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Anna Omodei

Socia di Pares, società cooperativa di formazione, ricerca, consulenza e documentazione. Supporta le persone e le organizzazioni sui temi della conciliazione famiglia-lavoro (tempi di vita), sul benessere organizzativo e sulla qualità del lavoro. Lavora per facilitare gli avvicendamenti e le transizioni che investono le organizzazioni a livelli apicali e intermedi. Dal 2012 collabora con il Dipartimento di Sociologia dell’Università degli Studi di Milano Bicocca nel supporto alla didattica del corso di psicologia sociale e nella realizzazione di ricerche sul campo sui temi della salute e dei servizi socio-sanitari.
Anna Omodei ha scritto 23 articoli per Fai un salto

Una dieta mediatica equilibrata: educare alla tecnologia.

Il punto di vista di Mauro Cristoforetti*, Unità Minori e Nuovi Media di Save the Children Italia.

Mauro CristoforettiIn questo blog abbiamo toccato il tema ‘minori e tecnologie’ con il post Adolescenti, spazi d’ascolto e nuove tecnologie che se da un lato mostra come gli strumenti tecnologici presentino indiscutibili vantaggi nell’ampliare le possibilità di comunicazione e ascolto, dall’altro ne mette in luce i possibili rischi.

Riteniamo sia importante affiancare alla riflessione sugli atteggiamenti nei confronti delle tecnologie, un approfondimento sull’educazione dei minori (nativi digitali) all’uso delle tecnologie per tutelarli dai possibili rischi.

Per tali ragioni nel corso del Festival della Famiglia 2012 abbiamo raccolto il punto di vista di Mauro Cristoforetti che si occupa della formazione ai diritti dei bambini nell’ambito delle nuove tecnologie, applicando le metodologie che sono state sviluppate negli anni da Save the Children Italia, dal 2004 centro nazionale per la sicurezza on line dei minori.

Se dico ‘innovazione’ cosa ti viene in mente?
Per deformazione penso ai nuovi media, alle possibilità di comunicazione che ci offrono. In un secondo momento penso a qualcosa che semplifica la vita. Non necessariamente deve essere collegato alla tecnologia, ma a qualcosa che è nuovo, che prima non c’era e che migliora la vita delle persone.

Quali sono i vostri destinatari?
Noi lavoriamo a contatto con tutte le agenzie educative che hanno a che fare con i nuovi media e con i ragazzi minori. Inoltre, ci rivolgiamo primariamente ai giovani, con i quali abbiamo un contatto diretto: organizziamo laboratori per i bambini dalle elementari fino ai ragazzi delle superiori, in un contesto sia scolastico che extra scolastico. Ma i nostri destinatari sono anche coloro che dovrebbero occuparsi quotidianamente della loro educazione come gli insegnanti e i genitori e non ultime le aziende che si occupano di nuovi media (Google, Facebook, Telecom, Vodafone, Wind, Tre, e le Associazioni che sul territorio nazionale) che riusciamo a raggiungere attraverso il comitato consultivo di Save the Children.

Quali sono le principali questioni che affrontate quando si parla di minori e nuovi media?
Le tecnologie stanno sconvolgendo il modo di comunicare e di approcciarsi delle persone, ma rimane il fatto che le dinamiche relazionali sono le stesse e rispondono a bisogni che sono sempre esistiti. Ciò che fa la differenza è come ogni persona singolarmente soddisfa questi bisogni con le tecnologie e i rischi ad esso collegati: la possibilità di adescamento, i contatti con persone sconosciute, i contenuti inadeguati, il cyber bullismo, la dipendenza per uso eccessivo di queste tecnologie.

Qual è il vostro orientamento?
Lavorando sulle persone, cerchiamo di capire il significato dell’uso di questi strumenti all’interno di uno specifico contesto. Proviamo a chiederci fino a che punto questi strumenti hanno una valenza funzionale alla loro vita: ad esempio se ho cento amici, che poi contatto anche su Facebook va bene; se invece ho cento amici però smetto di vederli perché li sostituisco con delle persone che ho conosciuto on line e mi perdo la realtà del quotidiano, allora devo cominciare a preoccuparmi perché a volte sostituisco la mia vita e la mia realtà al mondo che trovo su Internet.

La questione dei minori, tv e videogiochi è molto dibattuta. Spesso si leggono atteggiamenti totalmente a favore o totalmente contrari. Cosa ne pensate?
La nostra posizione è analoga: cioè è necessario vedere che significato hanno nella loro vita “quanto ci stanno?” “Come ci stanno?” È chiaro che se loro sono abbandonati davanti alla televisione o ai videogiochi e questi strumenti sostituiscono il genitore, non va bene. Inoltre ci sono i programmi, i cartoni animati che devono essere adeguati alla loro età: ad esempio per i videogiochi c’è il Pegi che li classifica in base all’età, ai contenuti specifici; ogni videogioco venduto in Italia deve essere classificato per il contenuto (presenza di parolacce, contenuto sessuale, gioco d’azzardo on line) e per età. Se a quattro anni il bambino gioca quattro ore al giorno al videogioco non va bene ma se lo fa con il papà per un quarto d’ora, venti minuti, si inserisce in una dieta mediatica che deve essere fatta di videogiochi, di tv e poi anche di gioco vero.

