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nlocatelli

Laureato Magistrale in Psicologia dei Processi Sociali, Decisionali e dei Comportamenti Economici presso la Facoltà di Psicologia dell'Università degli Studi di Milano-Bicocca, vivo a Bergamo, mi interesso di consulenza, intervento e sviluppo organizzativo, amo la montagna e il mio cane. Sto svolgendo un il tirocinio professionalizzante per iscrivermi all'esame di stato.
nlocatelli ha scritto 13 articoli per Fai un salto

Unizombie: Tecnologie digitali e formazione.

Zombie Aheads

Due premesse: questo post vuole essere un esperimento di content curation, un tema caldissimo in questo momento. Perché questa scelta? Perché di materiali relativi alle tecnologie digitali durante la formazione e al loro impatto sul lavoro nei gruppi ce ne sono a bizzeffe, ne abbiamo scritti molti noi su fai un salto e se ne trovano tantissimi cercando su google. Inoltre il tema è molto sfaccettato, e qualcuno dei lettori potrebbe già aver fatto delle riflessioni almeno su alcune delle implicazioni che sorgono.

Perchè Unizombie? La riflessione che sta dietro alla relazione tra tecnologie digitali e formazione nasce da una provocazione molto interessante, potete scoprire di cosa parlo leggendo l’introduzione alla serie originale Unizombie pubblicata qui.

Le tecnologie digitali influenzano la formazione scolastica, universitaria ed adulta?

Certamente se sfruttate nel modo più giusto le tecnologie possono migliorare un rapporto tra docenti e studenti oppure rendere più performante l’apprendimento, o ancora risvegliare le intorpidite menti degli adulti che non sono più abituati ad imparare.

iPad Project

Un esempio per le scuole primarie è youtube che si mette al servizio dei docenti e degli studenti per una migliore fruizione dell’insegnamento (reciproco?). Attenzione, le tecnologie vanno usate con consapevolezza e va evitato il rischio di comprare un tablet ai propri figli per “tenere il passo con gli altri”.

Anche i più grandicelli devono stare attenti all’influenza delle tecnologie nella formazione, e allora ben vengano le esperienze universitarie che vengono descritte da studenti e docenti impegnati nel lavoro con i gruppi e nel lavoro di gruppo.

E gli adulti? La tanto osannata formazione continua non dovrebbe tenere conto della crescita (o invecchiamento) continua delle persone? Alcuni comportamenti però sono talmente radicati nell’essere uomini e donne che possono essere veicolo di informazione privilegiato per facilitare l’apprendimento anche nelle persone che non ci sono più abituate. Ad esempio il gioco, che lo si consideri un innovazione tecnologica nella sua forma videogiocabile o che lo si riconosca anche negli adulti che costruiscono modellini di navi o piste per biglie si può rivelare un grande canale di apprendimento. Qualche grande azienda lo sa, Lego, L’oreal e Porsche ad esempio, e i consulenti scrivono anche dei libri come questo.

L’innovazione nella formazione, come quella proposta da Made For School  può essere un significativo esempio di come si possono applicare le tecnologie allo sviluppo di comunità di benessere collettivo e di come si possa sviluppare un welfare efficiente e che contribuisca allo sviluppo di una cultura di supporto sociale.

LSP

Scrivere in questo modo da forse l’impressione di copiare o di non dire nulla di più di quello che è già stato detto. La content curation invece è una cosa sottile che si deve allenare, come un grande chef sa benissimo in quale ordine di relazione e in quali proporzioni mescolare gli ingredienti di un piatto anche un buon post deve avere questo equilibrio, e proprio in funzione di questo equilibrio il post avrà un sapore differente ogni volta anche se contiene gli stessi ingredienti.

L’ultima riflessione va consegnata alla capacità del lettore di costruire una riflessione a partire da quello che legge. Scrivere post come questo è abbastanza semplice perché consente di costruire collegamenti interessanti tra argomenti altrimenti non vicini tra loro, l’autore deve raccogliere materiali e idee e proporre un percorso attraverso i materiali raccolti che sia guidato dalle sue idee. Però il lettore è obbligato a costruirsi la propria lettura, approfondendo o meno le scarne riflessioni cliccando sui link o aprendo google in un altra scheda del browser per fare ricerche ulteriori.

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ONG italiane e social media: matrimonio difficile? (Bootleg)

Due settimane fa ho seguito un webinar di ONG 2.0  con relatrici Silvia Pochettino e Donata Columbro, i temi erano due:

  • La presentazione dei risultati di una loro ricerca sull’uso dei social media da parte delle ong italiane.
  • l’anteprima dell’ebook, “Ong 2.0, strumenti e strategie social per il non profit”.

Solitamente si elencano gli spunti e le riflessioni dopo aver raccontato quello che è successo durante un webinar o un convegno ma questa volta sento che è importante riflettere a priori su quello che ho raccolto da questa esperienza per poter giustificare il formato del post particolarmente atipico rispetto agli altri che ho scritto.

Lo spunto principe che ho raccolto riguarda una citazione di Robin Good che ho ritwittato:

RT @rivistavps: Robin Good: “Smettere di scrivere e iniziare a produrre prodotti utili”. Meno articoli e più content curation.#ong20

Per i più può essere oscuro ma per noi di fai un salto questa citazione è illuminante visto che ci stiamo riflettendo da qualche tempo. Per rendervi partecipi ecco il dubbio che attanaglia molti scrittori più o meno dilettanti del web: “scrivo qualcosa di nuovo o cerco di aggregare contenuti già presenti fornendo delle semplici chiavi di lettura che possono essere uno slancio per i miei “affari”?

Questa introduzione perché in questo post proverò semplicemente a fare questa operazione di aggregazione dei contenuti.

Ecco una Slideshare relativa ai risultati della ricerca.

Questa invece è relativa all’anteprima dell’e-book di ONG 2.0.

Credo sia poco utile commentare a fondo le slide che vi ho proposto perché sono molto ben fatte e seguendole con attenzione si capisce bene il significato, inoltre in quest modo sarete incuriositi e cercherete l’e-book per leggervelo.

Detto questo, per chi è curioso su come si è svolto il webinar aggiungo alche il link allo storify introdotto da alcune considerazioni delle relatrici.

In chiusura però trovo importante provare a dare degli elementi di continuità perché l’innovazione non è solo saltare nel buio della novità ma farlo con cognizione di causa e tenendo in mano una fune per potersi ricordare da dove si arriva.

