi innovativi rivolti al settore scolastico. Proposte studiate ad hoc per incentivare, agevolare e potenziare la comunicazione nel mondo della scuola aiutando gli istituti a perfezionare la propria immagine e la propria identità.

Come siete arrivati a fondare MFS?Annuari

L’idea nasce dalla lunga esperienza da studenti, ma sopratutto da rappresentanti, nel mondo dell’istruzione della bergamasca. Durante gli anni del liceo io e Manuel ci siamo scontrati spesso con grossi limiti quando tentavamo di promuovere iniziative nelle nostre scuole e così abbiamo pensato di riempire questo vuoto.

Cosa offre MFS ai suoi clienti?

Made for School propone servizi e prodotti indirizzati a due categorie di clienti:

  • Le scuole come enti istituzionali, ai quali offriamo la nostra esperienza nell’ambito della comunicazione, per l’organizzazione di eventi, open day e servizi dedicati alla gestione dell’immagine  pubblica dell’istituto.
  • Gli studenti, ai quali offriamo una serie di prodotti come gli annuari, l’abbigliamento personalizzato e i servizi che consentono di svolgere al meglio tutti i compiti dei rappresentanti degli studenti, come la raccolta fondi per iniziative o l’organizzazione di eventi; tutto questo corredato da convenzioni vantaggiose per gli studenti grazie alla collaborazione con partner locali e nazionali. Un ultimo prodotto di cui vado fiero è un sistema che premette ai rappresentanti di istituto e ai rappresentanti di classe di collaborare in modo interattivo e facilitare la comunicazione tra di loro.

TagQuali sono le scoperte più piacevoli che avete incontrato nel vostro percorso lavorativo?

La cosa che mi ha colpito di più è stato trovare uno spazio a misura di start-upper, in cui mi sono sentito incoraggiato ad esprimere le mie idee e i miei timori e proprio in questi ambienti ho anche trovato sostegno per risolvere i piccoli problemi di un impresa che nasce. In Talent Garden ho trovato terreno fertile per mie idee, sostegno per le mie possibilità e un sano realismo imprenditoriale.

Quali sono invece le difficoltà che vi hanno messo alla prova?

La prima grande difficoltà che abbiamo imparato a risolvere in MFS è stata quella di imparare a convincere le scuole che le tematiche della comunicazione vanno affidate a professionisti esperti dell’ambiente scolastico e non ad agenzie generaliste che non sanno cosa promuovere di un istituto per renderlo appetibile a famiglie e studenti.

Cosa significa innovare in un mondo come quello dell’istruzione italiana?

Per me innovare a scuola significa semplicità, significa far capire a chi vive la scuola che gran parte dei processi possono essere resi più efficienti di quello che sono e che fare questo renderebbe la scuola un posto nel quale si può davvero fare cultura e si può contribuire a sviluppare un senso di efficacia sociale più elevato. Innovare significa che se si può fare qualcosa per semplificare la vita di tutti gli utenti della scuola allora va fatto.

LogoPer concludere: quali obiettivi avete in mente per Made for School?

Ci piacerebbe diventare leader del mercato dei servizi alle scuole nei prossimi tre anni, e speriamo di aver bisogno di un corso di lingue, nel caso in cui volessimo esportare i nostri prodotti.

L’esperienza di Made for School può far riflettere su due aspetti:

  • il primo aspetto concerne la possibilità per dei giovani non solo di trovare un posto che li soddisfi nel mondo del lavoro, ma anche di costruirselo aiutare altri a fare lo stesso.
  • Il secondo aspetto riguarda l’annosa questione della scuola in Italia: all’interno di un organismo vecchio, statico e macchinoso ci sono forze agili, dinamiche e innovative che provano a farsi strada per ristrutturare il mondo della scuola rendendolo un incubatore di possibilità future per i bambini e gli adolescenti.
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Open Data è accesso libero, non comunicazione