Guardando al futuro, in questo ambito, quali sono i passi da fare da un punto di vista educativo?
Dal punto di vista educativo l’ideale sarebbe che i genitori cominciassero ad approcciarsi a questi strumenti senza paura e accompagnando i propri figli passo passo, come si fa per l’educazione stradale. A tre anni gli si insegna ad attraversare la strada dandogli la mano guardando a destra e a sinistra, ma non lo si lascia mai da solo ad attraversare la strada. Quando cresce lo farà da solo; il genitore gli avrà insegnato le regole e piano piano inizia a fidarsi. Allo stesso modo quando si va su Internet le prime volte lo si fa insieme; quando il figlio cresce nemmeno lui vorrà più il genitore vicino, ma è giusto. Avrà già tutti gli strumenti che sono utili per muoversi in autonomia. Sta tutto nel capire che alla base non ci sono questioni ‘tecniche e tecnologiche’ ma soprattutto emotive e relazionali: su Internet i ragazzi e gli adolescenti vanno per stare in compagnia dei loro amici anche quando non hanno la possibilità di stargli vicino fisicamente.
I genitori, non dovrebbero né avere paura di queste nuove tecnologie né fidarsi troppo alla cieca. Dovrebbero capire qual è il giusto livello, per l’età dei loro figli, tra controllo e autonomia, ma dipende molto anche dai genitori, per esserci su queste cose, devono esserci in senso più generale.
Per quanto riguarda l’ambito scolastico, in questo periodo ci chiedono molto di lavorare sul cyber bullismo, quindi evidentemente sta diventando un problema un po’ più forte. Poi, stiamo per iniziare a utilizzare la peer to peer education per affrontare queste tematiche, sfruttando le competenze dei ragazzi stessi. Il nuovo progetto è ormai partito e raggiungeremo tutte le regioni italiane nei prossimi due anni.

*MAURO CRISTOFORETTI lavora nella cooperativa EDI – educazione ai diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, e si occupa della formazione dei bambini e degli adulti per Save the Children sul tema dei nuovi media

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Storie d’innovazione: la cooperativa Eiteam


EITEAM è una cooperativa di tipo B che si pone l’obiettivo di accogliere, educare e rendere autonomi ragazzi adolescenti e giovani con problematiche di disagio relazionale, cognitivo, familiare e più genericamente sociale. I concetti chiave che la descrivono sono: squadra, professionalità e attenzione alla relazione con i colleghi e i clienti.

Abbiamo intervistato Tiziana Schiavon per farci raccontare il suo punto di vista sull’innovazione applicata al sociale, caratteristica che ha contraddistinto la cooperativa sin dalla sua nascita: “A differenza di molte cooperative, che nascono a partire dalle esigenze di un territorio, Eiteam si costituisce nel 2005 a partire dalla professionalità di un gruppo che unisce capacità educative e competenze informatiche”.

Inoltre Eiteam, tra gli altri servizi, si occupa di anche di archiviazione documentale, tema trattato in questo blog da Luciano Barrilà che propone una riflessione su e-reader ed e-book per l’impresa sociale, per conservarne la memoria storica.

Per un’organizzazione che lavora a stretto contatto con la tecnologia e con il sociale, cosa significa innovazione?

Abbiamo pensato all’innovazione come a un discorso di tecnologia, di informatica e di processi che può essere messo al servizio di altri. L’innovazione passa anche dagli strumenti attraverso cui è possibile attivare nuovi servizi o reinventarne modalità più efficienti di erogazione. Ad esempio, attraverso attività di archiviazione documentale, trasformiamo tutto ciò che è carta in un documento digitale. È una sfida poiché la personalizzazione, la programmazione viene svolta da professionisti in collaborazione con altri soggetti che, in situazioni di disagio e senza particolari qualifiche, stanno apprendendo e sviluppando un metodo per lavorare sulla trasformazione dei documenti”.

Quale rapporto avete con il mondo cooperativo?

“La cooperazione di tipo B nasce come produzione-lavoro: la si associa allo sfalcio del verde, alla questione smaltimento rifiuti, logistica, trasporti, pulizie… Si fatica a capire che un processo produttivo, anche di pulizia, organizzato e processato a livello informatico può dare un ritorno di qualità. Come vedo il mondo cooperativo? Lento nell’affrontare il cambiamento…

Noi stringiamo partnership per lo più con realtà non cooperative, che però hanno mostrato un valore etico più elevato rispetto all’ambiente con cui dovremmo dialogare. Collaboriamo cercando nuove forme di sviluppo a livello software, programmazione. Tuttavia, per me la possibilità di collaborazione con cooperative è positiva, benché faticosa, perché a volte ci vuole tempo per trovare il partner giusto”.

Noi lavoriamo di più con il mercato privato e il dialogo con le cooperative verte di più sulle modalità d’inserimento lavorativo o gare d’appalto.

Se doveste fare un salo innovativo, cosa scegliereste?

“Vorremmo farci conoscere sul territorio e puntare su collaborazione e partnership. Siamo piccoli e il passaparola è lo strumento per farti conoscere o presentarti in modo diverso agli altri. Ci sembra importante creare politiche di contratti di rete, modalità di condivisione, come in un certo senso vuole fare il blog Fai un salto. Dare queste info e condividere, dare la possibilità di conoscersi e interessarsi. L’obiettivo di questo salto è allargare il livello di conoscenze”. 

Adolescenti, spazi d’ascolto e nuove tecnologie

Questa settimana pubblichiamo l’estratto di un’intervista a un’operatrice che lavora in una Onlus, la cui mission è dare la possibilità ai bambini e agli adolescenti di avere uno spazio in cui raccontare di sé, delle proprie difficoltà o curiosità, offrendo a tutti i minori uno spazio di ascolto e di consulenza, sia tramite telefono sia attraverso la chat.