Ecco alcuni spunti:

  • Il web è sovraccarico di informazioni in ogni angolo, le capacità degli internauti si stanno affinando ma è sempre difficile trovare l’informazione desiderata, serve tempo e servono degli indizi che conducano alla fonte ultima dell’informazione che stiamo cercando.
  • Manca una serie di indici, una rete che aiuti il ricercatore 2.0 ad orientarsi nella giungla di contenuti del web, chi scrive on line dovrebbe iniziare a ragionare in questa direzione, il mercato dei contenuti è saturo, tutti possono postare nuovi contenuti e arricchire la già ricca collezione presente in rete, ma manca un sistema connettivo che consente di sorreggere la grande mole di contenuti e guidare la ricerca verso il contenuto desiderato.
  • Una considerazione sulla ricerca, i risultati che mi colpiscono di più sono l’asincronia tra l’uso dei social, che è moderatamente sviluppato nelle ONG contattate, e invece la poca capacità di costruire consapevolezza su come sfruttare le potenzialità dei social network. Forse ora come ora servono dei corsi per insegnare come cambiare la propria cultura comunicativa in funzione dei nuovi linguaggi del web e non dei corsi su come aprire profili e gestire pagine e contenuti.

Queste brevi considerazioni al termine di un ancor più breve post sono solo un punto di partenza, adesso dobbiamo ragionare e discutere su cosa è stato fatto, su dove vogliano arrivare e su come fare per arrivarci, ma attenzione non è sufficiente ragionare e discutere, bisogna mettere in campo delle azioni concrete per poter vedere dei risultati.

A voi la parola.

Cure Thalassemia, la storia di un social business che ha a cuore la salute dei bambini.

Logo

In questo post vi vogliamo presentare la storia di Eugenio La Mesa e di Cure Thalassemia.

Chi è Eugenio? Eugenio è un imprenditore sociale innovativo, ha alle spalle una carriera di 20 anni nell’Internet Marketing e nel software ed è vincitore del premio di Microsoft Italia per la soluzione Internet più innovativa. Co-fondatore e presidente di Cure Thalassemia, si occupa di social business sanitario in partnership con il Narayana Hospital di Bangalore, in India.

Cos’è Cure Thalassemia? Cure Thalassemia è un social business che si occupa di dare assistenza medica specialistica ai malati di talassemia (la più diffusa malattia genetica mortale del mondo con oltre 100.000 bambini morti ogni anno) nei luoghi più poveri del mondo, con l’obiettivo principale di offrire trapianti di midollo osseo (BMT) in modo finanziariamente autosufficiente, e migliorare la ricerca sulla cura della malattia.

Sodani e La Mesa

Eugenio La Mesa e Pietro Sodani

Ma come nasce questo social business? le idee migliori nascono spesso da incontri speciali. Eugenio, grazie alla sua passione per il sociale e all’amico ed ematologo esperto in BMT Pietro Sodani incontra la fondazione cure2children che si occupa di aiutare i bambini con malattie gravi nei paesi in via di sviluppo ad avere la migliore assistenza sanitaria direttamente nel loro paese formando e sostenendo professionisti localiGrazie al suo lavoro e alla sua collaborazione Eugenio si trova a viaggiare in Pakistan per conoscere l’operato della fondazione. Questo viaggio è stato cruciale perchè ha potuto incontrare la riconoscenza dei pakistani nei confronti della fondazione, inoltre, qualche mese dopo, in viaggio verso l’india ha incontrato il modello di social business acquistando e leggendo un libro di Muhammad Yunus, Creating a World Without Poverty.

La lettura non basta, Eugenio da buon imprenditore si mette in contatto con Yunus, attraverso la mail, riceve risposta e lo incontra in Bangladesh, insieme al fondatore di cure2children, Lawrence Faulkner, e all’amico Sodani. Da questo incontro il gruppo di Yunus e il gruppo della fondazione lavorano per scrivere il business plan per circa un anno. Ma come per tutte le imprese giovani e a maggior ragione per le giovani imprese sociali la strada è difficile e il gruppo di lavoro di cure2children preferisce abbandonare il progetto per percorrere altre strade. A questo punto Sodani e La Mesa rinunciano agli incarichi di collaborazione con la fondazione per provare a costruire il loro modello di impresa.

Passato un anno, a Roma, Pietro ed Eugenio incontrano a cena Chandrakant Agarwal, indiano, nonno di una paziente operata dal team di cui fa parte Sodani, gli raccontano la loro idea di business e nasce così il piano d’impresa di Cure Thalassemia, scarabocchiato su un tovagliolo di un ristorante e basato sui sette principi del social business di Muhammand Yunus.

La storia di Cure Thalassemia continua con una svolta importante quando il gruppo riesce a ottenere una collaborazione con il dottor Devi Shetty fondatore del più grande ospedale pediatrico cardiaco del mondo, sito a Bangalore in India, il Narayana Hrudayalaya Hospital.

Per Eugenio, come per tutti gli imprenditori è importante saper costruire un modello di business sostenibile e che garantisca all’attività sviluppo e successo, secondo i principi del social business, un attività dovrebbe diventare finanziariamente autosufficiente per raggiungere il proprio scopo sociale. Qual’è il modello d’impresa di Cure Thalassemia allora?

Il modello si fonda su due capisaldi: l’efficienza tipica del settore for profit e la solidarietà tipica del settore non profit, ma in quali termini? Il carattere distintivo di questo modello è il concetto di freemium, e nel dettaglio le seguenti caratteristiche:

  • consulenza gratuita via mail sulle procedure BMT a cura del dottor Sodani,
  • incontri programmati con gli esperti direttamente in india per consulenze gratuite e prime visite per potenziali pazienti,
  • i fondi per finanziare queste procedure, provengono dagli investimenti iniziali e dagli introiti per gli interventi di BMT su pazienti in grado di supportare il costo dell’operazione.

Queste tre basi fondamentali del modello consentono ai medici e ai collaboratori di garantire un intervento di BMT gratuito ogni quattro interventi retribuiti.

Cure Thalassemia è ancora nella fase iniziale dello sviluppo, del business, il modello sembra reggere e i contatti sulle pagine web e tramite i servizi freemium offerti sono in costante aumento, Eugenio dedica ancora la maggior parte del suo tempo al suo lavoro di web marketing ma nei prossimi cinque anni si impegnerà maggiormente nello sviluppo di Cure Thalassemia.

La storia di un social business come questo apre la strada a diverse riflessioni:

  • tutti possono diventare degli imprenditori sociali, serve solo una buona dose di passione e la capacità di sostenere una rete di contatti fondamentale per avere successo nella propria mission sociale.
  • non esiste un modello universale e universalmente corretto di impresa sociale, e non vale nemmeno la pena di limitare le possibilità di un gruppo di lavoro inquadrandolo necessariamente in una forma istituzionalmente riconosciuta. Esiste solo un modello valido, ed è il modello che consente al progetto di proliferare e aiutare il maggior numero di persone.
  • le tecnologie di condivisione digitali sono fondamentali anche per lo sviluppo delle imprese sociali e dei social business di tutti i tipi, Cure Thalassemia senza le competenze web dei suoi collaboratori non potrebbe offrire i servizi gratuiti di consulenza, né gestire gli appuntamenti per le prime visite gratuite che vengono prenotate da tutto il mondo.
  • esiste la possibilità di sviluppare un welfare sociale a partire da reti virtuali, a patto che si sia in grado di svilupparle anche sul piano reale, costruendo un sistema di competenze.
  • i social network possono essere molto utili per misurare e tenere traccia dei successi del proprio business sociale, è necessaria la consapevolezza che il social media world e le reti sociali reali su cui si basano la maggior parte delle imprese sociali sono sempre più compresenti nella realtà e che è necessario padroneggiarli entrambi per creare valore, sia economico (per garantire sostenibilità e finanziamenti ai propri progetti di welfare) che sociale (per aumentare il benessere della società).
Google Analytics per curethalassemia.org

Google Analytics per curethalassemia.org

Made for School, una start up che accompagna le scuole nel mondo digitale.

