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diegofasano

nato nel 1969. Giornalista pubblicista, scrittore, per alcuni anni sceneggiatore di fumetti. Dal 2001 si occupa di comunicazione pubblica, relazioni con i media e ufficio stampa in enti pubblici.
diegofasano ha scritto 2 articoli per Fai un salto

Open Data è accesso libero, non comunicazione

partecipazioneIl 23 febbraio è la data del terzo Open Data Day, il giorno in cui tornano al centro dell’attenzione i temi dell’agenda digitale europea e gli impegni che concernono anche la “rivoluzione digitale” che investe la Pubblica Amministrazione italiana a tutti i livelli territoriali di governo. Per i suoi risvolti contraddittori merita attenzione il legame fra il processo di Open Data e la funzione di informazione e comunicazione pubblica che gli enti devono attivare e mantenere come servizio di valenza strategica. Su questo particolare ambito è venuto infatti a comporsi, fino a oggi, un quadro di norme che, nella cornice filosofica del Codice dell’Amministrazione Digitale del 2005, ha dato spazio a esigenze normative causate da fattori diversi dall’innovazione in se stessa (dalla crescita economica alla lotta a corruzione e costi della politica), con un risultato discutibile.
L’Articolo 18 della comunicazione pubblica
Nel contesto della P.A. digitale, anche chi si occupa di comunicazione pubblica deve fare i conti con un Articolo 18. Si tratta di quello del Decreto Sviluppo 2012, per il quale le P.A. italiane devono pubblicare online, in formato aperto, tutti i dettagli delle spese superiori a mille euro. L’impatto di questa norma è effettivamente simile a quello della ben più celebre disposizione che concerne i lavoratori, perché obbliga la P.A. a un passo senza precedenti verso la completa trasparenza della sua vita quotidiana. Per un Comune medio spendere 1.000 euro per una fornitura, un contributo o un servizio è frequente come per una famiglia acquistare un vestito. Lo scopo della misura è quello di assicurare ai cittadini un controllo diffuso sull’operato degli amministratori ispirato al mantra che accompagna la riforma della P.A fin dal 1990: efficacia, efficienza, economicità, correttezza, buon andamento, trasparenza.
Arrivare a questo flusso di informazioni è tecnicamente molto semplice: dal 2 gennaio di quest’anno ogni giorno le home page dei siti internet istituzionali riportano elenchi di deliberazioni e di determinazioni, vi si citano estremi e importi di fatture pagate, vi si offrono disciplinari di incarico e contratti di appalto o di cottimo fiduciario in forma integrale.
Essere liberi di accedere non basta
A proposito: qual è la differenza fra appalto e cottimo fiduciario? E che cosa vuol dire la clausola che affida all’appaltatore i lavori di “scarifica a fondo del manto d’usura”? Saperlo potrebbe migliorare la percezione che il mantra della buona amministrazione sia stato rispettato? Alle risposte dovrebbero essere dedicate le strutture di comunicazione come l’Ufficio per le Relazioni con il Pubblico, ma le risposte non sono così facili da trovare. Gli uffici e le strutture destinate alla comunicazione diretta con i cittadini esistono dal 2000, grazie a una legge (la n.150) che fu a suo modo lungimirante. Nel 2000 non c’era stato un giorno chiamato Undici Settembre, non esistevano Facebook, gli smartphone e l’iPad. Un’altra era geologica, ed era solo 13 anni fa! Eppure quella legge e la successiva direttiva dell’allora ministro Franco Frattini obbligavano la P.A. a dotarsi di strutture di facilitazione della comunicazione interna ed esterna da creare, governare e interpretare con risorse umane appositamente formate e aggiornate. Alla comunicazione si doveva destinare non meno del 2% del bilancio dell’ente (il 2 per cento, avete letto bene), perché la comunicazione e l’informazione ai cittadini rappresentano un livello essenziale delle prestazioni fra quelli sanciti dalla Costituzione. Non passò molto tempo però prima che su tutto calasse l’ombra inquietante della revisione della spesa pubblica. Nel 2011 le riduzioni hanno riguardato gli incarichi esterni, la formazione e le spese per attività comunicativo-pubblicitarie e relazioni pubbliche. A onor del vero una circolare dell’allora sottosegretario Paolo Bonaiuti spiegò chiaramente che le attività di comunicazione istituzionale non erano soggette alle riduzioni previste ma a quel punto era divenuto difficile stabilire, per la grande maggioranza degli amministratori locali, dove cominciasse la comunicazione pubblica e dove finisse quella di pura immagine nei periodici comunali, negli opuscoli e nelle campagne destinate a promuovere servizi e iniziative pubbliche, realizzati da grafici e tecnici della comunicazione, che purtroppo erano spesso espressioni di segreterie politiche più che elementi di riconosciuta professionalità. Quando l’ombra della spending review sembrava avere oscurato tutte le speranze di amministratori e dirigenti, consapevoli di non avere più risposte soddisfacenti per i cittadini, ecco spuntare l’Open Data: la P.A. diventa digitale, sparisce l’albo pretorio cartaceo e gli enti sono autorizzati ad esaurire i propri doveri di comunicazione con l’aggiornamento dei siti internet istituzionali, dove pubblicano informazioni sui servizi e sezioni dedicate alla trasparenza della loro attività. Non c’è più bisogno di consulenti esterni, perché intanto gli applicativi di amministrazione dei siti internet sono diventati accessibili anche senza una particolare formazione per il caricamento di elenchi di documenti in formato .pdf e di brevi testi descrittivi dei servizi. E poi c’è tutto il mondo social che, se consente a un adolescente di creare profili e pagine digitali in un amen, non richiede una costosa formazione per il personale che si occupa di comunicazione. Insomma, si aggiornano i cittadini risparmiando il più possibile.
È una rivoluzione ma sembra un’involuzione
Eppure qualcosa non va. All’improvviso ci si rende conto che all’Ufficio Relazioni con il Pubblico gli utenti arrivano ancora, chiamano e chiedono di sapere. Chi è più incline all’uso della tecnologia digitale non prende d’assalto le pagine dei siti; anzi, sono certamente più numerosi coloro che all’operatore di sportello dicono di non avere un collegamento a internet oppure di averlo troppo lento. Il digital divide colpisce duramente: in Italia tiene 40 famiglie su 100 e intere zone geografiche lontane dalla banda larga, dalla ADSL e perfino dal segnale della tv digitale terrestre. Diventa evidente che liberare l’accesso ai documenti e comunicare non sono la stessa cosa. Le strutture di comunicazione pubblica rimangono i luoghi dell’osmosi fra trasparenza e comunicazione. Luoghi cui non si può rinunciare in nome del risparmio, perché il pubblico connesso alla rete è solo una minoranza mentre alla P.A. la cittadinanza pone molte domande e molto diverse da quello che c’è scritto sui freddi siti istituzionali.
Dov’è la rivoluzione digitale della P.A., allora? Sembra un paradosso ma non corre sui fili della Rete e fra i microprocessori. O meglio, Rete e byte possono essere le sue vene e il suo cuore ma c’è un tessuto connettivo fatto di relazioni umane a renderla efficace: la capacità di spiegare, di ascoltare, di raccogliere le esigenze e di farne una strategia di miglioramento dei servizi. Le funzioni che quella legge di un’era geologica fa delineava sia nei principi che nelle figure, che ora rischiano di essere proiettate senza paracadute nell’era geologica nuova.
Se molte strutture di comunicazione hanno innegabilmente fallito, la via della risalita non è nella libera circolazione dei dati pubblici in se stessa. Alla P.A. i cittadini non chiedono di poter leggere documenti ma di poter conoscere e condividere – per poi partecipare quando lo ritengano necessario od opportuno – in un contesto così denso di messaggi da apparire assordante. All’alba del terzo Open Data Day, invece, trovano dall’altra parte del tavolo un interlocutore che per risparmiare ha considerato trasparenza e comunicazione come semplici sinonimi.