Sul web sono rintracciabili due recenti iniziative, sebbene meno strutturate, sul tema delle nuove tecnologie a supporto della relazione d’aiuto:

  • Telefonogiovane ha avviato a maggio 2012 ‘Social Net Skills’ un progetto interregionale, finanziato dal ministero della Salute. 
Si tratta del primo servizio pubblico gratuito di sostegno psicologico basato su un social network rivolto ad adolescenti e gestito da adolescenti, con il supporto di psicologi, medici ed esperti di comunicazione. (Fonte La Nazione – Firenze).
  • Invece, il 13 giugno 2012 in occasione del convegno scientifico organizzato dall’Ordine degli Psicologici della Campania, si è preso in considerazione la possibilità di realizzare un consulto psicologico online attraverso chat e videochiamate. (Fonte: Asca).

Ci pare importante considerare le ragioni e le modalità che portano le organizzazioni che operano nel sociale ad innovarsi, aprendo nuovi canali in termini di strumenti, di processi e di modalità comunicative per rispondere alle esigenze dei nativi digitali. Di seguito l’estratto dell’intervista.

Com’è nata l’idea di affiancare uno spazio d’ascolto in chat alla consulenza telefonica?
Il servizio di consulenza e ascolto tramite la chat è relativamente recente; è stato introdotto da un anno e mezzo circa. Si può quindi dire che siamo ancora in una fase “sperimentale”.

La decisione di introdurre il servizio di chat è stata presa dai vertici della Onlus dopo molte riflessioni. L’esigenza di introdurre un nuovo tipo di servizio credo che sia stata dettata dalla constatazione che i ragazzi fanno un uso sempre più crescente delle nuove tecnologie. Aprire nuovi canali di comunicazione con i ragazzi, significa anche poter ampliare il bacino di potenziali utenti. La chat permette di offrire uno spazio anche a quei minori che fanno fatica a confidarsi telefonicamente.

Come funziona?
Accedere alla chat è molto semplice, e lo si fa attraverso il sito dell’organizzazione. Prima che sia possibile parlare con un operatore, una schermata spiega quali sono le regole della chat; spiega all’utente chi è la persona con cui andrà a chattare, quali sono gli orari e le modalità di funzionamento del servizio, e ricorda la possibilità di rimanere anonimo durante tutto il corso della chat. L’utente, infatti, non è obbligato a scrivere il proprio nome, ma può scegliere di utilizzare un nickname.

Come è stata accolta dagli operatori? E dagli utenti?
Dagli operatori credo che la chat sia stata accolta un po’ come una nuova sfida; sicuramente diversifica il lavoro, rendendolo meno monotono. Certo, questo con tutte le difficoltà date dal fatto che gestire un nuovo servizio richiede sempre una continuo apprendimento sul campo, e questo a volte è una fatica maggiore. Ma, come dicevo prima, è anche una sfida interessante. Gli utenti stanno imparando a conoscere questo servizio col tempo, assieme a noi. Le richieste e i contatti aumentano mano a mano che il servizio si consolida, e ho l’impressione che la possibilità di chattare sia una cosa che ai ragazzi piace. Ci si rende conto che loro sono abituati a farlo, hanno una buona confidenza con questo tipo di tecnologia (purtroppo, in alcuni casi, a discapito anche della loro sicurezza, dato che spesso non conoscono i rischi legati alla rete) e questo servizio ben si avvicina al loro abituale modo di raccontarsi.

Come gli utenti utilizzano la chat? Quali richieste arrivano?
Un po’ come accade per il servizio di consulenza telefonica, è difficile dare un’idea precisa riguardo alle tipologia di richieste che arrivano in chat, perché sono davvero tante e diversificate. Si può dire che ogni contatto è un caso a sé, e le richieste che i ragazzi fanno non sono mai una uguale all’altra. Caratterizzandosi per un servizio che offre uno spazio di ascolto, i ragazzi raccontano qualsiasi cosa è importante per loro in quel momento; a volte si tratta di difficoltà o curiosità che fanno parte della normale vita quotidiana, altre volte riportano problematiche che necessitano un intervento più specifico e mirato.

Quali sono a tuo avviso i punti di forza e i limiti del nuovo strumento?
Penso che il grande punto di forza del servizio di chat sia proprio quello di dare la possibilità di confrontarsi con un adulto, un operatore, anche a quei ragazzi che fanno fatica a parlare al telefono. L’idea di raccontarsi tramite il computer, dà ai minori una garanzia maggiore di anonimato; l’operatore non ha indizi per riconoscere un ragazzo, se non quelli che quest’ultimo decide di fornire scrivendo. Forse c’è da parte dei minori l’idea di avere la possibilità di controllare meglio quello che vogliono raccontare o rivelare di sé. Credo che i limiti maggiori di questo servizio non siano tanto per gli utenti, quanto per gli operatori. È più difficile, infatti, per noi riuscire a ottenere alcuni indizi, come quelli relativi allo stato emotivo del minore, solo attraverso lo scritto; mentre al telefono ci sono, oltre al verbalizzato, tutta un’altra serie di indicatori (il tono di voce, ad esempio), in chat ci si deve basare solo sullo scritto.
Tuttavia credo che la tendenza sia proprio quella di cercare sempre maggiori canali per arrivare ai ragazzi.