Oggi incontriamo Francesco Invernici che ci aveva già parlato del suo modo di vedere il co-working in questo post .

Questa intervista invece si concentra sulla sua ‘creatura’, Made for School della quale è co-fondatore.
Insieme a Manuel Meinardi, Francesco ha deciso di fondare una start-up che potesse colmare un vuoto di mercato, fornendo servizi alle scuole in modo specializzato.

Cos’è Made for School?

Made For School è una società specializzata nella ricerca, progettazione e realizzazione di prodotti e servizi innovativi rivolti al settore scolastico. Proposte studiate ad hoc per incentivare, agevolare e potenziare la comunicazione nel mondo della scuola aiutando gli istituti a perfezionare la propria immagine e la propria identità.

Come siete arrivati a fondare MFS?Annuari

L’idea nasce dalla lunga esperienza da studenti, ma sopratutto da rappresentanti, nel mondo dell’istruzione della bergamasca. Durante gli anni del liceo io e Manuel ci siamo scontrati spesso con grossi limiti quando tentavamo di promuovere iniziative nelle nostre scuole e così abbiamo pensato di riempire questo vuoto.

Cosa offre MFS ai suoi clienti?

Made for School propone servizi e prodotti indirizzati a due categorie di clienti:

  • Le scuole come enti istituzionali, ai quali offriamo la nostra esperienza nell’ambito della comunicazione, per l’organizzazione di eventi, open day e servizi dedicati alla gestione dell’immagine  pubblica dell’istituto.
  • Gli studenti, ai quali offriamo una serie di prodotti come gli annuari, l’abbigliamento personalizzato e i servizi che consentono di svolgere al meglio tutti i compiti dei rappresentanti degli studenti, come la raccolta fondi per iniziative o l’organizzazione di eventi; tutto questo corredato da convenzioni vantaggiose per gli studenti grazie alla collaborazione con partner locali e nazionali. Un ultimo prodotto di cui vado fiero è un sistema che premette ai rappresentanti di istituto e ai rappresentanti di classe di collaborare in modo interattivo e facilitare la comunicazione tra di loro.

TagQuali sono le scoperte più piacevoli che avete incontrato nel vostro percorso lavorativo?

La cosa che mi ha colpito di più è stato trovare uno spazio a misura di start-upper, in cui mi sono sentito incoraggiato ad esprimere le mie idee e i miei timori e proprio in questi ambienti ho anche trovato sostegno per risolvere i piccoli problemi di un impresa che nasce. In Talent Garden ho trovato terreno fertile per mie idee, sostegno per le mie possibilità e un sano realismo imprenditoriale.

Quali sono invece le difficoltà che vi hanno messo alla prova?

La prima grande difficoltà che abbiamo imparato a risolvere in MFS è stata quella di imparare a convincere le scuole che le tematiche della comunicazione vanno affidate a professionisti esperti dell’ambiente scolastico e non ad agenzie generaliste che non sanno cosa promuovere di un istituto per renderlo appetibile a famiglie e studenti.

Cosa significa innovare in un mondo come quello dell’istruzione italiana?

Per me innovare a scuola significa semplicità, significa far capire a chi vive la scuola che gran parte dei processi possono essere resi più efficienti di quello che sono e che fare questo renderebbe la scuola un posto nel quale si può davvero fare cultura e si può contribuire a sviluppare un senso di efficacia sociale più elevato. Innovare significa che se si può fare qualcosa per semplificare la vita di tutti gli utenti della scuola allora va fatto.

LogoPer concludere: quali obiettivi avete in mente per Made for School?

Ci piacerebbe diventare leader del mercato dei servizi alle scuole nei prossimi tre anni, e speriamo di aver bisogno di un corso di lingue, nel caso in cui volessimo esportare i nostri prodotti.

L’esperienza di Made for School può far riflettere su due aspetti:

  • il primo aspetto concerne la possibilità per dei giovani non solo di trovare un posto che li soddisfi nel mondo del lavoro, ma anche di costruirselo aiutare altri a fare lo stesso.
  • Il secondo aspetto riguarda l’annosa questione della scuola in Italia: all’interno di un organismo vecchio, statico e macchinoso ci sono forze agili, dinamiche e innovative che provano a farsi strada per ristrutturare il mondo della scuola rendendolo un incubatore di possibilità future per i bambini e gli adolescenti.

Il Social Business NON è un’impresa sociale! Parola di premio Nobel.

Yunus

Poco tempo fa mi sono imbattuto in un webinar sul modello di social business del premio Nobel Muhammad Yunus.

Per prima cosa è necessario ringraziare l’organizzazione e il relatore dell’incontro, rispettivamente Volontari per lo Sviluppo e Eugenio La Mesa.

Il webinar è stato ricco di spunti e di esperienze interessanti, in questo post inizieremo parlando della differenza tra il modello del social business e l’impresa sociale, per altri spunti qui trovate lo storify dell’evento.

Il modello di Muhammad Yunus si compone di sette principi essenziali per un business di successo, ma prima di vederli: cos’è un social business? Un buon modo per scoprirlo è leggere il libro: “Building Social Business”, di Yunus, tradotto in italiano con il poco azzeccato titolo “Si può fare!“.

“Potremmo definire il social business come un’impresa che non produce perdite, non distribuisce dividendi e che opera esclusivamente per raggiungere un determinato obiettivo sociale.” (Yunus M., 2010 ‘Si può fare!’  p.18)

A partire da questa definizione il primo dubbio che sorge è relativo alla sostenibilità economica di un mondo in cui esista solo il modello social business. Il premio Nobel è chiaro, non è serio pensare ad un individuo mosso esclusivamente da motivi altruistici, ma nemmeno esclusivamente da desideri di massimizzazione dell’utile personale. Per questo, una teoria economica realistica deve tenere conto sia del modello di impresa for profit che di un modello altruistico.

Giusto di un non meglio specificato modello di impresa altruistica. Qui sorge il secondo dubbio, perché inventarsi il social business quando il mondo è pieno di ONG e di coop con fini sociali che operano con successo da tempo?

La risposta a questa domanda si può cercare leggendo e capendo i sette principi del social business proposti da Yunus:

  1. L’obiettivo dell’azienda è il superamento della povertà o la risoluzione di uno o più problemi sociali importanti come: istruzione, sanità, accesso alle tecnologie, ambiente. E non la massimizzazione dei profitti.
  2. L’azienda deve raggiungere e mantenere l’autosufficienza economica e finanziaria.
  3. Gli investitori hanno diritto solo alla restituzione del capitale inizialmente investito senza alcun dividendo.
  4. Quando una quota di capitale viene restituita, i profitti relativi restano di proprietà dell’azienda che li impiega nell’espansione e nel miglioramento della propria attività.
  5. L’azienda si impegna ad adottare una linea di condotta sostenibile dal punto di vista ambientale.
  6. I dipendenti dell’azienda percepiranno salari allineati alla media di mercato e godranno di condizioni di lavoro superiori alla media.
  7. E’ importante che tutto questo venga fatto con gioia.