partecipazioneIl 23 febbraio è la data del terzo Open Data Day, il giorno in cui tornano al centro dell’attenzione i temi dell’agenda digitale europea e gli impegni che concernono anche la “rivoluzione digitale” che investe la Pubblica Amministrazione italiana a tutti i livelli territoriali di governo. Per i suoi risvolti contraddittori merita attenzione il legame fra il processo di Open Data e la funzione di informazione e comunicazione pubblica che gli enti devono attivare e mantenere come servizio di valenza strategica. Su questo particolare ambito è venuto infatti a comporsi, fino a oggi, un quadro di norme che, nella cornice filosofica del Codice dell’Amministrazione Digitale del 2005, ha dato spazio a esigenze normative causate da fattori diversi dall’innovazione in se stessa (dalla crescita economica alla lotta a corruzione e costi della politica), con un risultato discutibile.
L’Articolo 18 della comunicazione pubblica
Nel contesto della P.A. digitale, anche chi si occupa di comunicazione pubblica deve fare i conti con un Articolo 18. Si tratta di quello del Decreto Sviluppo 2012, per il quale le P.A. italiane devono pubblicare online, in formato aperto, tutti i dettagli delle spese superiori a mille euro. L’impatto di questa norma è effettivamente simile a quello della ben più celebre disposizione che concerne i lavoratori, perché obbliga la P.A. a un passo senza precedenti verso la completa trasparenza della sua vita quotidiana. Per un Comune medio spendere 1.000 euro per una fornitura, un contributo o un servizio è frequente come per una famiglia acquistare un vestito. Lo scopo della misura è quello di assicurare ai cittadini un controllo diffuso sull’operato degli amministratori ispirato al mantra che accompagna la riforma della P.A fin dal 1990: efficacia, efficienza, economicità, correttezza, buon andamento, trasparenza.
Arrivare a questo flusso di informazioni è tecnicamente molto semplice: dal 2 gennaio di quest’anno ogni giorno le home page dei siti internet istituzionali riportano elenchi di deliberazioni e di determinazioni, vi si citano estremi e importi di fatture pagate, vi si offrono disciplinari di incarico e contratti di appalto o di cottimo fiduciario in forma integrale.
Essere liberi di accedere non basta
A proposito: qual è la differenza fra appalto e cottimo fiduciario? E che cosa vuol dire la clausola che affida all’appaltatore i lavori di “scarifica a fondo del manto d’usura”? Saperlo potrebbe migliorare la percezione che il mantra della buona amministrazione sia stato rispettato? Alle risposte dovrebbero essere dedicate le strutture di comunicazione come l’Ufficio per le Relazioni con il Pubblico, ma le risposte non sono così facili da trovare. Gli uffici e le strutture destinate alla comunicazione diretta con i cittadini esistono dal 2000, grazie a una legge (la n.150) che fu a suo modo lungimirante. Nel 2000 non c’era stato un giorno chiamato Undici Settembre, non esistevano Facebook, gli smartphone e l’iPad. Un’altra era geologica, ed era solo 13 anni fa! Eppure quella legge e la successiva direttiva dell’allora ministro Franco Frattini obbligavano la P.A. a dotarsi di strutture di facilitazione della comunicazione interna ed esterna da creare, governare e interpretare con risorse umane appositamente formate e aggiornate. Alla comunicazione si doveva destinare non meno del 2% del bilancio dell’ente (il 2 per cento, avete letto bene), perché la comunicazione e l’informazione ai cittadini rappresentano un livello essenziale delle prestazioni fra quelli sanciti dalla Costituzione. Non passò molto tempo però prima che su tutto calasse l’ombra inquietante della revisione della spesa pubblica. Nel 2011 le riduzioni hanno riguardato gli incarichi esterni, la formazione e le spese per attività comunicativo-pubblicitarie e relazioni pubbliche. A onor del vero