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Mainograz

Mainograz ha scritto 10 articoli per Fai un salto

Digital Heritage (bootleg)

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Venerdì 1 febbraio 2013, le cattedre di Teoria e tecnica dei Nuovi Media e Tecnologie Didattiche e di Filosofia del diritto e Informatica giuridica dell’Università Bicocca di Milano hanno organizzato il workshop:

“Digital heritage. L’evoluzione della memoria”

Luciano Barrilà per Fai un salto ha portato un contributo dal titolo: Anche i librai fanno surf. Esercizi preparatori per affrontare l’onda digitale.

Più che un workshop quella di venerdì mi è sembrata una jam session. Celebrazioni di cambiamenti in parte avvenuti, in parte prossimi venturi, in parte solo intensamente desiderati.
Provo a ricapitolare alcuni spunti (anche del pubblico), per non dimenticarmeli.

Scuola

A casa i bambini vivono nel presente (87% delle famiglie con figli ha la connessione digitale). Andando a scuola fanno un salto nel passato. In Inghilterra tutte le scuole hanno banda larga, in Italia il 7% delle classi ha la connessione wi-fi e il 20% delle scuole ha la LIM.
Le tecnologie digitali sono un’incredibile opportunità per la scuola e la formazione.  Nei manuali scolastici ancora prevale scrittura mentre potrebbe essere un sistema di contenuti digitali multicodicali: un ambiente virtuale di apprendimento frutto della sinergia fra editori, insegnanti e web. Ma nella scuola pubblica siamo decisamente in ritardo. Tutto sarebbe facile, se solo avessimo la banda larga e meno preoccupazioni.

I nativi digitali sono capaci hanno bisogno di conoscere, mentre a scuola si lavora con modelli superati. Mancano i codici di traduzione tra lo stile di insegnamento e lo stile di apprendimento. Se la scuola non opera la transizione dall’analogico al digitale, molte cose interessanti perdono di valore.

La tecnologia caratterizzante è il digitale. Il cambiamento antropologico è già avvenuto: i nostri figli pensano digitale (vedono e costruiscono il mondo in un modo diverso dal nostro). Ma studiano ancora in analogico.

«Questa è la direzione presa nel mondo. Il futuro è già presente. Mancano però i codici di traduzione da modelli di cultura analogica a cultura digitale (e viceversa)»

Ebook

L’avvento degli ebook è meno travolgente di quanto non si tema. Ereader o tablet sono strumenti utili ma non sempre comodissimi, e non è disponibile uno standard condiviso. Ereader o tablet funzionano per la lettura per romanzi, ma non sono così efficaci per studiare.

I libri vengono progressivamente digitalizzati e rilasciati nel doppio formato. Più cresce la scelta, maggiore è l’esigenza di avere orientamento (le stelline o le classifiche potrebbero non bastare). Ebook e libri di carta convivranno: il libro digitale per commercializzare i libri economici mentre i libri di pregio verranno stampati su carta. Per questo le librerie possono avere ancora un futuro.

«Chi non sta troppo bene invece è la lettura. In Italia meno del 50% degli italiani legge un libro all’anno»

Morte

Siamo già nel digitale, l’analogico è morto. Il presente è un treno in corsa, una rivoluzione inavvertita.

La tecnologia coevolve con l’uso, realise nuove, modelli di progettazione interattivi, molti componenti tecnologici sono già presenti e si possono ‘assiemare’. I comportamenti degli utilizzatori mutano in relazione alla tecnologia mutante, la tecnologia genera se stessa e non possiamo controllarla.

Twitter è invenzione paragonabile alla posta elettronica. Vine permette di girare video di 6 secondi, paragonabili a gif animate. Nel 2010 ISO ha standardizzato 722 Emoji. I codici di comunicazione cambiano. Si scrive molto di più. Si comunica più spesso, più brevemente, con molta più gente (cala la posta elettronica). Prevalgono media a forma breve. E ogni anno le persone condividono il doppio delle informazioni dell’anno prima.

«Nell’infosfera abbiamo più di un problema. Come si governa? Come funziona il mercato? Come ci si adatta? Come ci si fida? Servono i selezionatori…»

Vita

Ogni tecnologia della scrittura è una tecnologia della scrittura del sé individuale e del sé sociale. Viviamo in una realtà digitalmente aumentata.

Quanto consente il digitale? Possiamo vedere il mondo digitale come paradiso terrestre: ciascuno può avere spazio, memoria, durata, presenza, sopravvivenza. Possiamo digitalizzare la nostra vita, lasciare traccia, provare a elaborare l’angoscia delle morte, il senso della nostra scomparsa: il database individuale sarà un mausoleo personale.

«Noi saremo quello che avremo lasciato come impressione. Noi saremo la nostra ombra digitale»

Correre

Le tecnologie trasformano i frame in cui siamo inseriti, cambiano la società. Noi siamo già nella tecnologia e non pensiamo indipendentemente dalle macchine digitali. Siamo soggetti a un’accumulazione imponente di dati. La proliferazione delle informazioni è una tale una massa critica che mette in difficoltà.