 

Nuove tecnologie per la formazione e l’educazione – Terzo resoconto del workshop “l’innovazione informatica nei mondi sociali” – Rovereto

Nelle precedenti puntate vi ho raccontato “i gestionali per l’impresa sociale”, e “i nuovi media e lo sviluppo di comunità”. Questa settimana ecco il resoconto del terzo (ed ultimo) round tematico svoltosi nell’ambito del workshop promosso da Fai un salto sull’innovazione informatica nei mondi sociali (26 marzo 2012). A tema le nuove tecnologie per la formazione e l’educazione.
Vediamo più nel dettaglio le innovazioni presentate dalle due organizzazioni coinvolte.

LiTsA

LiTsA è un laboratorio di innovazione Tecnologica a supporto dell’Apprendimento (Università di Trento), in cui il sapere condiviso e la sperimentazione nella scuola si coniugano con l’utilizzo di Software Libero e Open Source.
LiTsA coordina il progetto Olimposs, voluto dal Dipartimento Istruzione e dal Dipartimento Innovazione, che si propone di sostenere una rete sostanziale tra le scuole per innovare la didattica attraverso le tecnologie.
Tra le realizzazioni citiamo il sistema aperto WiildOs che si propone di usare qualsiasi hardware (LIM, tablet, PC, proiettori interattivi, etc) per realizzare oggetti didattici digitali e in questo specifico caso per innovare le lavagne interattive. Si tratta di un vero ambiente d’apprendimento realizzato grazie al lavoro cooperativo di molti insegnanti, ricercatori, tecnici e appassionati. Ciò che cambia è il metodo di apprendimento: ad esempio gli studenti del liceo “G. Ricci Curbastro” (RA) utilizzano il Wiimote (il controller di Nintendo Wii) per mettersi alla prova in un laboratorio virtuale di fisica. Sebbene non sia reale, è di gran lunga più formativo e coinvolgente sperimentare virtualmente invece di scrivere una relazione fondata soltanto sull’esperienza vicaria. Insomma per LiTsA l’innovazione passa dalla sperimentazione.
Nonostante la sostenibilità economica degli strumenti open source, un punto critico è rappresentato dalle difficoltà di diffonderli nelle scuole e di coinvolgere gli insegnanti nel progetto. 

Kinesis

La cooperativa sociale Kinesis, invece, presenta alcune esperienze di lavoro collaborativo a distanza (supportato da computer), modalità utili alle organizzazioni che vorrebbero: migliorare i sistemi di comunicazione interna, potenziare la fase di condivisione delle informazioni e favorire la collaborazione tra soggetti per aumentare l’efficacia delle proprie performance.
Particolarmente interessante è stato il racconto, accompagnato da esemplificazioni, delle tre fasi di cui si compone il lavoro collaborativo:

  • Comunicazione. Un passaggio particolarmente delicato, e per questa ragione da affrontare in modo graduale, è costituito dall’accesso alla piattaforma (in questo caso la piattaforma Moodle). Questa fase va accompagnata sia da una comunicazione dei dati d’accesso classica (cartacea o via email) sia con un tutoring attento.
  • Condivisione. Il passaggio successivo prevede la condivisione dei materiali tra più organizzazioni. L’archivio di file è di immediata fruizione perché organizzato in cartelle con tag rintracciabili dai motori di ricerca interni.
  • Collaborazione. Il lavoro a distanza tra più organizzazioni può avere l’obiettivo di produrre idee, scrivere documenti e apprendere metodi di lavoro: un esempio calzante è l’esperienza di scrittura del regolamento interno al contratto di rete GTS_Network che si è svolto in 12 giorni di lavoro a distanza  e 1 in presenza, ha contato 878 operazioni sul wiki tra visualizzazioni ed editing, in fasce orarie anche extra lavorative.

Ponendo attenzione allo strumento, ma soprattutto al metodo e alla reputazione di chi lo gestisce, gli strumenti per il lavoro collaborativo a distanza si rivelano particolarmente utili per la pianificazione sociale come la redazione dei Piani di Zona.

Nuovi media e sviluppo di comunità – dal workshop “l’innovazione informatica nei mondi sociali” – Rovereto

Dopo avervi raccontato “i gestionali per l’impresa sociale”, ecco il resoconto del secondo round tematico svoltosi nell’ambito del workshop promosso da Fai un salto sull’innovazione informatica nei mondi sociali (26 marzo 2012). A tema i nuovi media e lo sviluppo di comunità.

Vediamo più nel dettaglio le idee, interessanti e innovative, presentate dalle due organizzazioni coinvolte.

[Im]possible living:

[IM]possible living

[im]possible living è una startup con la mission di mappare, attraverso l’web (e una App per Iphon), gli edifici abbandonati in Italia e nel resto del mondo. La materia prima non manca: gli edifici abbandonati sono più di due milioni e l’obiettivo di [im]possible living è quello di farli rivivere creando, intorno ad ognuno, una comunità con un obiettivo comune, che in prospettiva, possa anche proporre soluzioni rispetto al riuso degli edifici.

Chi può partecipare? Come fare?
Collegandosi alla piattaforma è sufficiente iscriversi e aggiungere sulla mappa gli edifici identificati come abbandonati…meglio se accompagnati da una fotografia.

Per fare community building intorno al processo di segnalazione e riuso del bene immobile [Im]possible living utilizza anche strumenti offline: gli impossible travel, un viaggio di gruppo, in bici pieghevole, per mappare edifici abbandonati anche oltre i confini nazionali.

