archives

Esperienze d’innovazione

Questa categoria contiene 28 articoli

Cure Thalassemia, la storia di un social business che ha a cuore la salute dei bambini.

Logo

In questo post vi vogliamo presentare la storia di Eugenio La Mesa e di Cure Thalassemia.

Chi è Eugenio? Eugenio è un imprenditore sociale innovativo, ha alle spalle una carriera di 20 anni nell’Internet Marketing e nel software ed è vincitore del premio di Microsoft Italia per la soluzione Internet più innovativa. Co-fondatore e presidente di Cure Thalassemia, si occupa di social business sanitario in partnership con il Narayana Hospital di Bangalore, in India.

Cos’è Cure Thalassemia? Cure Thalassemia è un social business che si occupa di dare assistenza medica specialistica ai malati di talassemia (la più diffusa malattia genetica mortale del mondo con oltre 100.000 bambini morti ogni anno) nei luoghi più poveri del mondo, con l’obiettivo principale di offrire trapianti di midollo osseo (BMT) in modo finanziariamente autosufficiente, e migliorare la ricerca sulla cura della malattia.

Sodani e La Mesa

Eugenio La Mesa e Pietro Sodani

Ma come nasce questo social business? le idee migliori nascono spesso da incontri speciali. Eugenio, grazie alla sua passione per il sociale e all’amico ed ematologo esperto in BMT Pietro Sodani incontra la fondazione cure2children che si occupa di aiutare i bambini con malattie gravi nei paesi in via di sviluppo ad avere la migliore assistenza sanitaria direttamente nel loro paese formando e sostenendo professionisti localiGrazie al suo lavoro e alla sua collaborazione Eugenio si trova a viaggiare in Pakistan per conoscere l’operato della fondazione. Questo viaggio è stato cruciale perchè ha potuto incontrare la riconoscenza dei pakistani nei confronti della fondazione, inoltre, qualche mese dopo, in viaggio verso l’india ha incontrato il modello di social business acquistando e leggendo un libro di Muhammad Yunus, Creating a World Without Poverty.

La lettura non basta, Eugenio da buon imprenditore si mette in contatto con Yunus, attraverso la mail, riceve risposta e lo incontra in Bangladesh, insieme al fondatore di cure2children, Lawrence Faulkner, e all’amico Sodani. Da questo incontro il gruppo di Yunus e il gruppo della fondazione lavorano per scrivere il business plan per circa un anno. Ma come per tutte le imprese giovani e a maggior ragione per le giovani imprese sociali la strada è difficile e il gruppo di lavoro di cure2children preferisce abbandonare il progetto per percorrere altre strade. A questo punto Sodani e La Mesa rinunciano agli incarichi di collaborazione con la fondazione per provare a costruire il loro modello di impresa.

Passato un anno, a Roma, Pietro ed Eugenio incontrano a cena Chandrakant Agarwal, indiano, nonno di una paziente operata dal team di cui fa parte Sodani, gli raccontano la loro idea di business e nasce così il piano d’impresa di Cure Thalassemia, scarabocchiato su un tovagliolo di un ristorante e basato sui sette principi del social business di Muhammand Yunus.

La storia di Cure Thalassemia continua con una svolta importante quando il gruppo riesce a ottenere una collaborazione con il dottor Devi Shetty fondatore del più grande ospedale pediatrico cardiaco del mondo, sito a Bangalore in India, il Narayana Hrudayalaya Hospital.

Per Eugenio, come per tutti gli imprenditori è importante saper costruire un modello di business sostenibile e che garantisca all’attività sviluppo e successo, secondo i principi del social business, un attività dovrebbe diventare finanziariamente autosufficiente per raggiungere il proprio scopo sociale. Qual’è il modello d’impresa di Cure Thalassemia allora?

Il modello si fonda su due capisaldi: l’efficienza tipica del settore for profit e la solidarietà tipica del settore non profit, ma in quali termini? Il carattere distintivo di questo modello è il concetto di freemium, e nel dettaglio le seguenti caratteristiche:

  • consulenza gratuita via mail sulle procedure BMT a cura del dottor Sodani,
  • incontri programmati con gli esperti direttamente in india per consulenze gratuite e prime visite per potenziali pazienti,
  • i fondi per finanziare queste procedure, provengono dagli investimenti iniziali e dagli introiti per gli interventi di BMT su pazienti in grado di supportare il costo dell’operazione.