E le tecnologie ridefiniscono il rapporto pubblico privato. Come ci strutturano le nuove tecnologie? Come ci rapporteremo tra noi attraverso i medium digitali? Con quali vantaggi e con quali effetti? E se ci si potesse confrontare sull’uso e sugli effetti delle tecnologie digitali?

Stiamo correndo.
Conviene correre senza gli auricolari del lettore MP3 per evitare di rinunciare a pensare…

«Ricorderò che quando i bambini si entusiasmano troppo per il loro giocattolo forse bisogna distrarli…»

Luciano Barrilà, Gianluca Nicoletti, Marco Polillo, Stefano Moriggi, Paolo Ferri, Roberto Polillo

Luciano Barrilà, Gianluca Nicoletti, Marco Polillo, Stefano Moriggi, Paolo Ferri, Roberto Polillo

Twitter, ancora mi sfugge. Ma… /2

Come dicevo nella prima parte del post, Twitter si può usare in molti modi per questo – dopo avere raccontato quattro microstorie  che mi avevano indotto a ragionare sugli usi di Twitter – mi ero impegnato a confezionare qualche considerazione per non farmi sfuggire abbozzi di apprendimenti (alla buona, senza pretese eccessive).
Ecco dunque la seconda parte del post.
Rimane sullo sfondo la domanda: «In quali modi Twitter può essere utile alle imprese e agli operatori sociali, come possono profittevolmente utilizzarlo?».
So che questo secondo contributo non offre risposte definitive. Mi rappresento le considerazioni che ho imbastito come un modo per mettere in circolo un punto di vista e sollecitarne altri. Mi immagino che ci siano altre storie da raccontare, ragionamenti da condividere, competenze da sviluppare, e – chissà – spero che alla fine ci si trovi tra le mani ipotesi per rispondere alla domanda che imprenditori e operatori sociali si fanno: «Ci buttiamo o lasciamo perdere?».
[Be’, a dire il vero, uno spunto ce lo ha fornito il post di Nicola Locatelli sull’utilità di Twitter in sala operatoria].

2. Microapprendimenti incompiuti (hesitant on-going learnings)

Dopo l’esperienza (Pane, Web e Salame 3) in cui mi sono trovato a usare (o a vedere usare) Twitter mi sono detto: «In pratica, se voglio provare a rilanciare o a dialogare, cosa è meglio cercare di fare?». Di seguito gli appunti ho preso.

Twitter: cinque cose che cercherò di tenere a mente

Ripensando al convegno Pane, Web e Salame 3 e al tentativo di sperimentare Twitter come strumento per interagire e commentare, contestualmente allo svolgersi del convegno, mi sono appuntato quello che ho avuto l’impressione non funzionasse per provare a rigirarlo in indicazioni che mi possano essere per il prossimo evento. [Ci vediamo a Riva del Garda per il X Workshop sull’impresa sociale? Appuntamento per il 13 e 14 settembre 2012, noi ci saremo e vi aspettiamo;-]

  1. Twittare è come pubblicare brevissimi(ssimissimi) post su un tema. Si parla infatti di microblogging: i caratteri a disposizione sono 140. Allora mi conviene considerare che il senso del messaggio dovrebbe essere autoesplicativo (se pure si inserisce in una catena di tweet).
  2. La prossima volta identifico subito l’hashtag dell’evento (nello specifico era #pwes3) e lo inserisco nei tweet. In questo modo mi immetto nel flusso della conversazione e chi partecipa all’evento può seguire i miei interventi.
  3. Di sicuro molte delle persone che seguono i miei tweet non saranno al convegno. Mi conviene di tanto in tanto ricordare dove sono e cosa sto facendo. In questo modo mi mantengo collocato nella situazione, dichiaro dove sono, cosa sto facendo.
  4. Non devo presumere di avere i contatti giusti. Quando mi sono messo a twittare, a Pane, Web e Salame 3, la prima cosa che ho notato che avevo così pochi contatti in sala, che ero fuori dalla conversazione: non riuscivo a seguire gli altri, e nessuno mi considerava. Allora, come una furia mi sono messo a seguire chi conoscevo e a cercare di agganciare altre persone seguite… ma non è facile allargare il giro. La prossima volta mi muovo in anticipo, se vedo persone intorno a me che smanettano su qualche strumento, posso cercare di aprire contatti a partire da uno scambio di parole. In fondo non l’ha detto nessuno che la tecnologia digitale deve inibire le relazioni vis-a-vis.
  5. La scrittura per mezzo di tweet è decisamente frammentata. Se voglio costruire una qualche narrazione, micropost dopo micropost, devo riuscire a tenere il filo. Se cerco il dialogo, la sintesi apodittica può non bastare. Quello che ho notato nel convegno a cui accennavo era che mi capitava di fare due cose: restituire una sorta di appunti di quello che più mi colpiva, e al tempo stesso provare a ragionare su quello che veniva detto o che altri sottolineavano, rilanciavano o commentavano. Un po’ come se con il mio vicino/a, mentre prendo appunti commento al volo quello che il relatore/trice va dicendo. Due attività che si influenzano: i miei appunti mi inducono a riflettere, le considerazioni di quelli con cui scambio opinioni mi spingono ad una certa attenzione selettiva…

Dai miei cinque warnings capisco (come del resto lo state capendo anche voi) che non sono abbastanza esperto. Ci devo lavorare. Sono troppo naif e newcomer. Quindi ogni suggerimento aiuta, anche se fin qui ragiono sull’uso di Twitter nell’ambito di un evento pubblico.
Ogni suggerimento sull’utilità di Twitter in generale e nei più diversi frangenti aiuta.
Infatti molte persone si chiedono a cosa può servire e perché mai ci si deve iscrivere: «Non è che è tutta una perdita di tempo?».