Quali vantaggi nel costituire una comunità?
In primo luogo si mantiene una dimensione locale promuovendo sinergia tra le agenzie territoriali e le amministrazioni per la gestione del patrimonio abbandonato: “L’abbandono costituisce una frattura del territorio”.

Secondariamente non ci sono competitor, e il rischio d’impresa è minore perché ‘chiediamo alla comunità’.
Infine il principio della piattaforma è quello sottostante a Wikipedia: raccoglie informazioni e le sistematizza trasformando il bene in bene comune.

Quale la sostenibilità del progetto?
Stiamo cercando di sviluppare una vera e propria attività d’impresa. L’intento è di riuscire a mettere a sistema risorse e multiprofessionalità, radunando tre componenti sparse per il mondo”: economica, sociale e immobiliare. È un momento delicato ma i protagonisti di questa avventura si augurano che: “Una volta avviato il processo si diffonda a macchia d’olio”.

Fondazione Ahref – piattaforma Timu.           

Un metodo per la qualità dell’informazione

Timu è una piattaforma di narrazione multimediale che raccoglie storie (create, alimentate e fruite da più persone), un social network per inchieste giornalistiche costruite dal basso che nel contempo offre un metodo per fare citizen journalism.

Due sono le specificità:

  • offre un metodo per condurre inchieste, partecipate da comunità di utenti, utilizzando le nuove tecnologie: in breve l’obiettivo è il contenuto di qualità conseguibile attraverso il rispetto delle regole di indipendenza, accuratezza, imparzialità e legalità.
  • prevede un codice etico da sottoscrivere e per tale ragione si configura come un social network con regole d’accesso non neutrali.

Ogni pesona si crea una ‘reputazione’ sulla piattaforma: definita come “il valore collettivo della affidabilità di una persona o cosa basata sul giudizio dei membri di una comunità, rispetto alle azioni passate di quella persona”. Un “sistema di reputazione” raccoglie, mantiene e dissemina “reputazioni” – valori aggregati di relazioni/interazioni passate – di ogni partecipante in una comunità o social network.

Si potrebbe dire che la reputazione sia il “curriculum vitae” che ci si costruisce all’interno della piattaforma.
In sintesi su Timu la reputazione:

  • ti dice come sei visto dagli altri dentro la piattaforma
  • premia la partecipazione all’interno della piattaforma.
  • consente di fare distinzione tra buona e cattiva informazione.
  • permette di distinguere tra utenti che rispettano o violano le regole della piattaforma.

La piattaforma prevede differenti ruoli e gradi di partecipazione in base alla reputazione: contributore, revisore e facilitatore. All’aumentare della reputazione aumentano proporzionalmente le responsabilità e si apre l’accesso a nuove parti della piattaforma.

Anziani, tecnologie e il progetto “Nonni Web”

La prima parte del post introduce il tema ‘anziani e tecnologie’ mettendo in luce la risonanza dell’argomento anche a livello europeo, mentre la seconda parte presenta ‘nonni web’, un progetto in fase di start-up della cooperativa Adelante Dolmen.

Anziani e tecnologie

In Europa il 2012 è l’anno dell’invecchiamento attivo e della solidarietà tra le generazioni. L’iniziativa ha l’obiettivo di promuovere una cultura che “valorizzi l’utile contributo degli anziani alla società e all’economia, favorendo opportune condizioni di lavoro, di partecipazione alla vita sociale e di vita sana ed indipendente”.

Anche l’Eurobarometro (gennaio 2012) dedica un numero speciale al tema dell’invecchiamento attivo e in una delle molte domande del questionario (QB34), rileva il modo in cui viene percepita la relazione tra popolazione anziana e nuove tecnologie: “Attualmente, molti servizi pubblici e altre organizzazioni utilizzano la tecnologia, come Internet o i telefoni cellulari, per interagire con i propri clienti/utenti invece di mezzi tradizionali come l’incontro faccia a faccia. Ritieni che per gli anziani questo sia un grosso ostacolo, un piccolo ostacolo o non rappresenta un ostacolo?”
Poco più della metà dei cittadini UE intervistati (53%) ritiene che, per interagire con i servizi pubblici, l’uso della tecnologia  sia uno dei principali ostacoli per le persone anziane.

Tuttavia, negli ultimi anni molti più anziani, soprattutto giovani anziani, si accostano alle nuove tecnologie e crescono anche le iniziative volte ad accompagnare questo promettente incontro.
Per citarne alcune tra le più recenti:

In generale le proposte formative in ambito informatico/tecnologico rivolte ai meno giovani rispondono, in linea con gli obiettivi europei, a differenti esigenze,:

    • di apprendimento e di consolidamento delle competenze: rientra in questa categoria sia il processo di alfabetizzazione informatica e di approccio agli strumenti sia la necessità di potenziare tali competenze per spenderle nel mondo del lavoro;
    • pratiche: legate al disbrigo di operazioni e iscrizioni online (servizi di home banking, prenotazione eventi, spesa online, ecc)
    • relazionali: sia nel creare opportunità d’incontro e socializzazione tra pari sia nel favorire lo scambio di saperi tra generazioni;
    • sociali in quanto favoriscono una maggior partecipazione alla vita pubblica;

Il progetto “nonni web”

Partendo dal presupposto che il divario digitale costituisca una moderna forma di esclusione sociale e culturale, dovuta non solo alla mancanza di copertura di rete a banda larga di alcune zone, ma anche all’incapacità o alla difficoltà nell’uso delle nuove tecnologie, Adelante Dolmen con il progetto “nonni web”, vuole strutturare iniziative formative che facilitino l’alfabetizzazione informatica degli anziani e ne migliorino concretamente alcuni aspetti di vita quotidiana.