una circolare dell’allora sottosegretario Paolo Bonaiuti spiegò chiaramente che le attività di comunicazione istituzionale non erano soggette alle riduzioni previste ma a quel punto era divenuto difficile stabilire, per la grande maggioranza degli amministratori locali, dove cominciasse la comunicazione pubblica e dove finisse quella di pura immagine nei periodici comunali, negli opuscoli e nelle campagne destinate a promuovere servizi e iniziative pubbliche, realizzati da grafici e tecnici della comunicazione, che purtroppo erano spesso espressioni di segreterie politiche più che elementi di riconosciuta professionalità. Quando l’ombra della spending review sembrava avere oscurato tutte le speranze di amministratori e dirigenti, consapevoli di non avere più risposte soddisfacenti per i cittadini, ecco spuntare l’Open Data: la P.A. diventa digitale, sparisce l’albo pretorio cartaceo e gli enti sono autorizzati ad esaurire i propri doveri di comunicazione con l’aggiornamento dei siti internet istituzionali, dove pubblicano informazioni sui servizi e sezioni dedicate alla trasparenza della loro attività. Non c’è più bisogno di consulenti esterni, perché intanto gli applicativi di amministrazione dei siti internet sono diventati accessibili anche senza una particolare formazione per il caricamento di elenchi di documenti in formato .pdf e di brevi testi descrittivi dei servizi. E poi c’è tutto il mondo social che, se consente a un adolescente di creare profili e pagine digitali in un amen, non richiede una costosa formazione per il personale che si occupa di comunicazione. Insomma, si aggiornano i cittadini risparmiando il più possibile.
È una rivoluzione ma sembra un’involuzione
Eppure qualcosa non va. All’improvviso ci si rende conto che all’Ufficio Relazioni con il Pubblico gli utenti arrivano ancora, chiamano e chiedono di sapere. Chi è più incline all’uso della tecnologia digitale non prende d’assalto le pagine dei siti; anzi, sono certamente più numerosi coloro che all’operatore di sportello dicono di non avere un collegamento a internet oppure di averlo troppo lento. Il digital divide colpisce duramente: in Italia tiene 40 famiglie su 100 e intere zone geografiche lontane dalla banda larga, dalla ADSL e perfino dal segnale della tv digitale terrestre. Diventa evidente che liberare l’accesso ai documenti e comunicare non sono la stessa cosa. Le strutture di comunicazione pubblica rimangono i luoghi dell’osmosi fra trasparenza e comunicazione. Luoghi cui non si può rinunciare in nome del risparmio, perché il pubblico connesso alla rete è solo una minoranza mentre alla P.A. la cittadinanza pone molte domande e molto diverse da quello che c’è scritto sui freddi siti istituzionali.
Dov’è la rivoluzione digitale della P.A., allora? Sembra un paradosso ma non corre sui fili della Rete e fra i microprocessori. O meglio, Rete e byte possono essere le sue vene e il suo cuore ma c’è un tessuto connettivo fatto di relazioni umane a renderla efficace: la capacità di spiegare, di ascoltare, di raccogliere le esigenze e di farne una strategia di miglioramento dei servizi. Le funzioni che quella legge di un’era geologica fa delineava sia nei principi che nelle figure, che ora rischiano di essere proiettate senza paracadute nell’era geologica nuova.
Se molte strutture di comunicazione hanno innegabilmente fallito, la via della risalita non è nella libera circolazione dei dati pubblici in se stessa. Alla P.A. i cittadini non chiedono di poter leggere documenti ma di poter conoscere e condividere – per poi partecipare quando lo ritengano necessario od opportuno – in un contesto così denso di messaggi da apparire assordante. All’alba del terzo Open Data Day, invece, trovano dall’altra parte del tavolo un interlocutore che per risparmiare ha considerato trasparenza e comunicazione come semplici sinonimi.