Da solo contro 140

C’è invece una cosa che mi dà gusto. Il limite. Sì, proprio così (e non lo avrei mai immaginato) mi fa impazzire il limite di 140 caratteri (tutto compreso, i punti, le virgole, gli spazi…). Con Twitter non si può andare oltre. Quando scrivo un tweet tengo d’occhio il contatore in basso a destra. Man mano che procedo veloce, consumo caratteri. E di solito finisco in negativo (il contatore cambia colore, da blu si fa rosso e il meno davanti mi segnala di quanto sto sforando). A quel punto devo tornare indietro e rileggere quello che ho scritto.
Tutto è molto veloce, troppo veloce.
E finisco sempre per scrivere testi (un po’) troppo lunghi e devo proprio tornare indietro.

  • Rileggo: cosa posso tagliare? Ecco la prima domanda. Poi però tagliare non produce sempre soluzioni efficaci.
  • Allora torno di nuovo indietro (l’occhio naturalmente è sempre sul contatore), recupero caratteri, ne faccio una piccola scorta. Rileggo il pensiero. Non gira, non è efficace.
  • Via gli avverbi e via gli aggettivi. Lavoro di sostantivi e di verbi. E adesso avanzo un pugno di caratteri (sono in attivo, cosa me ne faccio?).
  • Ho 140 caratteri e li voglio usare tutti. Non posso andare oltre (ecco il limite), non voglio sprecarne neppure uno (ecco la sfida).
  • Il problema si pone quando il pensiero funziona, il periodo è efficace, ho incorporato nel pensiero termini preceduti dall’hastag, eppure… eppure avanzo un carattere. Uno. Uno!
  • No, rileggo ancora, voglio usare fino in fondo le risorse. Se ce la faccio, bene. Se non ce faccio (le cose urgono, non posso perderci troppo tempo) allora sento un leggere disappunto.
  • E allora, dai, riprova ancora, cerca una nuova soluzione, il tuo tweet dovrà farsi leggere, fra tanti, conquistare l’attenzione, suscitare almeno un po’ di voglia.
  • E se ci riesco a usare tutti e i 140 caratteri allora sono felice e mi sento appagato [ossessivo? parsimonioso? esigente? giocoso?]

Se ci penso la scrittura è un po’ così, conviene darsi un limite. Non sembra ma aiuta. Ad esempio, adesso qualcuno penserà, ma allora perché non ti sei fermato qui? Semplice mi sono dato la regola di scrivere post di 1000 parole e ci sto provando…

3. Mi riprendo… (…back again)

Nel primo post ho provato a raccontare quattro esperienze recenti. In questo, ricollegandomi alle esperienze ho provato a dire come cercherò di non scrivere tweet e come il processo scrittorio (il writing) sia particolare, almeno per me. In tutto questo – nelle esperienze di apprendimento che sembrano mutare e nella particolare attenzione scrittoria richiesta – ci vedo qualcosa di utile per le organizzazioni sociali…
Ricordo che lo scorso anno (nel 2011, a Riva del Garda, in occasione del IX Workshop sull’impresa sociale, un presidente di una cooperativa sociale aveva raccontato di una consultazione a mezzo Twetter. Credo avessero provato a ragionare di innovazione, sollecitando contributi e idee, tendo come prezioso limite per promuovere partecipazione efficace, il vincolo dei 140 caratteri. Troppo poco penserete. Eh, già… a cosa può servire Twitter allora? Meglio lasciar perdere? Meglio Facebook? O Linkedin? O meglio nulla?
Gli strumenti, le tecnologie stanno lì, pensate a partire da ipotesi d’uso, evolventi sulla base di molteplici (e inattese) interazioni. E noi stiamo qui. C’è qualcuno che ha un’idea, un’esperienza da condividere, uno spunto così che non si decida per partito preso?

Twitter, ancora mi sfugge. Ma… /1

Twitter si può usare in molti modi. Intuitivamente è così per ogni strumento e ancora di più per le tecnologie digitali. Sarà per via della loro disponibilità, per la vastità degli utilizzatori, per le caratteristiche intrinsecamente sociali e facilitate? Per altro ancora?
A proposito di Twitter (in Italia meno diffuso di Facebook), vorrei raccontare quattro micro-esperienze che mi fanno pensare. Ci aggiungo poi un paio di considerazioni semiserie – agglomerati di apprendimenti incompiuti – che mi divertono (e al più faranno sorridere).
Quindi il post si divide in due parti: microstorie e microapprendimenti.
[Ah, la ragione per cui ho scritto il post… Mi chiedo se Twitter possa essere utile alle imprese e agli operatori sociali, e come possano utilizzarlo.]