Avere 28 biblioteche in tasca e usarle quando e dove vuoi

Foto di Laura Scaccabarozzi

Profezie…

Quando, nell’ultimo decennio del secolo scorso, il mercato dell’hardware informatico fu invaso dai computer portatili, Nicholas Negroponte (che personalmente considero un vero profeta) scrisse che essi erano destinati a un sicuro declino, perché entro 20 anni avremmo guardato la tv e fatto shopping usando non la tastiera e il monitor di un pc ma quelle di un telefono portatile.
È evidente che la profezia si sta avverando. Riguarda in gran parte gli aspetti della nostra vita di consumatori ma potrebbe arrivare a influenzare in modo altrettanto rivoluzionario anche la nostra sfera di cittadini utenti di servizi pubblici. Si tratta di un processo che in Italia procede lento (anzi, lentissimo) secondo geografie a macchia di leopardo, con accelerazioni locali e troppo estemporanee per essere accorpate nella definizione di “riforma”, auspicata da numerosi enunciati legislativi che poi però fanno conti con una mancanza di risorse in alcuni casi reale, in molti altri la maschera di altre motivazioni.

…che si avverano

Una di queste accelerazioni si è prodotta nel mese di giugno, quando il Sistema Bibliotecario del Vimercatese (28 biblioteche nella Brianza orientale, a cavallo tra le province di Milano e di Monza e Brianza) ha lanciato SBVinTasca, terza esperienza italiana di un’applicazione per smartphone e tablet che consente agli utenti delle biblioteche di utilizzarne il catalogo e di ottenere alcuni servizi normalmente disponibili in biblioteca oppure on line, come il prestito o la prenotazione di documenti. L’applicazione poi interagisce con l’utente inviando informazioni sullo stato delle prenotazioni di documenti, sulla disponibilità al ritiro dei documenti prenotati e sulle scadenze dei prestiti. Il tutto si svolge in un ambiente dall’interfaccia friendly, dove per esempio è possibile visualizzare le copertine dei libri delle ultime novità pervenute in catalogo. Gli obiettivi che questo progetto si pone sono l’ampliamento e la semplificazione delle modalità di accesso al catalogo delle 28 biblioteche, (già oggi è possibile operare sul catalogo via web e sui pc delle sale di lettura) e sfruttare le potenzialità della messaggistica push per fornire in tempo reale notifiche sull’esito delle pratiche effettuate.