Intervista a Igor Guida

Igor Guida

Igor Guida

Oggi incontriamo Igor Guida, responsabile del settore Comunicazione ed Editoria per la cooperativa sociale Stripes di Rho.

Quella con Igor è stata una chiacchierata libera e ad ampio spettro, che ci ha permesso di toccare diversi temi particolarmente importanti per noi di Fai un salto.
Dal senso che una dotazione tecnologica all’avanguardia riveste per un’impresa sociale, passando per le difficoltà di comunicazione che a volte i mondi del sociale e della tecnologia incontrano quando cercano di parlarsi, fino ad arrivare a un un possibile scenario di collaborazione e sostegno fra tecnologia digitale e mondo della cultura.

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(Anche) i librai fanno surf. Esercizi preparatori per affrontare l’onda digitale.

Luciano Barrilà

Luciano Barrilà

Venerdì 1 febbraio 2013 l’università Bicocca ha dedicato l’interessante workshop “Digital heritage” alle vicissitudini del concetto di memoria ai tempi dell’era digitale.
Quello che segue è il testo, un pochino rimaneggiato, dell’intervento che mi è stato chiesto di tenere in qualità di libraio alle prese con la “minaccia” del libro digitale.

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Digital Heritage (bootleg)

digital-heritage

Venerdì 1 febbraio 2013, le cattedre di Teoria e tecnica dei Nuovi Media e Tecnologie Didattiche e di Filosofia del diritto e Informatica giuridica dell’Università Bicocca di Milano hanno organizzato il workshop:

“Digital heritage. L’evoluzione della memoria”

Luciano Barrilà per Fai un salto ha portato un contributo dal titolo: Anche i librai fanno surf. Esercizi preparatori per affrontare l’onda digitale.

Più che un workshop quella di venerdì mi è sembrata una jam session. Celebrazioni di cambiamenti in parte avvenuti, in parte prossimi venturi, in parte solo intensamente desiderati.
Provo a ricapitolare alcuni spunti (anche del pubblico), per non dimenticarmeli.

Scuola

A casa i bambini vivono nel presente (87% delle famiglie con figli ha la connessione digitale). Andando a scuola fanno un salto nel passato. In Inghilterra tutte le scuole hanno banda larga, in Italia il 7% delle classi ha la connessione wi-fi e il 20% delle scuole ha la LIM.
Le tecnologie digitali sono un’incredibile opportunità per la scuola e la formazione.  Nei manuali scolastici ancora prevale scrittura mentre potrebbe essere un sistema di contenuti digitali multicodicali: un ambiente virtuale di apprendimento frutto della sinergia fra editori, insegnanti e web. Ma nella scuola pubblica siamo decisamente in ritardo. Tutto sarebbe facile, se solo avessimo la banda larga e meno preoccupazioni.

I nativi digitali sono capaci hanno bisogno di conoscere, mentre a scuola si lavora con modelli superati. Mancano i codici di traduzione tra lo stile di insegnamento e lo stile di apprendimento. Se la scuola non opera la transizione dall’analogico al digitale, molte cose interessanti perdono di valore.

La tecnologia caratterizzante è il digitale. Il cambiamento antropologico è già avvenuto: i nostri figli pensano digitale (vedono e costruiscono il mondo in un modo diverso dal nostro). Ma studiano ancora in analogico.

«Questa è la direzione presa nel mondo. Il futuro è già presente. Mancano però i codici di traduzione da modelli di cultura analogica a cultura digitale (e viceversa)»

Ebook

L’avvento degli ebook è meno travolgente di quanto non si tema. Ereader o tablet sono strumenti utili ma non sempre comodissimi, e non è disponibile uno standard condiviso. Ereader o tablet funzionano per la lettura per romanzi, ma non sono così efficaci per studiare.

I libri vengono progressivamente digitalizzati e rilasciati nel doppio formato. Più cresce la scelta, maggiore è l’esigenza di avere orientamento (le stelline o le classifiche potrebbero non bastare). Ebook e libri di carta convivranno: il libro digitale per commercializzare i libri economici mentre i libri di pregio verranno stampati su carta. Per questo le librerie possono avere ancora un futuro.

«Chi non sta troppo bene invece è la lettura. In Italia meno del 50% degli italiani legge un libro all’anno»

Morte

Siamo già nel digitale, l’analogico è morto. Il presente è un treno in corsa, una rivoluzione inavvertita.

La tecnologia coevolve con l’uso, realise nuove, modelli di progettazione interattivi, molti componenti tecnologici sono già presenti e si possono ‘assiemare’. I comportamenti degli utilizzatori mutano in relazione alla tecnologia mutante, la tecnologia genera se stessa e non possiamo controllarla.

Twitter è invenzione paragonabile alla posta elettronica. Vine permette di girare video di 6 secondi, paragonabili a gif animate. Nel 2010 ISO ha standardizzato 722 Emoji. I codici di comunicazione cambiano. Si scrive molto di più. Si comunica più spesso, più brevemente, con molta più gente (cala la posta elettronica). Prevalgono media a forma breve. E ogni anno le persone condividono il doppio delle informazioni dell’anno prima.