Microstorie (occasional desired events – first part)

Microstoria 1. Pane, Web e Salame 3

Come funziona Twitter? Bene bene non l’ho ancora capito. Non mi destreggio. Così ho pensato di passare dall’attonito-stare-a-guardare al tuffo sperimentale. Ed è venuto il gran giorno. Mercoledì 20 giugno 2012 ho provato a utilizzare Twitter con deliberato intento di ricerca (l’occasione mi è stata offferta da Pane, Web e Salame 3). Avevo già visto altri farlo in altri convegni, ma non mi ero mai pre/disposto, né attrezzato per farlo a mia volta. E così, non appena sono iniziati gli interventi, ho cominciato a scrivere quello che mi veniva in mente, ma riguardando poi i tweet sostanzialmente facendo diverse cose:

  • Sintetizzando i contenuti (di fatto prendevo appunti sequenziali).
  • Reagendo alle affermazioni del relatore (commentando, esprimendo il mio punto di vista).
  • Rilanciando i commenti di altri (creando flussi di pensieri collettivi),
  • Battibeccando, trasformando, rispondendo a, provocando altri collegati via Twitter.
  • Aprendo nuovi contatti: seguendo persone non conosciute, attirando nuovi followers.
  • E forse facendo dell’altro di cui non sono consapevole e che quindi non sono in grado di riportare.

Se si dispone di una connessione flat di buona velocità, mentre i relatori parlano puoi twittare, puoi navigare sul web, controllare un’affermazione, cercare una parola che non conosci, correre dietro a uno spunto curioso, cercare un libro citato… Insomma un po’ (apparentemente) ti distrai e un po’ (inconsapevolmente) costruisci un tuo percorso di comprensione (lo si fa comunque anche senza Twitter, prendendo appunti e fissando idee che scaturiscono dagli appunti, seguendo i pensieri che si formano in testa, distraendosi, pensando altro collegandosi a precedenti esperienze, chiedendo, commentanto, disturbando, alzandosi). Insomma i nostri comportamenti sono ipertestuali (anche la nostra mente lo è), e la connessione flat amplifica questo effetto. Insomma se dovessi dire cosa ho sperimentato usando Twitter (con gusto e sorpresa) sintetizzerei cosi: ho cercato di costruire tracciati elaborativi amplificati e di collegarli con una comunità interattiva, reattiva e conversante.
[Col senno di poi, mi sono reso conto di avere iniziato a twittare troppo tardi, la fase di attesa, prima che il convegno si apra è essenziale, è la fase di presa dei contatti. Ma l’ho capito dopo.]

Microstoria 2. A lezione in Unimib

Di norma a lezione c’è uno strano brusio. Non si può dire che sia disturbo, è piuttosto un movimento collettivo trattenuto. Conversazioni di sottofondo. Non rumore, ma persone che pensano parlando tra loro. Che poi è quello che raccontano gli studenti (quando alla fine del corso raccontano di come è andata). In università la connessione è appunto flat. Protetti dagli schermi dei computer, seguono le lezioni in modi molto diversi: prendendo appunti, cazzeggiando, approfondendo, controllando le citazioni e gli autori, verificando le affermazioni, amplificando le sviste, gli errori e le boutade che ti scappano, rilanciando a partire da un’idea, commentando, raccogliendo materiale.

La lezione inizia quando si alzano gli schermi [posso vederli come barriere difensive o come passaggi, porte e finestre che moltiplicano le viste]. E molte teste ondeggianti, che ti guardano, e tornano a guardare i video, che si guardano, ammiccano, si fanno segno, che si cercano e tornano a guardare il video, non sono ricevitori passivi intenti a trascrivere le slides che presenti (quelle tanto ci sono, basta inviarle). Dietro ai sommovimenti e alle increspature c’è un lavorio incessante, individuale e di gruppo. Un’agitazione misurata che non coinvolge tutti (qualcuno si attiene al metodo classico, chiude i devices e prende appunti su carta), che coinvolge in modi diversi: c’è chi conversa e chi dibatte, chi prende appunti, chi segue, commenta e approfondisce, chi si distrae (apparentemente) e poi ritorna, chi moltiplica e amplifica, chi si perde dietro ai fatti suoi (e i risultati non sono esattamente i medesimi).

Con una differenza.
A Pane, Web e Salame 3 imperava Twitter, in università ho visto prevalere Facebook.

Chissà perché.

Microepisodio 3. Editormanque non è un editor mancato

Sempre a Pane, Web e Salame 3 (grazie ancora a Fabrizio Martire per l’ospitalità), con Flaviano Zandonai abbiamo ascoltato l’intervento di Michele Aquila di U10 a proposito di libri fatti di tweets (tweetbooks). Mi sono portato a casa un rotolo di scambi, che mi gira in cucina, nel cesto dove si mettono tutte le cose che non hanno una precisa collocazione domestica. E questo papiro di tweets stampato sulla carta dei registratori di cassa di tanto in tanto fa capolino, a ricordarmi la possibilità di fare un libro piuttosto innovativo.