Direttamente conseguente alla comprensione dei sette principi si possono spiegare i punti di svolta di un social business rispetto ad una generica impresa sociale:

  • Il social business deve raggiungere sostenibilità economica e finanziaria (principio 2): ciò vuol dire che un progetto deve avere un piano di sviluppo che gli consenta di pareggiare il bilancio nel più breve tempo possibile in modo da non richiedere investimenti e capitalizzazioni frequenti da parte dei soci.
  • L’azienda non distribuisce dividendi, questo accorgimento oltre a garantire l’accesso ai prodotti e ai servizi anche alle persone in difficoltà economica, grazie al reinvestimento dei profitti, consente una libertà di movimento senza pari da parte degli amministratori che non incorreranno mai nel conflitto di interessi tra garantire dividendi e perseguire l’obiettivo sociale.
  • Un ulteriore punto di svolta è il riconoscimento che gli impiegati dell’azienda lavoreranno a salari concorrenziali e soprattutto in condizioni lavorative superiori alla media, ciò dovrebbe garantire l‘attrazione dei talenti migliori e il mantenimento di uno spirito sociale profondo.

Building Social Business

Infine, se vi state chiedendo come sia possibile affascinare gli investitori per raccogliere il capitale iniziale senza promettere la distribuzione di dividendi allora ecco la risposta. I capitali si possono attrarre con la promessa del proprio agire sociale e con l’impegno a diventare sostenibili in breve. Detto altrimenti, il social business promette di servirsi di un solo investimento (o quantomeno di pochi investimenti iniziali) a fronte di continue ricapitalizzazioni tipiche di altre imprese sociali. Questo comportamento (che deriva dai principi 2, 3, 4) consente di liberare i fondi destinati agli investimenti successivi al primo, permettendo agli investitori di decidere liberamente come e se impiegarli.

Il libro segnalato qui a fianco contiene molti esempi di social business di successo, se proprio siete pigri ecco un link, Cure Thalassemia fondata proprio da Eugenio La Mesa (che vi racconteremo nel dettaglio in un prossimo post).

Se volete approfondire ulteriormente qui c’è il sito della sezione italiana delle attività di Yunus. Qui invece un intervento di Eugenio La Mesa che prova a raccontarvi quello di cui abbiamo parlato in questo post. E qui un altro esempio di social business di successo.

In conclusione vi racconto la vision di Yunus del mondo nel 2030 (è una vision e va presa come tale):

“Un mondo in cui non ci sia più neanche un povero, un mondo in cui gli oceani, i laghi, i fiumi e l’aria non siano più inquinati, un mondo in cui nessun bambino debba più andare a letto senza cena, un mondo in cui non capiti più di dover morire anzitempo per una malattia che potrebbe essere curata, un mondo che pensi alla guerra come cosa del passato, un mondo in cui si possano attraversare liberamente tutte le frontiere, un mondo senza più analfabeti e in cui le nuove tecnologie consentano a tutti un facile accesso all’istruzione, un mondo in cui i tesori delle nuove tecnologie siano a disposizione di tutti.” (Yunus M., 2010 ‘Si può fare!’ p. 252)

Credo che questo post offra molti spunti di riflessione su come un modello di impresa innovativa possa spingere ancor di più l’economia tradizionale verso una direzione sociale.

Alcune delle differenze tra social business e impresa sociale sono sottili ma hanno degli effetti fondamentali sul processo organizzativo e produttivo. Se possiamo essere sicuri dell’applicabilità del modello impresa sociale, grazie alle mille esperienze di successo che vediamo tutti i giorni, al contrario, il modello di social business non ha preso molto piede in Italia: mi piacerebbe sapere cosa ne pensate… Quali sono i motivi di questa difficoltà? E’ un modello che può funzionare? Avrebbe effetti positivi sulla società?

Andrea Granelli: “Artigiani del digitale, creare valore con le nuove tecnologie”.

Questo post prende spunto da una lettura che ritengo interessante per tutti quelli che si affacciano al mondo delle piccole e medie imprese (di qualunque ragione sociale siano) e contemporaneamente sono sensibili alla possibilità di creare valore attraverso l’innovazione digitale.

Ingredienti per un’innovazione efficace e sostenibile; non solo innovazione tecnologica.

Il cuore del libro, la parte che ha stimolato queste riflessioni, è il capitolo da cui prende il titolo questo paragrafo. L’autore sviluppa il suo pensiero centrando il discorso sulla relazione tra le diverse componenti necessarie per creare valore attraverso lo sviluppo e l’innovazione tecnologica.

Come ogni saggio letterario che si rispetti il testo prova ad indicare un percorso attraverso un decalogo per l’innovazione che serva da faro per chi decide di creare innovazione di valore:

1. Cambiare la metrica dell’innovazione: noi di fai un salto in questo primo punto crediamo fortemente, (il nostro osservatorio sta producendo alcune ricerche sulla misura dell’innovazione nelle imprese sociali, non dimenticatelo!) e il motivo è questo: come misurare qualcosa di nuovo con strumenti vecchi? La domanda è centrale per qualsiasi tentativo di assegnare valore a oggetti intangibili, quali dimensioni tenere in considerazione? Quali valori ritenere soddisfacenti? Anche se può sembrare una questione puramente metodologica non dimentichiamoci che in funzione della valutazione  assegnata vengono generalmente distribuite le risorse.

Copertina2. L’invenzione è un fatto tecnico, prestazionale, ma soprattutto economico e culturale: lo stupore e la novità tecnica sono ingredienti fondamentali per l’innovazione, ma siamo sicuri che bastino? Provate a mettere in mano uno smartphone ad un ottantenne (o anche solo ad alcuni cinquantenni), vi accorgerete che alcune cose scontate per voi giovani ‘nativi digitali’, i vostri nonni e i vostri padri e madri non sono culturalmente in grado di comprendere. Certo, con il dovuto “addestramento” saranno in grado di usare molte delle funzioni ma la comprensione va oltre l’uso. Questo richiama molti temi, il digital divide prima di tutto: se ci fosse consapevolezza culturale nei confronti dell’innovazione non avrebbe nemmeno senso l’esistenza del termine “digital divide“.

