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Ragionamenti

Open Data è accesso libero, non comunicazione

partecipazioneIl 23 febbraio è la data del terzo Open Data Day, il giorno in cui tornano al centro dell’attenzione i temi dell’agenda digitale europea e gli impegni che concernono anche la “rivoluzione digitale” che investe la Pubblica Amministrazione italiana a tutti i livelli territoriali di governo. Per i suoi risvolti contraddittori merita attenzione il legame fra il processo di Open Data e la funzione di informazione e comunicazione pubblica che gli enti devono attivare e mantenere come servizio di valenza strategica. Su questo particolare ambito è venuto infatti a comporsi, fino a oggi, un quadro di norme che, nella cornice filosofica del Codice dell’Amministrazione Digitale del 2005, ha dato spazio a esigenze normative causate da fattori diversi dall’innovazione in se stessa (dalla crescita economica alla lotta a corruzione e costi della politica), con un risultato discutibile.
L’Articolo 18 della comunicazione pubblica
Nel contesto della P.A. digitale, anche chi si occupa di comunicazione pubblica deve fare i conti con un Articolo 18. Si tratta di quello del Decreto Sviluppo 2012, per il quale le P.A. italiane devono pubblicare online, in formato aperto, tutti i dettagli delle spese superiori a mille euro. L’impatto di questa norma è effettivamente simile a quello della ben più celebre disposizione che concerne i lavoratori, perché obbliga la P.A. a un passo senza precedenti verso la completa trasparenza della sua vita quotidiana. Per un Comune medio spendere 1.000 euro per una fornitura, un contributo o un servizio è frequente come per una famiglia acquistare un vestito. Lo scopo della misura è quello di assicurare ai cittadini un controllo diffuso sull’operato degli amministratori ispirato al mantra che accompagna la riforma della P.A fin dal 1990: efficacia, efficienza, economicità, correttezza, buon andamento, trasparenza.
Arrivare a questo flusso di informazioni è tecnicamente molto semplice: dal 2 gennaio di quest’anno ogni giorno le home page dei siti internet istituzionali riportano elenchi di deliberazioni e di determinazioni, vi si citano estremi e importi di fatture pagate, vi si offrono disciplinari di incarico e contratti di appalto o di cottimo fiduciario in forma integrale.
Essere liberi di accedere non basta
A proposito: qual è la differenza fra appalto e cottimo fiduciario? E che cosa vuol dire la clausola che affida all’appaltatore i lavori di “scarifica a fondo del manto d’usura”? Saperlo potrebbe migliorare la percezione che il mantra della buona amministrazione sia stato rispettato? Alle risposte dovrebbero essere dedicate le strutture di comunicazione come l’Ufficio per le Relazioni con il Pubblico, ma le risposte non sono così facili da trovare. Gli uffici e le strutture destinate alla comunicazione diretta con i cittadini esistono dal 2000, grazie a una legge (la n.150) che fu a suo modo lungimirante. Nel 2000 non c’era stato un giorno chiamato Undici Settembre, non esistevano Facebook, gli smartphone e l’iPad. Un’altra era geologica, ed era solo 13 anni fa! Eppure quella legge e la successiva direttiva dell’allora ministro Franco Frattini obbligavano la P.A. a dotarsi di strutture di facilitazione della comunicazione interna ed esterna da creare, governare e interpretare con risorse umane appositamente formate e aggiornate. Alla comunicazione si doveva destinare non meno del 2% del bilancio dell’ente (il 2 per cento, avete letto bene), perché la comunicazione e l’informazione ai cittadini rappresentano un livello essenziale delle prestazioni fra quelli sanciti dalla Costituzione. Non passò molto tempo però prima che su tutto calasse l’ombra inquietante della revisione della spesa pubblica. Nel 2011 le riduzioni hanno riguardato gli incarichi esterni, la formazione e le spese per attività comunicativo-pubblicitarie e relazioni pubbliche. A onor del vero una circolare dell’allora sottosegretario Paolo Bonaiuti spiegò chiaramente che le attività di comunicazione