Fino a quando, l’altro giorno, non è arrivata l’email di Flaviano, annunciante la pubblicazione di #netnomics, un libro realizzato utilizzando lo stream di twitter (un tweetbook) che presenta contenuti del modulo sulle reti, modulo proposto dal corso L’innovazione nelle Imprese Cooperative e Sociali. Il libro si apre così:

@Editormanque – #netnomics è l’hashtag per seguire il modulo sulle #reti del corso @Euricse e @AICCONnonprofit. A domani! – May 17, 2012.

Apparentemente un insieme di segni (che ricordano le imprecazioni dei fumetti), di fatto un aggancio che, il giorno prima della formazione, è stato mandato ai partecipanti. La formazione non è solo lo spazio tempo definito dall’apertura dei lavori e dalla chiusura della giornata. Grazie alle tecnologie (ma non solo) inizia prima e… prosegue poi. Il tweetbook di Flaviano è particolare, per ora una novità. Ma potrebbe presto diventare l’apripista di una serie di volumi, un esperimento di un nuovo genere letterario. Vale la pena sfogliarlo.

[Ah, Editormanque non è un editor mancato, nonostante questo il gioco di parole e nonostante questa fosse l’origine].

Microepisodio 4. Twitter per rilanciare post?

Ultima micro esperienza.
Ieri, dopo due settimane di silenzio, due settimane senza sosta, sono riuscito a fare un post. Un po’ al volo. E come sempre l’ho rilanciato sui social network. Nel corso della giornata ho seguito l’andamento dei contatti sul blog. Su 100 contatti alle 21:00, 40 provenivano da Facebook, 15 da Linkedin, e nessuno da Twitter. Dove sto sbagliando?

Constato che non funzionano i rilanci dei post attraverso Twitter.
Potrebbe dipendere dalla comunità dei miei ‘seguaci’ (followers). Forse mi seguono persone che si sono sbagliate, che pensavano che avrei fischiettato cose interessanti per loro.
Forse devo applicarmi di più: c’è da studiare, c’è molto da capire.
E chissà quali possibilità mi sfuggono.

Quattro esperienze e… dunque?

Mah… non è facile fare una sintesi ragionata delle (micro)esperienze.

  • Una prima impressione/sensazione è che seguire i convegni twittando è molto faticoso, non perdere l’attenzione, prestare attenzione, scrivere, rispondere (a tono), ri/lanciare… Insomma è piuttosto demanding.
  • Una seconda considerazione riguarda il modo di ricevere attenzione che si determina per via degli strumenti di connessione. Le persone ascoltano e interagiscono. C’è contemporaneamente attenzione e disturbo: servono nuove abilità comportamentali per non ostacolare le fruizioni individuali e favorire gli scambi sociali?
  • Una terza considerazione: i libri fatti di tweet si annunciano come un genere. La dimensione aforismatica li rende documenti ad alta intensità emotiva, relativamente brevi, campionature (quindi iperselezioni) eppure testi con una loro completezza (di cui il lettore è complice).
  • Con Twitter si può informare la propria comunità, qualcuno può venirti a visitare e qualcuno può rilanciare. Le reti e gli scambi sono particolari. Nella mia testa si forma un’immagine ondeggiante, come di vento e di tempesta.
  • Prima di un convegno o di un seminario conviene dare l’hashtag, la parola chiave preceduta dal cancelletto dove si potrà seguire la conversazione (come abbiamo visto fare sopra in occasione del laboratorio formativo sulle reti). Sarà più facile interagire, seguire, discutere, produrre pensieri e scrittura, cioè dialogo su eventi in corso (sarà più facile partecipare e co-produrre conoscenza).

La seconda parte del post esce domenica 29 luglio 2012

Ma la domanda rimane: cosa se ne possono fare le associazioni, le cooperative, le imprese sociali di Twitter?
Quali usi creativi, utili, saggi, sobri, efficaci, allegri, pensierosi, affermativi, dubitativi, critici, propositivi, possono fare?

Innovazioni e schemi mentali

Perché è importante considerare le rappresentazioni dell’innovazione che abbiamo in testa? Si tratta di idee di cui siamo poco consapevoli, ma che funzionano come coordinate culturali che guidano le nostre azioni (e le nostre reazioni) regolando aperture a nuove concezioni e alla possibilità di cambiare (anche solo un po’) il nostro modo di apprezzare le opportunità (o intravedere i pericoli) che ci circondano.
Lavorando con alcune organizzazioni e discutendo di innovazione con le persone che le dirigono ci siamo accorti di alcune precomprensioni difficili da identificare per il fatto che si costituiscono come strumenti per ragionare, sottraendosi così all’esame critico.