«Nell’infosfera abbiamo più di un problema. Come si governa? Come funziona il mercato? Come ci si adatta? Come ci si fida? Servono i selezionatori…»

Vita

Ogni tecnologia della scrittura è una tecnologia della scrittura del sé individuale e del sé sociale. Viviamo in una realtà digitalmente aumentata.

Quanto consente il digitale? Possiamo vedere il mondo digitale come paradiso terrestre: ciascuno può avere spazio, memoria, durata, presenza, sopravvivenza. Possiamo digitalizzare la nostra vita, lasciare traccia, provare a elaborare l’angoscia delle morte, il senso della nostra scomparsa: il database individuale sarà un mausoleo personale.

«Noi saremo quello che avremo lasciato come impressione. Noi saremo la nostra ombra digitale»

Correre

Le tecnologie trasformano i frame in cui siamo inseriti, cambiano la società. Noi siamo già nella tecnologia e non pensiamo indipendentemente dalle macchine digitali. Siamo soggetti a un’accumulazione imponente di dati. La proliferazione delle informazioni è una tale una massa critica che mette in difficoltà.

E le tecnologie ridefiniscono il rapporto pubblico privato. Come ci strutturano le nuove tecnologie? Come ci rapporteremo tra noi attraverso i medium digitali? Con quali vantaggi e con quali effetti? E se ci si potesse confrontare sull’uso e sugli effetti delle tecnologie digitali?

Stiamo correndo.
Conviene correre senza gli auricolari del lettore MP3 per evitare di rinunciare a pensare…

«Ricorderò che quando i bambini si entusiasmano troppo per il loro giocattolo forse bisogna distrarli…»

Luciano Barrilà, Gianluca Nicoletti, Marco Polillo, Stefano Moriggi, Paolo Ferri, Roberto Polillo

Luciano Barrilà, Gianluca Nicoletti, Marco Polillo, Stefano Moriggi, Paolo Ferri, Roberto Polillo

Il Social Business NON è un’impresa sociale! Parola di premio Nobel.

Yunus

Poco tempo fa mi sono imbattuto in un webinar sul modello di social business del premio Nobel Muhammad Yunus.

Per prima cosa è necessario ringraziare l’organizzazione e il relatore dell’incontro, rispettivamente Volontari per lo Sviluppo e Eugenio La Mesa.

Il webinar è stato ricco di spunti e di esperienze interessanti, in questo post inizieremo parlando della differenza tra il modello del social business e l’impresa sociale, per altri spunti qui trovate lo storify dell’evento.

Il modello di Muhammad Yunus si compone di sette principi essenziali per un business di successo, ma prima di vederli: cos’è un social business? Un buon modo per scoprirlo è leggere il libro: “Building Social Business”, di Yunus, tradotto in italiano con il poco azzeccato titolo “Si può fare!“.

“Potremmo definire il social business come un’impresa che non produce perdite, non distribuisce dividendi e che opera esclusivamente per raggiungere un determinato obiettivo sociale.” (Yunus M., 2010 ‘Si può fare!’  p.18)

A partire da questa definizione il primo dubbio che sorge è relativo alla sostenibilità economica di un mondo in cui esista solo il modello social business. Il premio Nobel è chiaro, non è serio pensare ad un individuo mosso esclusivamente da motivi altruistici, ma nemmeno esclusivamente da desideri di massimizzazione dell’utile personale. Per questo, una teoria economica realistica deve tenere conto sia del modello di impresa for profit che di un modello altruistico.

Giusto di un non meglio specificato modello di impresa altruistica. Qui sorge il secondo dubbio, perché inventarsi il social business quando il mondo è pieno di ONG e di coop con fini sociali che operano con successo da tempo?

La risposta a questa domanda si può cercare leggendo e capendo i sette principi del social business proposti da Yunus:

  1. L’obiettivo dell’azienda è il superamento della povertà o la risoluzione di uno o più problemi sociali importanti come: istruzione, sanità, accesso alle tecnologie, ambiente. E non la massimizzazione dei profitti.
  2. L’azienda deve raggiungere e mantenere l’autosufficienza economica e finanziaria.
  3. Gli investitori hanno diritto solo alla restituzione del capitale inizialmente investito senza alcun dividendo.
  4. Quando una quota di capitale viene restituita, i profitti relativi restano di proprietà dell’azienda che li impiega nell’espansione e nel miglioramento della propria attività.
  5. L’azienda si impegna ad adottare una linea di condotta sostenibile dal punto di vista ambientale.
  6. I dipendenti dell’azienda percepiranno salari allineati alla media di mercato e godranno di condizioni di lavoro superiori alla media.
  7. E’ importante che tutto questo venga fatto con gioia.