In “soldoni”?

Lo svolgimento interamente digitale di queste operazioni si tramuta in un risparmio di tempo e costi sia per l’utente che per il Sistema. Quest’ultimo lo ha stimato in 3.077 ore-lavoro degli operatori di sportello e 62.000 euro all’anno, ipotizzando che il 6% dei prestiti e delle prenotazioni di libri avvengano tramite APP (per completezza, si è ricavato dalle statistiche disponibili che gli utenti attivi nel Sistema che hanno abitudine all’uso degli smartphone e dei tablet incidono per una quota di circa il 9%). Non si considerano in queste statistiche i trend di diffusione degli smartphone presso i consumatori di tecnologia, che  – aggiungo qui – un rapporto Nielsen ha definito nel 2011 nel 36% e che potrebbero quindi tradursi in ulteriori ampliamenti per questo servizio non computati oggi.
Per il Sistema Bibliotecario del Vimercatese questo nuovo approdo tecnologico rappresenta una sorta di evoluzione naturale di oltre un ventennio di sperimentazioni e progressi nella condivisione delle informazioni e dei servizi in ambiente digitale, sia nel rapporto biblioteche -utenti sia in quello interbibliotecario.

Così lontani, così vicini

In realtà per le pubbliche amministrazioni o per le aziende pubbliche che percorrono questo terreno (una per tutti l’ATM di Milano con la sua APP sulla mobilità in città) si tratta di un salto in avanti nella modalità di fruizione dei servizi stessi, che sono presenti e disponibili non più in un luogo fisico che l’utente deve comunque raggiungere (il pc che si trova in biblioteca o a casa sua), ma nel luogo esatto in cui l’utente si trova nel momento in cui egli decide di usufruirne. Nel caso della APP delle biblioteche vimercatesi il contatto con il luogo fisico della biblioteca si limita al ritiro o alla restituzione del libro, operazioni che peraltro l’utente può scegliere in quale delle 28 biblioteche effettuare.

Va’ dove ti porta la App

E non è ancora tutto. Le applicazioni per smartphone (come quelle pensate per i social network) puntano a ottenere e arricchire un tesoro sempre più prezioso per il marketing: la fidelizzazione e la profilazione degli utenti mirata a interventi promozionali progettati e diffusi ad personam.
Se questo è il percorso come potrebbe rivelarsi utile, in termini di erogazione di servizio pubblico, un processo di ampliamento del numero di utenti con i quali si ha un canale comunicativo “profilato”, positivo e fortemente tecnologico?
Possiamo segnalare lavori stradali nel quartiere in cui gli utenti risiedono o fare in modo che essi interroghino il sistema sull’esistenza di cantieri di lavoro in un determinato punto in città, individuabile attraverso il posizionamento gps. Possiamo segnalare all’utente la scadenza del calendario della raccolta differenziata settimanale o l’interruzione temporanea di servizi in determinati luoghi della città nei quali egli venga a trovarsi abitualmente o solo in quel preciso momento.
Possiamo aiutare l’utente a produrre autocertificazioni corrette consentendogli l’accesso e la lettura della propria scheda anagrafica previa autenticazione, nel luogo in cui egli si trova in quell’esatto momento, sia esso il proprio ufficio poco distante o il consolato italiano all’estero che gli richiede seduta stante una dichiarazione.

Fantascienza ma non troppo

Se la connessione a internet riduce la distanza burocratica fra pubblica amministrazione e cittadini, quella tramite smartphone la annulla quasi del tutto. Dico quasi perché (come accennavo) l’utente della biblioteca vimercatese deve comunque mettere piede nei locali di una sede fisica per ritirare o restituire un libro. E se invece la biblioteca fosse interamente composta da ebook che l’utente può prendere in prestito attivando dal suo smartphone un link a tempo?
State pensando: “Fantascienza”? È lo stesso commento che feci io quando lessi la previsione di Nicholas Negroponte all’inzio degli anni Novanta.

PS

Vorrei allontanare da voi il sospetto che mi senta una specie di Nicholas Negroponte. Lui continua a fare il (mio) profeta, io il funzionario alla comunicazione che prova a capirci qualcosa del mondo, in una cittadina della Brianza. Anche se certe volte ci sentiamo ancora un po’ la Cupertino tricolore che eravamo prima di questa maledetta crisi.

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