3. Riprogettare il sistema di protezione della proprietà intellettuale: la terza regola per l’innovazione di valore apre un mondo di riflessioni (la proprietà intellettuale, i diritti d’autore e l’open data sono solo alcune di queste). La questione si collega a quanto detto precedentemente: la cultura influenza profondamente la percezione di proprietà e sebbene sia chiaro a tutti il concetto di proprietà fisica, è più complesso il concetto di propietà intellettuale (molti di noi, ad esempio, avrebbero alcuni dubbi a definire la proprietà di righe di codice di programmazione o di un design con gli spigoli a forma arrotondata). L’open data è la soluzione? Ni, Granelli scrive: “open data ma non troppo”, e mi sento di condividere. Se si vuole promuovere la cultura dell’innovazione si dovrebbe condividere la proprietà intellettuale con tutta la società in modo da farlo diventare un vantaggio competitivo per tutti.

4. Riconoscere le specificità di ogni settore e la necessità dei modelli di innovazione: per chi come noi crede nell’innovazione questa frase è lapalissiana; non avrebbe senso innovare nel settore alimentare come se si stesse promuovendo un’innovazione nel processo produttivo delle industrie metalmeccaniche. Il ‘copia e incolla’ non funziona entro uno stesso settore produttivo, figuriamoci entro settori differenti con caratteristiche, necessità e attese diverse.

5. L’importanza per i servizi di confrontarsi con un’innovazione continua: il comparto dei servizi ormai produce più del 70% del PIL europeo. Perché dovremmo viaggiare a due velocità? Perché dovremmo avere prodotti sempre più innovativi ed evoluti senza poterli sfruttare per migliorare i nostri servizi? Ad esempio: perché così poche strutture medico-assistenziali hanno applicazioni o siti internet che consentano di prenotare facilmente le visite mediche? Preferiamo forse fare le code agli sportelli? Certo il processo è lungo e non si può negare che non sia avviato, ma bisognerebbe sempre distinguere tra l’applicazione dell’innovazione ai servizi (il copia e incolla citato prima) e l’innovazione dei servizi…che decisamente è tutt’altra cosa.

6. Il ruolo delle istituzioni nell’alimentare la domanda di innovazione: lo Stato è il più grande acquirente di beni e servizi, ma solo da pochi anni e solo con iniziative molto limitate geograficamente le istituzioni decidono di acquistare in prodotti e servizi innovativi. Questo ritardo genera un potente freno allo sviluppo economico del paese e al processo culturale di consapevolezza innovativa.

7. La centralità del territorio nello sviluppo economico: le ragioni di questo punto del decalogo secondo l’autore sono due:

    • i luoghi possono diventare attrattori di talenti innovativi e incubatori (parola molto inflazionata ultimamente) di innovazione. Sotto questo profilo alcuni Paesi si sono mossi molto prima dell’Italia dove solo da pochi mesi è fiorita la riflessione sul tema.
    • se non si tengono in considerazione le necessità del territorio come si può sperare di creare valore? Rispondo a questa domanda con un’altra domanda: “Quanto può essere utile una pista d’atterraggio con innovativi sistemi antigelo in una città dell’area sahariana”?

8. Trasformare la cultura progettuale, riportando l’uomo al centro: questa annosa questione è centrale in una grandissima quantità di discipline sia scientifiche che produttive; le metodologie di ricerca sociale hanno riconosciuto l’importanza del principio di indeterminazione di Heisenberg; i metodi etnografici e sociocostruzionisti sono attenti a non imporre la propria rappresentazione ma a costruirla nella relazione con i propri interlocutori; il marketing propone l’esperienza del prosumer come consumatore che partecipa attivamente alla definizione dei progetti dei nuovi prodotti a lui dedicati. La progettazione dei prodotti innovativi non può prescindere da questa visione, come si può innovare creando valore se non si condivide con i propri uomini questo desiderio?

9. Fallimento e incomprensione sono aspetti costitutivi dell’innovazione: il futuro per definizione è incerto e innovare significa accettare di sbagliare. Chi innova lo sa bene ma la cultura italiana pare non rendersene conto: cosa succede ad un imprenditore che fonda un impresa innovativa che fallisce? Il marchio della bancarotta lo seguirà per lungo tempo. Finché non si genererà consapevolezza profonda nei confronti del più noto detto popolare: “sbagliando s’impara”, l’innovazione continuerà a zoppicare perché nella mente degli innovatori il “gioco non varrà la candela”.

10. L’innovazione ha più bisogno di leader che di risorse economiche: i soldi sono un elemento necessario ma non sufficiente; quanti fondi europei sono andati sprecati nel nostro paese per mancanza di un terreno fertile su cui seminare? E qui si ritorna al problema culturale: l’educazione coincide spesso con la mera trasmissione di conoscenze, importanti, ma non necessarie. Perché non insegnare l’imprenditorialità e l’innovazione stimolando i bambini e gli adolescenti a ragionare con la propria testa su problemi concreti e soluzioni che possono risolverli? La risposta non è mettere un tablet in mano ad un bambino di prima elementare “perchè stia al passo con le necessità del mondo produttivo” come recita una pubblicità di un centro scolastico privato. La risposta è stimolare la fantasia e la passione facendo da esempio e offrendo spunti per ragionare su che cosa è importante e perché è importante.

Questi dieci punti e le relative riflessioni che ho elencato corrono il rischio di rimanere sterile ragionamento se non si sviluppa un desiderio di innovazione genuina. Il momento di crisi può trasformarsi  in un’occasione per capire quali sono le idee migliori per selezionarle.

Per iniziare a stimolare idee estreme e sconvolgenti provate a scorrere questa check list pensando alla vostra attività lavorativa, valutate cosa c’è di innovativo, provate a lavorare ad un consolidamento delle esperienze positive generate dall’innovazione e… raccontatecelo su Fai un Salto.

Coworking: Talent Garden, Uidu e Made For School, luoghi e relazioni generano innovazione sociale?

Questo post multimediale raccoglie quattro micro interviste a quattro abitanti di talent garden Bergamo, che con differenti modi di vedere e pensare, ragionano e lavorano sull’innovazione.

Alberto Trussardi e Roberto Ferretti sono i fondatori di TAG Bergamo, ma questo non significa solo organizzare le postazioni presenti e garantirne la sostenibilità, significa anche e soprattutto una mentalità innovatrice, una volontà di condivisione dei temi “caldi” dell’innovazione e lo sviluppo di una generatività sociale .

Andrea Vanini è uno degli co-fondatori di UIDU e l’abbiamo già conosciuto qui su fai un salto.

Francesco Invernici è amministratore di Made For School, e lo conosceremo prossimamente in un’intervista dedicata.

Talent garden è un luogo di coworking orientato sopratutto all’innovazione digitale, i suoi abitanti sono programmatori, amministratori, video maker e molte altre professionalità tecniche o meno. Curioso che due importanti start up, prodotto della collaborazione che abita questo spazio si rivolgano a temi sociali. A me viene in mente che il coworking, se gestito con i principi di condivisione vera, sia un metodo sociale di per sè, e quindi generi facilmente delle iniziative sociali. Sociali, non improduttive.

uidu, il network socialmente utile

uidu: come passare da un social network a uno strumento utile per le imprese sociali?

In questo post incontriamo Andrea Vanini, un playmaker di startup sociali, in un’intervista che sarà illuminante per far capire ai lettori il senso del progetto uidu che è un “network socialmente utile” ma anche un blog “socialmente utile”. Arrivate fino in fondo e capirete perchè questa innovazione ci piace molto.

