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Letture, Ragionamenti

“Come sopravvivere nell’era digitale” di Tom Chatfield

“You know the first and greatest sin of the deception of television is that it simplifies; it diminishes great, complex ideas, stretches of time; whole careers become reduced to a single snapshot. At first I couldn’t understand why Bob Zelnick was quite as euphoric as he was after the interviews, or why John Birt felt moved to strip naked and rush into the ocean to celebrate. But that was before I really understood the reductive power of the close-up, because David had succeeded on that final day, in getting for a fleeting moment what no investigative journalist, no state prosecutor, no judiciary committee or political enemy had managed to get; Richard Nixon’s face swollen and ravaged by loneliness, self-loathing and defeat.
The rest of the project and its failings would not only be forgotten, they would totally cease to exist.”

– Frost/Nixon

Nel (bel) film di Ron Howard citato in apertura, James Reston Jr. racconta con un certo grado di amarezza il potere che la TV ha di semplificare la realtà, riducendo idee complesse a singoli fotogrammi e azzerando la profondità di un concetto con una sola inquadratura.

Sono passati quasi quarant’anni dai giorni in cui le interviste di Jack Frost, scritte insieme a Reston, affossarono definitivamente l’immagine di Richard Nixon, e la TV è stata ormai per molti versi sorpassata da nuove tecnologie digitali.
Quello che non è sorpassato è lo spirito di chi cerca di porsi in maniera critica nei confronti delle innovazioni, di qualunque tipo esse siano, provando a coglierne gli aspetti positivi per le nostre vite senza rovesciare l’elenco delle priorità, tenendo cioè ben presente che uno strumento ha senso quando è al servizio della vita reale e non viceversa.

Tom Chatfield, giornalista e scrittore inglese interessato ai temi della tecnologia, si colloca in maniera netta all’interno di questa cerchia di fruitori critici, e il suo libro Come sopravvivere nell’era digitale rappresenta un piccolo e interessante compendio per chiunque voglia approcciarsi alle innovazioni tecnologiche con un occhio diverso da quello dell’entusiasta a tutti i costi (se vi interessa approfondire, QUI trovate un interessante video in cui l’autore presenta il suo volume).

In apertura Chatfield pone l’attenzione su una questione talmente banale da essere finita nel dimenticatoio, ovvero il fatto che le innovazioni tecnologiche sono arrivate e si sono avvicendate in una maniera talmente rapida da lasciare completamente spiazzata la riflessione sociale sull’argomento. Oggi, dice l’autore, “dal punto di vista intellettuale, sociale e legislativo siamo indietro di anni, se non di decenni, rispetto ai fatti del presente”.
Si tratta, a mio avviso, di una considerazione interessante, capace di rendere evidente il fatto che di fronte a modificazioni sociali di questo tipo ci troviamo spesso in mancanza di criteri di lettura adatti a permetterci di interpretare una realtà che si è improvvisamente messa a correre molto più veloce che in passato e, soprattutto, molto più veloce di noi.

Il libro, pur condensandole in una quantità di pagine non eccessiva, riesce a presentare una carrellata piuttosto ampia sulle questioni aperte dalla riflessione sul rapporto fra uomo e tecnologia, ma in questa sede vorrei concentrarmi su un paio di esse, ovvero la connessione costante con la rete e la conseguente sovrabbondanza di informazioni prodotta.

Rispetto al primo punto c’è da considerare un evento che ha segnato una differenza fondamentale fra il prima e il dopo, ovvero l’avvento degli smartphone.
Se prima, infatti, la connessione alla rete richiedeva una serie di operazioni espressione di una volontà da parte dell’utente, la diffusione di smartphone e tablet ha reso internet una realtà pervasiva e integrata costantemente con la vita delle persone, una realtà in cui è la disconnessione a richiedere un atto di volontà.
Secondo Chatfield questo ci consente di sperimentare due modalità fondamentalmente diverse di stare al mondo, uno stato connesso e uno non connesso. Limitarsi semplicemente a deplorare l’uno o l’altro non serve a niente, perché ognuno dei due offre potenzialità e possibilità diverse. Quello che possiamo, e dobbiamo fare è invece interrogarci in maniera seria e serena su quali aspetti della nostra vita possano avvantaggiarsi dell’una piuttosto che dell’altra modalità.

In un mondo che è costantemente connesso alla rete, e che costantemente ci lega agli altri, la totale sovrabbondanza di informazioni è una conseguenza inevitabile.
L’autore svela a riguardo una statistica che ha dell’incredibile. Nei 500 anni trascorsi dell’invenzione della stampa sono stati pubblicati circa cento miliardi di libri, tenendo conto delle diverse edizioni e delle diverse lingue. Ebbene, quel volume di informazioni equivale a meno di un mese dei contenuti che vengono attualmente caricati sulla rete.
Si tratta di una quantità di informazione difficile anche da immaginare e che, fatte le dovute proporzioni, perché è evidente che ognuno di noi riceve una minima parte di tutti quei contenuti, ci lascia facilmente immaginare come il rischio di essere soverchiati non sia un semplice allarme lanciato dai catastrofisti.
Ma il passaggio realmente inquietante è quello che discende direttamente da quello precedente, e che riguarda le strategie che necessariamente dobbiamo mettere in atto per proteggerci e trattare in maniera proficua questo oceano informativo.

Secondo l’autore, infatti, la strada che naturalmente siamo portati a intraprendere di fronte a questa situazione è quella della semplificazione. Spinti dalla necessita di elaborare in tempi sempre più rapidi una quantità sempre maggiore di dati l’unica cosa che possiamo fare è semplificare al massimo sia l’informazione che il processo elaborativo. Al di là degli effetti immediati sulla qualità della conoscenza, meno ragionata e approfondita, la vera questione che ci troveremo ad affrontare riguarda gli effetti di una tale modalità di funzionamento applicata alle relazioni umane.
Spinti da questo assoluto rifiuto della complessità potremmo alla fine perdere la capacità di chiedere a noi stessi e agli altri qualcosa che vada oltre l’estrema semplificazione.
Si tratta di parole forti, ma che non è difficile sentire risuonare in maniera allarmante se osserviamo quanto e come sono cambiati negli ultimissimi decenni i modi e la qualità dello stare insieme.

Il libro di Chatfield tratta poi numerose altre questioni, ma vorrei limitare il senso di questo post alle due sollecitazioni che vi ho presentato.
Al di là della posizione personale che ognuno di noi ha sui temi trattati, credo sia utile interrogarsi sgombrando la mente da preconcetti. Ma, soprattutto, credo sia utile farlo insieme, parlandoci e coinvolgendoci in una riflessione comune che non abbia paura di affrontare la complessità.

Ho la convinzione che si tratti dell’unico modo che abbiamo per indirizzare l’evoluzione tecnologica su una strada che la porti verso il bene di tutti, e non verso il bene di ognuno.

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Informazioni su Luciano Barrilà

Psicologo. Sono socio di Pares, società cooperativa in cui mi dedico allo studio dell'innovazione sociale e dei rapporti in continua evoluzione tra esseri umani e tecnologie.

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