Il corso, dal taglio molto pratico, si pone, in particolare, l’obiettivo di aumentare la conoscenza e la padronanza di servizi web volti a:

    • facilitare le relazioni sociali (le email, le newsletters, le chat, i blog, Skype, i social network);
    • ricercare informazioni (i principali motori di ricerca, i siti web d’informazione);
    • svolgere on-line iscrizioni e pratiche di vario genere (la Carta Regionale dei Servizi, l’home banking, la PEC);

I partecipanti verranno accompagnati gradualmente alla conoscenza e alla sperimentazione di strumenti web. L’organizzazione ritiene importante, oltre al tradizionale materiale cartaceo a supporto delle lezioni, trovare i fondi per mettere a disposizione un pc portatile con chiavetta per connessione a internet, avendo necessità di attivare percorsi formativi in prossimità del luogo di residenza dei partecipanti.

Il corso, a cadenza settimanale e della durata di tre mesi , è alla ricerca di sponsor necessari a coprire i costi di start-up dell’iniziativa per poter dare un servizio completo anche a livello hardware.

Per informazioni sul progetto potete scrivere a: giuseppe.crudele@adcoop.it

Gestionali per l’impresa sociale – dal workshop “l’innovazione informatica nei mondi sociali” – Rovereto

Il 26 marzo a Rovereto si è tenuto il primo workshop del 2012 promosso da Fai un salto sull’innovazione informatica nei mondi sociali con l’obiettivo di conoscere alcune interessanti realtà che, nel panorama nazionale, incrociano nel loro percorso il mondo dell’ICT e dei nuovi media con quello dell’impresa sociale. Mettiamo a disposizione il resoconto del primo round tematico sugli strumenti gestionali per l’impresa sociale. Ne seguiranno altri due sui temi: “nuovi media e sviluppo di comunità” e “nuove tecnologie per la formazione e l’educazione”.

Gestionali per l’impresa sociale

Saidea

Con alcune differenze e specificità, le tre organizzazioni coinvolte hanno presentato prodotti per la gestione e rendicontazione delle imprese sociali. In particolare:

  • Saidea informatica S.r.l ci ha parlato del sistema 381 – una Piattaforma web per organizzazioni che erogano servizi dislocati in più sedi (multi-azienda);
  • La Ringhiera, cooperativa sociale B, ha presentato Classe A – un software per la gestione informatizzata dei servizi a domicilio (qui per approfondire);
  • SIxS S.r.l.– Soluzioni Informatiche per il Sociale – ha proposto Gecos – un applicativo web per la gestione e rendicontazione informatizzata che prova a rispondere a chi quotidianamente deve gestire organizzazioni complesse (qui per approfondire).

Alle singole presentazioni è seguito un momento di dibattito che riportiamo in sintesi.

Perché specializzarsi in questo campo?

La Ringhiera

Le tre organizzazioni coinvolte hanno scelto di specializzarsi su strumenti di tipo gestionale primariamente per rispondere a una domanda di mercato, proveniente soprattutto da organizzazioni complesse, che devono gestire grandi quantità di dati e trasformarli in formati adeguati alle diverse esigenze degli interlocutori. Inoltre, questi strumenti permettono di efficientare l’impresa sociale in tempi di risorse scarse.

Quali i punti forza e le difficoltà riscontrate?

La partecipazione e il rapporto con i clienti, declinata in modi differenti dalle tre organizzazioni, è stata riconosciuta come il punto nodale dell’attività:

  • creare joint–venture tra addetti ai lavori e clienti per migliorare grazie ai feedback;
  • alimentare una community di fruitori;
  • coinvolgere i clienti nella costruzione di strumenti ad hoc;

SIxS

Per quanto riguarda le difficoltà, invece, una prima sfida è il far dialogare due mondi che parlano linguaggi diversi, quello informatico e quello sociale. Una delle organizzazioni ha parlato di ‘sincretismo evolutivo dell’impresa sociale’ in relazione alla tendenza a conciliare elementi eterogenei tra sociale e informatica.
Secondariamente non sono presenti grandi margini economici: per questo è necessario da un lato stimolare la domanda di software dedicati all’impresa sociale, oggi ancora embrionale, e dall’altro diversificare l’attività in altri ambiti.

E quando l’introduzione di un software diventa agente di cambiamento organizzativo?

Spesso l’introduzione di nuove tecnologie nell’organizzazione innesca processi di cambiamento e ristrutturazione dell’organizzazione o di alcune sue parti. Le tre organizzazioni riconoscono la necessità, in questi casi, di accompagnare l’intero processo organizzativo avvalendosi di competenze adeguate, a volte rintracciabili all’interno delle organizzazioni clienti, altre volte invece individuabili all’esterno. Si potrebbe forse immaginare una partnership tra aziende produttrici di software e società di consulenza che accompagnino il cambiamento?

Storie d’innovazione: il consorzio Progetto Liguria Lavoro

Angelo Bodra (Genova, 2012)

Un’intervista ad Angelo Bodra – direttore generale del Consorzio Progetto Liguria Lavoro  – che racconta le esperienze d’innovazione di un gruppo di cooperative liguri. 