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Cos’è uidu?

uidu è il network sociale geolocalizzato rivolto al mondo del non profit, che concorre a rendere efficace, efficiente e sostenibile l’impegno quotidiano di organizzazioni, volontari e cittadini, mettendo in sinergia tutte le risorse di un territorio, per il territorio.

Quali vantaggi porta uidu alle aziende, volontari, e cittadini che ne fanno parte?

uidu risponde al bisogno di visibilità delle organizzazioni e favorisce la partecipazione attiva dei cittadini alla vita della comunità e del territorio, ognuno per le proprie capacità, i propri interessi e la propria disponibilità. La capacità di uidu di diffondere iniziative e opportunità di volontariato in base agli interessi e all’area geografica dell’utente rende più efficace la comunicazione e promuove un sistema di welfare comunitario. Registrandosi gratuitamente a uidu, l’organizzazione promuove iniziative, e incrementa la rete di contatti, ma può anche gestire in modo integrato gli account degli altri social network e sponsorizzare la propria raccolta fondi per il 5×1000. Il cittadino, invece, una volta scelta l’area geografica di impegno sociale, viene aggiornato riguardo le iniziative e le opportunità di volontariato a “km zero”, può effettuare donazioni e condividere le proprie esperienze.

Quali difficoltà incontra uidu nel lavoro quotidiano?

Uidu incontra le difficoltà tipiche di una startup. Vengono quotidianamente messi in campo entusiasmo, tempo e passione ma bisogna fare i conti con risorse economiche limitate. Fortunatamente abbiamo trovato persone amiche che hanno creduto in uidu finanziando la partenza della startup: ora tocca a noi dimostrare la sostenibilità economica del progetto.

Quali scoperte piacevolmente inattese avete incontrato con uidu?

In questi mesi siamo rimasti positivamente sorpresi dai premi che uidu ha ricevuto: significa che non si tratta solo di una bella idea ma anche di un progetto di impresa sostenibile e con un forte impatto sociale. Ad ottobre uidu ha  vinto il primo premio a StartCup Bergamo, concorso dedicato ai progetti che portano innovazione tecnologica, ed è stato premiato come idea imprenditoriale con maggiore impatto sociale nell’ambito di StartCup Lombardia. In più ogni giorno incontriamo persone che credono nel progetto e ci incoraggiano, molti di essi suggeriscono nuove funzionalità e propongono collaborazioni.

Se dico innovazione cosa ti viene in mente?

Innovare significa aprire nuove strade, trovare nuove soluzioni in grado di risolvere problemi o soddisfare esigenze. Innovare per noi significa abbattere le barriere culturali che ancora oggi appartengono al mondo del non profit, aiutare il terzo settore a diventare sostenibile utilizzando nuovi strumenti e attingendo a nuove risorse, mettendo in sinergia le risorse del territorio. Innovazione non  fa rima necessariamente con tecnologia ma nel nostro caso il web 2.0 si mette al servizio del non profit, sfruttando le sue enormi potenzialità ma senza dimenticare che gli incontri virtuali si devono trasformare poi in incontri reali e impegno concreto.

Quali resistenze incontrate quando proponete la vostra idea di innovazione?

Non incontriamo particolari resistenze ma solo un po’ di diffidenza nei confronti di uno strumento che si riconosce potenzialmente utile ma che è ancora in fase di affermazione. Inoltre, molte realtà sono caute nell’approccio al mondo del web 2.0 ma siamo convinti che i vantaggi offerti porteranno organizzazioni e utenti all’utilizzo del network sociale.

Cos’è e cosa sarà uidu per i suoi clienti?

Uidu vuole essere il riferimento e l’approdo online per organizzazioni, utenti, donatori e volontari. Uidu consente a tutti gli attori del non profit di interagire fra loro e tessere la rete delle proprie relazioni sociali, nella propria comunità di appartenenza e su web. uidu trasforma gli incontri virtuali che avvengono sul network in azioni concrete, in partecipazione attiva sul territorio e aiuta le organizzazioni a reperire nuove risorse per portare avanti la propria mission.

Quali sono i feedback che vi vengono restituiti più spesso?

Organizzazioni e utenti ci incoraggiano costantemente; ci dicono che abbiamo imboccato la strada giusta; ci sollecitano al fine di implementare sempre più servizi che possano sostenerli nella loro attività sociale quotidiana.

Fai una fotografia di uidu tra 1 anno, e tra 3 anni…

Entro un anno speriamo che uidu possa affermarsi in tutta Italia in modo omogeneo. Ma uidu si caratterizza anche per la sua esportabilità, infatti grazie alla geolocalizzazione e alla sua capacità di affrontare esigenze che sono comuni a tutto il mondo del non profit, basterà personalizzare il profilo in base alla legislazione dei singoli paesi e uidu potrà essere utilizzato anche al di fuori dell’Italia. Perciò chissà… magari fra 3 anni uidu sarà utilizzato in tutta Europa.

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E noi di Fai un Salto lo speriamo perchè vorrebbe dire che l’innovazione muove le coscienze verso un mondo più sociale.
Nel frattempo, mentre aspettate di vedere uidu diffuso in tutta Europa fatevi un salto sulla home page e guardatevi l’animazione per avere un piccolo assaggio di tutto quello che potreste fare iscrivendovi e immaginate… Se tutti usassimo uno strumento del genere sarebbe molto più facile evitare gli italici sprechi e diventare davvero un paese con grande responsabilità e senso sociale: un grande guadagno per tutti.

Reveal by L’Oréal e Lego Serious Play: anche le grandi marche sono sul treno dell’innovazione.

Giocare è uno dei comportamenti più trasversali, giocano i bambini, giocano i cuccioli degli animali, giocano gli adulti e gioca a basket anche il rieletto presidente degli stati uniti Barack Obama. Secondo alcune ricerche il gioco è un attività innata, ovvero, veniamo al mondo senza dover imparare a giocare ma siamo predisposti a farlo fin da subito, forse perché giocando si impara molto (un riferimento per chi fosse interessato a questi temi è George Herbert Mead).

Se il gioco è un’attività così importante nello sviluppo personale allora ecco spiegato il passaggio che hanno compiuto anche due grandissime aziende: L’Oréal e Lego.

La prima azienda ha proposto ormai da un paio d’anni un gioco di ruolo on-line, REVEAL by L’Oréal collegato con i social network, con l’obiettivo di far conoscere il mondo L’Oréal, chiarire l’orientamento professionale dei giocatori e vincere ricchi premi: in funzione al punteggio ottenuto e alla propria posizione in classifica si può ambire a visitare la sede centrale dell’azienda a Parigi o ancor meglio a seguire per una settimana i top manager di L’Oréal durante le loro giornate e fare quindi un mini-stage ai massimi livelli di una grandissima multinazionale.