Tre modelli mentali

Innovazione come scoperta
L’innovazione è un miracolo, un insight, un’idea che risolve, come colpo di genio. Prima non c’è e poi – paff – c’è. È inutile dannarsi, si presenta all’improvviso, quando nessuno l’aspetta, e inutile è aspettarla. L’innovazione si palesa a capriccio suo, ma in quel momento tutti sapranno riconoscerla, ne sentiranno la possanza, ne saranno ammaliati, non ne potranno dubitare, non la potranno scavalcare. Quando ci sarà, allora sarà a chiaro a tutti. È inutile dannarsi: non sappiamo né il giorno, né l’ora: l’innovazione è pura serendipità. Se le cose stanno così alcuni  soggetti accorti si attrezzano per affinare le loro capacità di scansionare il mondo, le esperienze, i concorrenti, internet…

Innovazione come ricerca
L’innovazione è pazienza diffusa, è scavo, lavorio… L’innovazione non si trova, si fa. La si fa passo dopo passo, in modo ordinato e meticoloso, curando i dettagli, provando e riprovando, cercando per ogni dove, senza posa, con misurata bramosia. L’innovazione è l’accumulo di molteplici risultati, di intrecci di vie tentate, abbandonate, riprese, è compattamento di microsuccessi. L’innovazione è persuasione, coinvolgimento, sodalizio, aggregazione. L’innovazione è movimento, calpestio, brontolio, folla che si fida e che alla fine applaude. Se l’innovazione è il risultato di lavoro inesausto allora non resta che mettersi (e mettere) all’opera…

Innovazione come irruzione
Ah, se giungesse da via – da fuori – qualcuno a trarci dalla presente condizione… L’innovazione è desiderio di nuova conduzione, di leadership scartante, accelerante, risolutiva. L’innovazione è attesa (preghiera) di un colpo di fulmine.
Serve un nuovo condottiero(a), che promuova, visibilizzi (incarni) il nuovo corso. Un genio che superi l’impasse, di slancio, con decisione. Che indichi la nuova via e la nuova meta, che la assicuri (ci rassicuri).
Innovazione come discontinuità, come superamento, distacco, trascendimento, evasione, come rapimento.

Innovazione come progetto

Non solo blow-up risolutore, non solo paziente accumulo, non solo autorevole inserzione. L’innovazione è anche questo, e questo, e questo, ma non solo… Tre prospettive se non complementari, potenzialmente mescolabili. Provo ad avanzare l’ipotesi che l’innovazione possa essere piuttosto un progetto che importa script dalle precedenti idee guida per ricombinarli in un tracciato scomposto, esposto al rischio dell’insuccesso, venato di ambivalenze, ma pure pensato ed orientato verso evoluzioni considerate importanti. L’innovazione può essere descritta con un’immagine meno definita e più incerta, ma forse più realistica e praticabile.
E naturalmente per proseguire si tratta in qualche modo convenire sul senso del termine progetto. Progetto:

  • un’intenzione di cui è possibile dire a quali problemi risponde, quali fattori considera e – in linea di massima – quale tracciato immagina;
  • un disegno, se non dettagliato, sufficientemente articolato per poter vagliato;
  • una proposta accompagnata espliciti riferimenti di metodo;
  • un qualche approdo, lontano, ma non troppo lontano;
  • il senso dell’agire degli attori coinvolti, la loro sfera di responsabilità: quali gli interessi e quali le reazioni immaginabili.

Per non finire con l’essere un piano ordinato (e quindi strumento per reimmettere pensieri lineari votati ad incontrare disappunti) un progetto di innovazione potrebbe considerare alcuni criteri per relativizzare le aspettative degli attori coinvolti:

  1. Puntare a mettere in contatto informazioni sconnesse, promuovendo interazioni che consentano gradi di libertà.
  2. Considerare che spesso le soluzioni che appaiono logiche e desiderabili all’osservatore coinvolto sono inadeguate per effetto delle pressioni dovute a cambiamenti sociali e culturali;
  3. Considerare l’originalità come la capacità di connettere in modo inatteso, di ricombinare secondo schemi che ammettono categorizzazioni inclusive;
  4. Promuovere configurazioni intermedie, parziali, insature.

Qual è il metamodello?

Nelle tre idee di innovazione – presentate nel primo paragrafo – prevale un metamodello di pensiero che sembra implicare che l’innovazione dipenda dalle rappresentazioni soggettive (dall’immaginario organizzativo) e non anche dai contesti, dalle interazioni fra organizzazione e contesti, dalle risorse disponibili, dalle sollecitazioni scomposte e solo parzialmente prevedibili dei diversi attori.
Forse la proposta di rappresentarsi l’innovazione come progetto consente di considerare le molteplici variabili rimandando ai soggetti non tanto il compito di assumersi l’intera responsabilità dell’innovazione, quanto quello di essere consapevolmente attivi nella complessità degli elementi in gioco.

.Il futuro del passato…

Back to the future in senso letterale

Nel cercare del materiale per approfondire il tema dell’innovazione tecnologica, retrocedendo nel tempo, ho trovato un numero della rivista Inchiesta pressoché interamente dedicato alle nuove tecnologie e alle previsioni di impatto sulla vita quotidiana. Il numero risale al primo trimestre del 1990. Più di vent’anni fa. Il primo impulso è stato quello di scartare la rivista. Oggi è tutto cambiato, cosa potranno mai aggiungere pensieri tanto lontani (così embrionali) alla riflessione sul tema dell’innovazione informatica per come la stiamo conoscendo oggi? Poi ha prevalso la curiosità di vedere come si rappresentavano il futuro vent’anni fa. Il futuro di allora che in certo modo stiamo vivendo adesso.