Il Consorzio Progetto Liguria Lavoro nasce nel 1994 dall’aggregazione di un gruppo di cooperative sociali di tipo B e si consolida offrendo un ruolo di supporto alla crescita e allo sviluppo delle cooperative.
Nel 2009 cambia conformazione dividendosi in due consorzi, e Progetto Liguria Lavoro, con dieci cooperative, si afferma nell’ambito turistico e della cultura.

Se dico innovazione cosa ti viene in mente?

Curiosità e voglia di scoprire come sta cambiando la realtà in cui mi muovo.
Per quanto riguarda le organizzazioni, tutte e soprattutto quelle sociali, dovrebbero, a mio avviso, assumere un atteggiamento di apertura all’innovazione.

Secondo la vostra esperienza, quale relazione tra turismo, cooperazione e informatica?

Per quanto riguarda il turismo culturale penso a Viadelcampo29rosso, un’esperienza recente d’innovazione di una cooperativa del consorzio: se prima vi era la tendenza a fornire servizi presso strutture pubbliche e private gestite da soggetti terzi, oggi, la cooperativa, in partnership con due imprese private, ha deciso di aprire un “emporio – museo” assumendosi un totale rischio d’impresa.

Questa esperienza, in ordine di tempo, è l’ultima di un processo più ampio che ha portato le cooperative del consorzio a considerare orizzonti di mercato diversi e a confrontarsi con il consumatore finale. Oltre all’ambito culturale questo cambiamento ha interessato anche quello dell’ospitalità e della ricettività turistica con l’apertura di due ostelli (a Genova e a Framura) e, in parallelo, lo sviluppo di servizi di catering e banketing al loro interno.

Si tratta un cambiamento necessario alla cooperazione per rimanere presente e attiva sul mercato in un periodo critico. Le cooperative, che non si erano mai confrontate con questo tipo di attività e d’impresa, hanno dovuto inevitabilmente trovare nuove modalità per portare avanti anche la mission sociale.

L’informatica e il mondo dell’ICT è una delle altre frontiere che stiamo esplorando: da un lato per sviluppare l’esperienza nel settore dei contact center, servizi che offrono assistenza agli utenti nella fase l’accesso, e per supportare le attività di tipo amministrativo – gestionale; dall’altro per individuare attività semplici che  consentano di creare spazi per gli inserimenti lavorativi.

In ambito turistico con l’informatica, e in particolare con internet e i social network, stanno cambiando i canali di vendita e l’accesso al prodotto da parte dell’utenza. Sempre più persone decidono dove spendere il proprio tempo libero e acquistano direttamente tramite web. Questo richiede la capacità di essere presenti, visibili e d’interagire con l’utenza attraverso tali strumenti. Per questa ragione, oltre a costruire siti che pubblicizzino le nostre strutture, li abbiamo collegati ai principali social network, cercando di creare visibilità ma anche racconto, narrazione e aggiornamento di ciò che facciamo, mettendo in relazione tra loro le diverse attività che svolgiamo nel territorio genovese. In tal senso creiamo convenzioni circolari con l’obiettivo di sostenersi e darsi visibilità reciproca.

E se doveste fare un salto innovativo…?

Un salto innovativo per noi, e non innovativo in senso assoluto, è l’interazione, l’integrazione e la contaminazione di mondi, solo apparentemente prossimi che, invece, faticano a dialogare: mi riferisco, da un lato, alla cooperazione di tipo A, con cui potremmo instaurare relazioni più operative e momenti di progettazione comune; dall’altro all’universo del terzo settore per sviluppare soprattutto i temi della sostenibilità ambientale, etica e sociale su cui, da parte nostra, non c’è ancora un pensiero strutturato.

Storie d’innovazione: l’associazione Webforall

Intervista a Edoardo Dusi – Presidente Webforall

Com’è nato e in cosa consiste il progetto Webforall?

Webforall è un’associazione senza fini di lucro che mira alla divulgazione della cultura digitale, e fornisce strumenti digitali e web per organizzazioni non profit.Chi non dispone di un sito web, o ce l’ha ma non riesce ad aggiornarlo, o ancora vorrebbe lanciare una campagna di comunicazione e fundraising online ma non ha i mezzi (tecnici ed economici) per realizzarla, si può rivolgere a noi per realizzare, in parte o del tutto, il suo progetto.

La nascita dell’idea:
Leggendo su un blog americano la storia di un ragazzo che nel weekend aveva costruito a titolo gratuito un sito web per un’associazione abbiamo deciso di sviluppare l’idea, concretizzarla, prima nella scrittura di un progetto, insieme a Paolo Leone e successivamente, nel dicembre 2011, fondando l’associazione.

Il network e gli eventi:
Il network di Webforall vede professionisti dell’ICT (web developer, web designer, editor…) lavorare a stretto contatto con il mondo dell’associazionismo, in questo momento soprattutto associazioni di volontariato.

A questo scopo organizziamo eventi periodici, i WebforallWeekend, durante i quali ci ritroviamo in location attrezzate sia per sviluppare siti, sia per dare spazio a dibattiti liberi sulle tematiche web e a momenti formativi su comunicazione e social media. La prima edizione si è tenuta a Bologna il 24 e 25 marzo 2012 e ha visto la partecipazione, tra gli altri, di Shinynote e Iperbole2020.

L’idea di base non è nuova perché gli appassionati di ICT si sono sempre ritrovati per confrontarsi e sperimentare tra loro, ma queste occasioni offrono il valore aggiunto di conoscere e partecipare al mondo sociale.