La seconda azienda, Lego, propone una linea di prodotti e di servizi dedicati all’innovazione della performance organizzativa. Lego Serious Play ha l’obiettivo di “dare una mano al tuo cervello” partendo dal presupposto (secondo me essenziale) che ciascuno, in un’organizzazione, può e deve sviluppare capacità per contribuire alla discussione, alle soluzioni e ai risultati aziendali. Lego Serious Play è un metodo di formazione e di conduzione di gruppi di lavoro che mira allo sviluppo del potenziale individuale e alla costruzione di un metodo di condivisione e costruzione di competenze di leadership.

Dove sta l’innovazione?

Queste due esperienze provengono da due organizzazioni enormi per dimensioni e per impatto sociale, tipicamente pensando ad aziende di questo tipo si pensa a diverse cose, fatturato, marketing e innovazione dei prodotti, ma difficilmente viene in mente un’innovazione di processo come quella di proporre selezione e formazione in modi così innovativi. Questo può far riflettere a fondo, quali possono essere i motivi per cui le grandi aziende si spingono in processi così innovativi? Quali necessità spingono dei marchi così affermati ad allontanarsi dal loro core business in questo modo? Una cosa sicura c’è. L’innovazione sta smuovendo molti diversi ambiti della vita della società: le imprese sociali, le pubbliche amministrazioni ma anche le organizzazioni di profitto. Forse dopo anni e anni di impegni profusi per raggiungere una status o una posizione di mercato, si comincia a pensare al proprio agire in funzione del cambiamento del “vecchio” in qualcosa di nuovo, mai visto o mai pensato (nella speranza che sia migliore).

Cosa c’entra questo con le imprese sociali?

Fingendo di non avere il problema del finanziamento (è un paradosso in questo momento storico ma è necessario per far girare le rotelle e lavorare su tutte le possibilità) è interessante ragionare sull’applicabilità di strumenti e logiche simili nelle imprese sociali:

  • è possibile? Credo di sì. Le imprese sociali si stanno sempre più attivando nei confronti di nuove possibilità di ampliare il loro ambito di lavoro e di ragionare sui processi interni alla loro organizzazione, è emerso anche al decimo workshop sull’impresa sociale che il mondo della cooperazione ha alcuni indicatori di sviluppo, ci sono assunzioni e fioriscono molte spinte innovative e il desiderio di lavorare in modo diverso e più performante.
  • Ha senso? Forse sì. Le due esperienze che abbiamo preso in considerazione sono entrambe in un certo senso sociali, REVEAL è un concorso che premia i più meritevoli, i più preparati e dà possibilità di accesso a chiunque (una speranza rara in Italia), Lego Serious Play sfrutta un approccio di condivisione totale e di crescita personale per tutti i partecipanti, con l’ottica del “tutti possono essere importanti, ascoltiamo il parere di tutti”.
  • Verrebbero accolte forme di selezione e formazione attraverso metodi innovativi? In alcuni casi, sopratutto in quelli in cui si instaura un circolo virtuoso. Se si selezionano persone da inserire e formare attraverso metodi innovativi queste saranno orientate alla novità e a ideare nuovi metodi ancora più sorprendenti ed estremamente innovativi e così via di seguito. Forse selezionare e formare talenti con metodi innovativi può essere terreno fertile per facilitare nuove culture di innovazione nelle imprese sociali.

Si può scoprire di più su una persona in un’ora di gioco, che in un anno di conversazione. (Platone)

“Pubblici esercizi”: negozi, ristoranti e altre strutture commerciali gestite da imprese sociali.

Ovvero nuovi modelli imprenditoriali per le imprese sociali al #WIS12.

Il 13 e 14 settembre 2012, a Riva del Garda, si è svolto il X Workshop sull’Impresa Sociale, organizzato da Iris Network. Una delle sessioni della prima giornata, a cura di Ecoliving, era dedicata alle cooperative sociali che gestiscono pubblici esercizi e all’approfondimento delle buone pratiche in questo settore, con attenzione all’impatto sociale ed economico.

Nell’intervento di apertura sono stati sottolineati alcuni aspetti di fondo della sessione, che useremo come griglia di valutazione delle realtà che sono state presentate:

  • la sostenibilità sociale, ed economica di queste strutture,
  • la relazione di queste strutture con un modello di business molto vicino a quello imprenditoriale “che ha obiettivi di profitto”,
  • gli elementi innovativi in queste strutture.

Ape bianca: un progetto del territorio per il territorio

Questo progetto, a cura di Ecoliving di Folì, è un modello di business particolare che racchiude nel suo essere, diversi ambiti commerciali: una caffetteria – spazio eventi, una biottega (uno spazio vendita di prodotti biologici a km 0 sfusi), una libreria diffusa (i libri sono dislocati nello spazio vicino agli argomenti di cui parlano), uno sportello etico. Le motivazioni che hanno spinto alla costruzione di questo spazio sono quelle di dedicare un progetto all’economia civile e alla promozione dei beni territoriali ad alta qualità.

Per quanto riguarda la sostenibilità,  gli spazi per gli eventi e le aree fruibili al pubblico, sono pensati per essere occupati da realtà locali che propongano riflessioni e momenti aggregativi di impatto sociale ed etico. Inoltre, nella scelta dei fornitori dei prodotti presenti nella bottega, viene operata una selezione non esclusivamente sulla base della qualità dei prodotti ma anche dal rispetto dell’ambiente e della comunità, favorendo cooperative di inserimento lavorativo o imprenditori che finanziano o investono in progetti a beneficio della collettività.

Il modello di business, in questo caso, riflette una realtà molto vicina alla classica rappresentazione delle cooperative, con un forte elemento innovativo, il desiderio di porsi al centro di una rete di comunicazione e sviluppo sociale abitata da cooperatori, imprese e cittadini.

Panecotto: promuovere il territorio e il turismo con l’impresa sociale.

Panecotto è un brand, di proprietà del consorzio la Città Essenziale di Matera. Questo consorzio raggruppa trentadue cooperative con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo della cooperazione e favorire la diffusione dei prodotti tipici locali. Le intenzioni del consorzio sono quelle di promuovere il territorio attraverso la diffusione del marchio a livello nazionale, con la proposta e lo sviluppo di un franchising e avvalendosi di un piano marketing ben definito. Nei progetti dei sostenitori, il marchio dovrà posizionarsi in una fascia di mercato di alta qualità e con grande valore aggiunto.

Fin qui, sembra di parlare di una normale esperienza imprenditoriale con obiettivi di profitto. In realtà il progetto nasce dall’esigenza di finanziare i servizi di welfare che non sono più raggiunti da finanziamenti pubblici, in questo senso il termine “profit-for-no-profit” acquista un significato importante e consente di sviluppare una sostenibilità economica importantissima, con grandi risvolti etici e sociali.

Qui il modello di business è fortemente innovativo in quanto  influenzato dalla necessità di un profitto. Il consorzio di cooperative, in realtà, è stato in grado di trasformare la sua forma esteriore, occupandosi di fare profitto, pur tenendo ben in mente l’obiettivo di finanziare la sua mission sociale.

Percorso verso il mutualismo allargato di una cooperativa di consumatori.