istituzionale non erano soggette alle riduzioni previste ma a quel punto era divenuto difficile stabilire, per la grande maggioranza degli amministratori locali, dove cominciasse la comunicazione pubblica e dove finisse quella di pura immagine nei periodici comunali, negli opuscoli e nelle campagne destinate a promuovere servizi e iniziative pubbliche, realizzati da grafici e tecnici della comunicazione, che purtroppo erano spesso espressioni di segreterie politiche più che elementi di riconosciuta professionalità. Quando l’ombra della spending review sembrava avere oscurato tutte le speranze di amministratori e dirigenti, consapevoli di non avere più risposte soddisfacenti per i cittadini, ecco spuntare l’Open Data: la P.A. diventa digitale, sparisce l’albo pretorio cartaceo e gli enti sono autorizzati ad esaurire i propri doveri di comunicazione con l’aggiornamento dei siti internet istituzionali, dove pubblicano informazioni sui servizi e sezioni dedicate alla trasparenza della loro attività. Non c’è più bisogno di consulenti esterni, perché intanto gli applicativi di amministrazione dei siti internet sono diventati accessibili anche senza una particolare formazione per il caricamento di elenchi di documenti in formato .pdf e di brevi testi descrittivi dei servizi. E poi c’è tutto il mondo social che, se consente a un adolescente di creare profili e pagine digitali in un amen, non richiede una costosa formazione per il personale che si occupa di comunicazione. Insomma, si aggiornano i cittadini risparmiando il più possibile.
È una rivoluzione ma sembra un’involuzione
Eppure qualcosa non va. All’improvviso ci si rende conto che all’Ufficio Relazioni con il Pubblico gli utenti arrivano ancora, chiamano e chiedono di sapere. Chi è più incline all’uso della tecnologia digitale non prende d’assalto le pagine dei siti; anzi, sono certamente più numerosi coloro che all’operatore di sportello dicono di non avere un collegamento a internet oppure di averlo troppo lento. Il digital divide colpisce duramente: in Italia tiene 40 famiglie su 100 e intere zone geografiche lontane dalla banda larga, dalla ADSL e perfino dal segnale della tv digitale terrestre. Diventa evidente che liberare l’accesso ai documenti e comunicare non sono la stessa cosa. Le strutture di comunicazione pubblica rimangono i luoghi dell’osmosi fra trasparenza e comunicazione. Luoghi cui non si può rinunciare in nome del risparmio, perché il pubblico connesso alla rete è solo una minoranza mentre alla P.A. la cittadinanza pone molte domande e molto diverse da quello che c’è scritto sui freddi siti istituzionali.
Dov’è la rivoluzione digitale della P.A., allora? Sembra un paradosso ma non corre sui fili della Rete e fra i microprocessori. O meglio, Rete e byte possono essere le sue vene e il suo cuore ma c’è un tessuto connettivo fatto di relazioni umane a renderla efficace: la capacità di spiegare, di ascoltare, di raccogliere le esigenze e di farne una strategia di miglioramento dei servizi. Le funzioni che quella legge di un’era geologica fa delineava sia nei principi che nelle figure, che ora rischiano di essere proiettate senza paracadute nell’era geologica nuova.
Se molte strutture di comunicazione hanno innegabilmente fallito, la via della risalita non è nella libera circolazione dei dati pubblici in se stessa. Alla P.A. i cittadini non chiedono di poter leggere documenti ma di poter conoscere e condividere – per poi partecipare quando lo ritengano necessario od opportuno – in un contesto così denso di messaggi da apparire assordante. All’alba del terzo Open Data Day, invece, trovano dall’altra parte del tavolo un interlocutore che per risparmiare ha considerato trasparenza e comunicazione come semplici sinonimi.

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Informazioni su diegofasano

nato nel 1969. Giornalista pubblicista, scrittore, per alcuni anni sceneggiatore di fumetti. Dal 2001 si occupa di comunicazione pubblica, relazioni con i media e ufficio stampa in enti pubblici.

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