La futurologia – si sa – è una scienza appassionante (inesatta e negletta solo a posteriori): nel presente la curiosità di sapere cosa accadrà nel tempo a venire ci rende ricettivi (e vispi) verso un futuro che avanza volgendoci le spalle. Come andrà o come vorremmo che andasse in (buona) parte dipende anche dalle aspettative che hanno animato la costruzione del presente. E nell’oggi raccogliamo i frutti delle costruzioni e delle prefigurazioni che hanno mobilitato il passato.

Vittorio Capecchi e Adele Pesce su Inchiesta del gennaio-marzo 1990

L’editoriale del numero 87/1990 della rivista Inchiesta è illuminante. Quindi riprendo le principali argomentazioni, per punti. Sono infatti convinto che ci possano aiutare a ragionare.

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Cos’è oggi internet?

Sono interessato alla domanda fondamentale.
E non da un punto di vista assoluto.
Non interessa qui la saggezza dell’esperto acclamato (interessante certo, spiazzante com’è ovvio, illuminante e se no che gusto c’è…).
No quello che mi interessa sono le rappresentazioni che sviluppiamo inconsapevolmente su internet.

Dal mio punto di vista, così al volo, in un sabato freddissimo, che di tutti è il più gradito giorno, provo a chiedermi: «Incontro persone diverse, si parla di molte cose, qual è il loro punto di vista su internet, l’idea che emerge dalle conversazioni, dalle mimiche, dai sorrisi imbarazzati, dalle affermazioni decise o dai silenzi dubbiosi?».

Ecco la sintesi di una settimana di ascolto:

  • Internet è una foresta minacciosa, ne ho paura, mi ci perdo, se posso la evito. Un collega mi ha detto: «per me internet è come un libro di Stephen King, so già che avrò paura e lascio stare di leggerlo.».
    [Ah, però!]
  • Internet non è la realtà, è una perdita di tempo, è confusione, è una cosa per giovani, non ci capisco niente, non so neanche bene cosa fare, cosa farmene. «Mi metto lì, dopo un po’ mi annoio. La più parte delle cose sono scritte e presentate che non capisco, mi sembra tutto confuso: un labirinto e non so se ne vale la pena…».
    [Ah, però!]
  • Internet è una galassia, uno spazio di ricerca sconosciuto: «Mi piace saltare da un posto all’altro, e poi tornare indietro. Trovo delle cose incredibili, ma le devi cercare. Mia figlia mi ha detto: mamma quando vai su internet è come viaggiare su un’astronave!».
    [Ah, però!]

Per parte mia sarei curioso di raccogliere un certo numero di rappresentazioni di internet.
Credo ci aiuterebbero a capire meglio come poterci fare molto di più.
In ogni caso, per me, internet non è soltanto una realtà virtuale ma piuttosto una realtà immaginaria.

Innovazione e tecnologie dell’informazione: risorse dall’UE

Entro gennaio 2012 la Commissione approverà il programma quadro CIP-ICT dedicato delle tecnologie informatiche per la competitività e l’innovazione di imprese e PMI.

E dal 1 febbraio al 15 maggio 2012 sarà possibile presentare proposte.

Cinque le linee di ricerca e sviluppo:
• ICT per città intelligenti;
• ICT per la salute, per l’invecchiamento attivo e l’inclusione;
• ICT e-service affidabili e altre azioni;
• ICT per l’innovazione delle amministrazioni e dei servizi pubblici;
• ICT contenuti digitali, open data e creatività.


ICT = Information and communication technologies
CIP = Competitiveness and Innovation framework Programme
PSP = Il Policy Support Programme mira a stimolare innovazione e capacità competitiva attraverso la diffusione e un migliore uso delle tecnologie da parte di cittadini, amministrazioni pubbliche e imprese.

Sociale e tecnologie informatiche: servirebbe una (road) map…

by Jackod-935

Una sintesi per rilanciare

Qualche giorno fa Ivana Pais su La nuvola del lavoro – il blog curato da Dario Di Vico del Corriere della Sera – ha fatto il punto della situazione a proposito di tendenze innovative nel campo dell’informatica e delle tecnologie sociali.
Cosa ci aspetta nel 2012? Produrre in condivisione? Condividere segmenti produttivi? Entrare e uscire dalle tecnologie? Operare in un ecosistema che tende non distinguere tra reale e virtuale, ma che innesta l’uno sull’altro creando complessità e opportunità? Produrre connessioni più che collettivi?
Affascinante, be’ sì, ma anche non immediatamente comprensibile, nelle dinamiche, negli effetti, nelle ripartizioni delle risorse e del lavoro. Insomma quanto basta per non stare semplicemente a guardare. Continua a leggere

L’innovazione corre veloce…FAI UN SALTO!

Il progetto e i suoi promotori

L’innovazione nel campo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione corre veloce. Sollecita le cooperative e le imprese sociali a riconsiderare le loro aree di intervento e le modalità di azione, ed anche a ripensare il senso del loro lavoro nell’attuale fase di rapida trasformazione dei contesti.
Per questo è nato il progetto Fai un salto che vuole essere un percorso di ricerca, comunicazione, confronto e riflessione sul tema dell’innovazione informatica utile alle esigenze delle cooperative e delle imprese sociali.