CFL (Cooperativa Famiglie Lavoratori) di Treviglio si configura come una classica cooperativa di consumo, dopo alcuni anni della sua storia la mission di questa cooperativa cambia, allargandosi a vari aspetti dei comportamenti di consumo (e non solo) dei soci e di tutta la comunità.

Questo processo ha portato alla modifica dello statuto della cooperativa e ha introdotto, oltre alla componente di consumo mutualistico già esistente, la componente educativa, rivolta alla comunità. Con questa modifica si è arrivati alla promozione di attività educative nelle scuole, all’organizzazione di cineforum, alla proposta di viaggi sociali e anche a progetti più ampi di cohousing e servizi alla persona che le pubbliche amministrazioni faticano a finanziare.

La sostenibilità etica e sociale del progetto è chiara e ricalca profondamente la provenienza primaria dalla cooperativa di consumo.

Il modello di riferimento in questo caso rimane quello classico del mutualismo, dell’autofinanziamento e del volontariato; un nodo innovativo in questo senso (come per altre esperienze già raccontate) è quello di cercare di ampliare e diffondere i benefici del lavoro della cooperativa a tutta la rete della comunità locale.

Birrificio Vecchia Orsa: produrre birra di qualità attraverso l’inserimento lavorativo.

Questo progetto presentato dalla cooperativa fattoriabilità di Crevalcore nasce dall’iniziativa di due amici con l’intenzione di fornire una possibilità professionale a persone diversamente abili ed esperienze formative a studenti delle scuole superiori.

Dal 2008 in poi il birrificio produce ed imbottiglia diverse tipologie di birra che poi promuove a livello nazionale in eventi dedicati al settore agroalimentare. La peculiarità di questo tipo di esperienza risiede nel fatto che  il modello di produzione si allontana quanto più possibile dalle realtà industriali, cercando un processo produttivo che richieda necessariamente la componente umana. Questa è una precisa scelta dei promotori: con l’obiettivo di inserire degli individui svantaggiati al lavoro si propone loro un’attività ad alto contenuto manuale.

Il cuore del progetto è la sua sostenibilità sociale, garantita dai classici metodi di inserimento lavorativo, il modello di riferimento si basa fortemente sulla struttura delle imprese cooperative, ma la scelta di azzerare o ridurre al minimo l’automazione ha consentito di proporre un forte elemento di innovazione procedurale rispetto alla prevalente tendenza alla meccanizzazione del lavoro.

Un emporio nella rete museale dei cantautori genovesi.

Via del Campo 29 Rosso è un iniziativa imprenditoriale genovese che mira alla promozione e alla diffusione del patrimonio culturale della “scuola genovese”. L’iniziativa nasce dalla lungimiranza della pubblica amministrazione che rileva lo spazio e la collezione da una proprietà precedente e decide di indire una gara d’appalto per la gestione dei beni culturali, la gara vede vincitori un terzetto di imprese diverse, consorziate in una società omonima al progetto. Il consorzio racchiude in sè tre differenti imprese con know-how e capacità diversi: una cooperativa sociale (della quale Angelo Bodra ci ha parlato in un intervista di Anna Omodei qui su Fai Un Salto) esperta in inserimento lavorativo, una società informatica specializzata in applicazioni museali e una impresa sociale esperta in gestione di spazi commerciali-culturali in tutta Italia. Il progetto si compone di uno shop fisico e di uno on-line, contestualmente allo shop fisico esiste un’esposizione di materiali provenienti dalle collezioni dei maggiori artisti genovesi.

Gli obiettivi di questa attività sono quelli di promozione culturale ma anche e soprattutto a riqualificazione sociale del quartiere, attraverso la promozione di eventi e la vendita di prodotti artistici e strumenti musicali di qualità. Perseguendo  questo obiettivo di riqualificazione il progetto promuove interventi di sostenibilità sociale e per quanto riguarda il modello imprenditoriale, la soluzione non scontata sembra essere anche qui, come in altri casi, quella di lavorare creando una rete che mette in comunicazione le P.A., gli imprenditori in generale e quelli sociali nello specifico.

Cicilla Polpetteria Milano: conciliare l’idea di un impresa di tendenza e uno scopo sociale si può.

Il progetto nasce dall’idea della cooperativa sociale Anni Versati membro dal consorzio sociale Light di Milano; il locale che viene creato acquista una sua forte connotazione aprendo nella zona della movida milanese dei navigli e proponendo una cucina tipica nella quale il piatto principale sono le polpette, di differente composizione e cucinate in diversi modi.

Gli obiettivi del progetto sono quelli di attrarre clientela con la qualità dei prodotti e senza sfruttare lo status di cooperativa di inserimento lavorativo, per sviluppare una forte attenzione alla clientela offrendo innovazione culinaria di target medio-alto. L’inserimento lavorativo di per sé garantisce sostenibilità sociale, mentre il target della clientela e la capacità di proporre il progetto anche in sede di eventi straordinari o collaborando con altre cooperative che operano nel mondo dell’intrattenimento sociale, garantisce la sostenibilità economica.

Il fattore innovativo di questa esperienza è il forte spirito imprenditoriale che la connota, la grande capacità di farsi pubblicità e di posizionarsi con forza sul mercato, caratteristiche che avvicinano molto Cicilla ad un impresa di profitto, senza dimenticare l’obiettivo del progetto di proliferare (anche economicamente) per garantire la possibilità di una quota sempre maggiore di inserimenti lavorativi svantaggiati.

Conclusioni:

Analizzando le esperienze e le pratiche esposte, nelle considerazioni conclusive e nel dibattito avvenuto in sala è emersa una serie di elementi che sembra caratterizzare l’innovazione nei modelli di gestione delle imprese sociali di questo settore:

  • Sembra molto presente in tutte le esperienze un nuovo spirito imprenditoriale nelle imprese sociali, che non rifuggono più il profitto (come se fosse il figlio malvagio del capitalismo) ma lo rincorrono, consapevoli  della possibilità di aumentare in questo modo le risorse da investire nei progetti di welfare e nel finanziamento di attività di assistenza sociale.
  • La necessità delle cooperative sociali di fare rete anche con altre realtà della comunità, come imprenditori, altre cooperative e ampliando la base degli stakeholders, dimostra una rinnovata capacità delle cooperative di posizionarsi su un mercato che penalizza fortemente la mancanza di diversificazione nella propria clientela, difetto molto evidente nelle cooperative sociali che si affidano per la maggior parte del loro finanziamento a un solo attore, spesso alle pubbliche amministrazioni.
  • Gli imprenditori sociali non dimenticano da dove provengono, le nuove attività commerciali-sociali hanno raccontato più di una volta di avere un target di clientela medio-alta, e questo dichiaratamente con l’obiettivo di “prendere i soldi” dove ci sono, per evitare di instaurare un circolo vizioso, nel quale, chi finanzia le cooperative sociali è spesso anche chi ha necessità di assistenza e quindi, in un certo senso, finirebbe per pagarsi da sé i servizi di cui fa uso.
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