Direttamente conseguente alla comprensione dei sette principi si possono spiegare i punti di svolta di un social business rispetto ad una generica impresa sociale:

  • Il social business deve raggiungere sostenibilità economica e finanziaria (principio 2): ciò vuol dire che un progetto deve avere un piano di sviluppo che gli consenta di pareggiare il bilancio nel più breve tempo possibile in modo da non richiedere investimenti e capitalizzazioni frequenti da parte dei soci.
  • L’azienda non distribuisce dividendi, questo accorgimento oltre a garantire l’accesso ai prodotti e ai servizi anche alle persone in difficoltà economica, grazie al reinvestimento dei profitti, consente una libertà di movimento senza pari da parte degli amministratori che non incorreranno mai nel conflitto di interessi tra garantire dividendi e perseguire l’obiettivo sociale.
  • Un ulteriore punto di svolta è il riconoscimento che gli impiegati dell’azienda lavoreranno a salari concorrenziali e soprattutto in condizioni lavorative superiori alla media, ciò dovrebbe garantire l‘attrazione dei talenti migliori e il mantenimento di uno spirito sociale profondo.

Building Social Business

Infine, se vi state chiedendo come sia possibile affascinare gli investitori per raccogliere il capitale iniziale senza promettere la distribuzione di dividendi allora ecco la risposta. I capitali si possono attrarre con la promessa del proprio agire sociale e con l’impegno a diventare sostenibili in breve. Detto altrimenti, il social business promette di servirsi di un solo investimento (o quantomeno di pochi investimenti iniziali) a fronte di continue ricapitalizzazioni tipiche di altre imprese sociali. Questo comportamento (che deriva dai principi 2, 3, 4) consente di liberare i fondi destinati agli investimenti successivi al primo, permettendo agli investitori di decidere liberamente come e se impiegarli.

Il libro segnalato qui a fianco contiene molti esempi di social business di successo, se proprio siete pigri ecco un link, Cure Thalassemia fondata proprio da Eugenio La Mesa (che vi racconteremo nel dettaglio in un prossimo post).

Se volete approfondire ulteriormente qui c’è il sito della sezione italiana delle attività di Yunus. Qui invece un intervento di Eugenio La Mesa che prova a raccontarvi quello di cui abbiamo parlato in questo post. E qui un altro esempio di social business di successo.

In conclusione vi racconto la vision di Yunus del mondo nel 2030 (è una vision e va presa come tale):

“Un mondo in cui non ci sia più neanche un povero, un mondo in cui gli oceani, i laghi, i fiumi e l’aria non siano più inquinati, un mondo in cui nessun bambino debba più andare a letto senza cena, un mondo in cui non capiti più di dover morire anzitempo per una malattia che potrebbe essere curata, un mondo che pensi alla guerra come cosa del passato, un mondo in cui si possano attraversare liberamente tutte le frontiere, un mondo senza più analfabeti e in cui le nuove tecnologie consentano a tutti un facile accesso all’istruzione, un mondo in cui i tesori delle nuove tecnologie siano a disposizione di tutti.” (Yunus M., 2010 ‘Si può fare!’ p. 252)

Credo che questo post offra molti spunti di riflessione su come un modello di impresa innovativa possa spingere ancor di più l’economia tradizionale verso una direzione sociale.

Alcune delle differenze tra social business e impresa sociale sono sottili ma hanno degli effetti fondamentali sul processo organizzativo e produttivo. Se possiamo essere sicuri dell’applicabilità del modello impresa sociale, grazie alle mille esperienze di successo che vediamo tutti i giorni, al contrario, il modello di social business non ha preso molto piede in Italia: mi piacerebbe sapere cosa ne pensate… Quali sono i motivi di questa difficoltà? E’ un modello che può funzionare? Avrebbe effetti positivi sulla società?

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