Fai un salto è promosso da:

  • Iris-Network rete nazionale degli Istituti di Ricerca sull’Impresa Sociale (Trento).
  • Centro di ricerca Dati Metodi Sistemi del Dipartimento Metodi Quantitativi dell’Università degli Studi di Brescia.
  • La Ringhiera cooperativa sociale di tipo B (Albino BG).
  • Pares cooperativa di ricerca, consulenza, formazione e documentazione (Milano). Continua a leggere

Innovazione informatica nel sociale: resoconto di un seminario di studio

Giovedì 13 ottobre 2011, la cooperativa sociale La Ringhiera ha organizzato a Bergamo il seminario Innovazione informatica nelle cooperative e nei servizi sociali. Quali prospettive?

Una mattina nel merito delle questioni:

una ricerca (interviste, questionari e focus per cogliere difficoltà e disponibilità);

cinque contributi (Giorgio SordelliGianluca GibilaroBruno CantiniFlaviano ZandonaiEmidio Panna);

un dibattito ricco di spunti e di proposte.

Di seguito trovate il resoconto della mattinata. Si tratta di appunti appena sistemati ma non approvati dai relatori. Un punto di vista quindi, non una sintesi ufficiale (un racconto piuttosto) delle riflessioni che sono state proposte dopo la presentazione del rapporto di ricerca (scaricabile qui) curato insieme ad Anna Omodei.

Giorgio Sordelli: innovazioni informatiche: quali le resistenze e quali gli effetti in ambito sociale?

Mitizzare e demonizzare

Le tecnologie vengono mitizzate e contemporaneamente demonizzate. Ma le tecnologie non sono magiche. Le tecnologie funzionano se ci sono esseri umani e organizzazioni. Ma per ottenere buoni risultati dalle tecnologie, vecchie e nuove, è necessario ci sia un pensiero che ne indirizzi l’uso: prima vengono le strategie e poi le tecnologie.

Resistenze

“Abbiamo i postini, a cosa ci servono i telefoni?” questa l’espressione usata da un dirigente delle poste inglesi sul finire dell’800. Le grandi tecnologie sono quelle che cambiano radicalmente e permanentemente il nostro modo di vivere. Ma spesso non ci rendiamo conto dell’impatto delle nuove tecnologie (nel presente e nel futuro) perché guardiamo le tecnologie a partire dall’attualità e non dalle prospettive che possono aprire. Se ci pensiamo il fax è sembrata una tecnologia rivoluzionaria. In effetti lo è stata per una stagione brevissima, rivelandosi una tecnologia di transizione.

Boicottaggi

Le nuove tecnologie vengono spesso boicottate. In modi diversi. Direttamente, rigettando l’introduzione di nuovi strumenti: no al computer, no alla rete, e così via. Indirettamente, usando male le nuove opportunità o facendone un uso improprio, creando effetti negativi o controproducenti.

Formazione a distanza

La formazione è, tra gli altri, un campo di innovazione; la tecnologia incontra gli approcci alla formazione creando soluzioni inefficaci o moltiplicando le potenzialità. La formazione a distanza funziona a condizione che il docente sappia usare coerentemente la piattaforma, tecnologie, strumenti a disposizione, viceversa l’uso unidirezionale replica un modello formativo che nasce già desueto. La formazione a distanza apre all’apprendimento cooperativo, le relazioni sono al centro dell’apprendimento, i partecipanti sono chiamati a costruire conoscenze insieme, patendo dalle loro esperienze per creare conoscenze collettive. Si sviluppano così comunità di pratiche. La piattaforma diventa uno spazio di condivisione, di progettazione, di innovazione. Ma anche no.

Precomprensioni ostacolanti

Non abbiamo tempo da perdere, ci occupiamo di relazioni… questo a volte è l’atteggiamento di partenza. Il lavoro sociale viene contrapposto agli strumenti come se fossero già chiare le finalità del primo e gli obiettivi dell’introduzione dei secondi. La domanda chiave: “Tecnologia sì, ma per quali obiettivi?” viene bypassata. E con essa l’esplorazione dei processi di lavoro per verificare l’utilità di nuove tecnologie, di nuovi processi, di nuove conoscenze. Senza valutazioni prevalgono le precomprensioni che si impongono nella loro apparente autoevidenza. Chiedersi: come potremmo fare per introdurre nuove tecnologie? Quali inerzie incontreremo? Come accompagnare i cambiamenti? Possono essere domande inutili se non si esplorano pratiche e intenzioni del lavoro sociale.

Vantaggi tecnologici

In cosa le tecnologie possono aiutare? Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione possono intervenire per offrire informazioni a molti, rapidamente, promuovere la costruzione di conoscenza collettiva e rendere disponibili informazioni comunitarie; possono consentire di dare supporto e aiuto a distanza e favorire il miglioramento delle relazioni (si può stare in contatto, non perdersi di vista, interagire, progettare); con le tecnologie si può (in parte e a certe condizioni) lavorare da casa, ampliare le possibilità di conciliazione e liberare tempo per le relazioni. Continua a leggere

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