Dal vostro osservatorio come vedete il mondo non-profit?

Collaboriamo con le organizzazioni non-profit da pochi mesi ma da subito abbiamo notato una grande differenza di mezzi e capacità di far comunicazione e di stare in rete tra organizzazioni grandi e piccole. Queste ultime non sfruttando i mezzi web rimangono isolate, fanno poco network, e spesso adottano strategie di comunicazione inadeguate al target cui si rivolgono.

Come si sostiene un progetto di questo tipo?

Questa è la sfida e anche il grande punto di domanda. Fin ora andiamo avanti con autofinanziamenti e donazione esterne, ma in prospettiva, volendo affiancare ai weekend, un percorso per soddisfare tutte le richieste stiamo valutando più vie: i finanziamenti privati e i bandi, soprattutto quelli europei; nel contempo ci chiediamo quale potrebbe essere un modello realmente sostenibile per la nostra realtà.
Intravvediamo una possibilità nell’erogare alcuni servizi a pagamento solo per organizzazioni più grandi, mantenendo ferma l’idea di agevolare totalmente le piccole associazioni e cooperative sociali.

Se dico innovazione cosa ti viene in mente?

Battere una strada nuova, rischiare, buttarsi in progetti non scontati. Non era scontato che la nostra iniziativa avesse questa grande risposta sulla fiducia. Percepiamo una forte richiesta d’innovazione nelle persone che ci sono venute ad ascoltare e speriamo di poter continuare a soddisfarla.

Strumenti e tecnologie per superare le distanze: il viaggio solidale tra reale e virtuale

Maurizio Bertoldi

Domenica 1 aprile 2012 a Fa’ la cosa giusta, (non a caso) in piazza Wi-Fi, incontriamo Informatici senza frontiere.
Maurizio Bertoldi, responsabile nazionale ISF – progetti per l’Africa, racconta in una prima parte del suo intervento, qui rielaborata in sintesi, l’impatto delle tecnologie sul modo di viaggiare e in una seconda parte il loro uso nel terzo mondo.
Invitiamo Maurizio Bertoldi ad essere ospite su Fai un salto per raccontare dell’uso e degli effetti delle tecnologie nel terzo mondo.

Il viaggio

Il viaggio, la sua preparazione e il modo di affrontarlo è profondamente cambiato negli ultimi anni anche dalla presenza di nuove tecnologie.
Quali opportunità ci offrono?

  1. Esplorare luoghi e pianificare viaggi: il web è uno spazio in cui possiamo trovare informazioni utili, scegliere la destinazione e prenotare i viaggi comodamente da casa; possiamo esplorare le nostre mete prossime, future o soltanto immaginate, grazie alle foto scattate e pubblicate ad esempio da Panoramio, un sito che geotagga, cioè associa la fotografia al luogo in cui è stata scattata; e ancora con Google Earth possiamo scandagliare qualsiasi parte del mondo.
  2. Sperimentare ‘virtualmente’: alcuni strumenti permettono di calarsi nei luoghi con la stessa prospettiva di un osservatore. Con Google Street View ad esempio ci si muove nei quartieri simulando una camminata. Esistono addirittura siti in cui cimentarsi in un safari virtuale.
  3. Conoscere attraverso le opinioni di altri: sul web ci si affida a siti in cui gli utenti raccontano e valutano le loro esperienze di viaggio, come Turisti per Caso.
  4. Scambiare esperienze: attraverso sistemi ‘social’ come Couch Surfing si viaggia a costo zero a condizione di ricambiare l’ospitalità ricevuta.

E allora… perché viaggiare?

Maurizio Bertodli ci racconta come il valore sia nell’incontro con le persone, nell’entrare in contatto con le culture locali: “un mondo a portata di clic non ci dà l’esperienza della relazione”. Le foto dal satellite non catturano la realtà delle persone e delle comunità locali.
Il mondo rappresentato dalle tecnologie non coincide con quello che s’incontra viaggiando: gli strumenti utilizzati racchiudono la visione ‘parziale’ di chi li costruisce. Osservando ad esempio le mappe di Open Street Map, software opensource, si nota l’estrema diversità delle aree geografiche già a partire dalla lingua.

Come utilizzare la tecnologia per un viaggio responsabile, consapevole e solidale?

Diverse le alternative possibili, tra le quali sono state citate:

  • bikemap.net: appoggiandosi alle mappe di Open Street Map, mostra percorsi per le due ruote e consente di inserire il tracciato con proprie segnalazioni. Un turismo del tutto eco-compatibile…
  • weehlmap.org: un sito promosso dall’Unione Europea che consente di visualizzare e inserire itinerari accessibili alle persone disabili;
  • diversamenteagibile.it, un sitoweb che promuove un turismo accessibile consentendo “alle due ruote affiancate” vacanze avventurose come l’esperienza del Safari.

Questioni di prospettiva

Maurizio Bertoldi sottolinea come gli strumenti precedentemente elencati non siano accessibili a tutti, soprattutto alle popolazioni più in difficoltà.
Quali gli strumenti che potrebbe utilizzare una persona che vive nel sud del mondo?
LRA Crisis Tracker  è un sistema che informa in tempo reale su conflitti, focolai di battaglia, morti e feriti. In territori di guerra conoscere l’itinerario più breve o più panoramico non è l’esigenza primaria.

Maurizio Bertoldi e non solo...

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