Queste tre basi fondamentali del modello consentono ai medici e ai collaboratori di garantire un intervento di BMT gratuito ogni quattro interventi retribuiti.

Cure Thalassemia è ancora nella fase iniziale dello sviluppo, del business, il modello sembra reggere e i contatti sulle pagine web e tramite i servizi freemium offerti sono in costante aumento, Eugenio dedica ancora la maggior parte del suo tempo al suo lavoro di web marketing ma nei prossimi cinque anni si impegnerà maggiormente nello sviluppo di Cure Thalassemia.

La storia di un social business come questo apre la strada a diverse riflessioni:

  • tutti possono diventare degli imprenditori sociali, serve solo una buona dose di passione e la capacità di sostenere una rete di contatti fondamentale per avere successo nella propria mission sociale.
  • non esiste un modello universale e universalmente corretto di impresa sociale, e non vale nemmeno la pena di limitare le possibilità di un gruppo di lavoro inquadrandolo necessariamente in una forma istituzionalmente riconosciuta. Esiste solo un modello valido, ed è il modello che consente al progetto di proliferare e aiutare il maggior numero di persone.
  • le tecnologie di condivisione digitali sono fondamentali anche per lo sviluppo delle imprese sociali e dei social business di tutti i tipi, Cure Thalassemia senza le competenze web dei suoi collaboratori non potrebbe offrire i servizi gratuiti di consulenza, né gestire gli appuntamenti per le prime visite gratuite che vengono prenotate da tutto il mondo.
  • esiste la possibilità di sviluppare un welfare sociale a partire da reti virtuali, a patto che si sia in grado di svilupparle anche sul piano reale, costruendo un sistema di competenze.
  • i social network possono essere molto utili per misurare e tenere traccia dei successi del proprio business sociale, è necessaria la consapevolezza che il social media world e le reti sociali reali su cui si basano la maggior parte delle imprese sociali sono sempre più compresenti nella realtà e che è necessario padroneggiarli entrambi per creare valore, sia economico (per garantire sostenibilità e finanziamenti ai propri progetti di welfare) che sociale (per aumentare il benessere della società).
Google Analytics per curethalassemia.org

Google Analytics per curethalassemia.org

Annunci

Made for School, una start up che accompagna le scuole nel mondo digitale.

Oggi incontriamo Francesco Invernici che ci aveva già parlato del suo modo di vedere il co-working in questo post .

Questa intervista invece si concentra sulla sua ‘creatura’, Made for School della quale è co-fondatore.
Insieme a Manuel Meinardi, Francesco ha deciso di fondare una start-up che potesse colmare un vuoto di mercato, fornendo servizi alle scuole in modo specializzato.

Cos’è Made for School?

Made For School è una società specializzata nella ricerca, progettazione e realizzazione di prodotti e servizi innovativi rivolti al settore scolastico. Proposte studiate ad hoc per incentivare, agevolare e potenziare la comunicazione nel mondo della scuola aiutando gli istituti a perfezionare la propria immagine e la propria identità.

Come siete arrivati a fondare MFS?Annuari

L’idea nasce dalla lunga esperienza da studenti, ma sopratutto da rappresentanti, nel mondo dell’istruzione della bergamasca. Durante gli anni del liceo io e Manuel ci siamo scontrati spesso con grossi limiti quando tentavamo di promuovere iniziative nelle nostre scuole e così abbiamo pensato di riempire questo vuoto.

Cosa offre MFS ai suoi clienti?

Made for School propone servizi e prodotti indirizzati a due categorie di clienti:

  • Le scuole come enti istituzionali, ai quali offriamo la nostra esperienza nell’ambito della comunicazione, per l’organizzazione di eventi, open day e servizi dedicati alla gestione dell’immagine  pubblica dell’istituto.
  • Gli studenti, ai quali offriamo una serie di prodotti come gli annuari, l’abbigliamento personalizzato e i servizi che consentono di svolgere al meglio tutti i compiti dei rappresentanti degli studenti, come la raccolta fondi per iniziative o l’organizzazione di eventi; tutto questo corredato da convenzioni vantaggiose per gli studenti grazie alla collaborazione con partner locali e nazionali. Un ultimo prodotto di cui vado fiero è un sistema che premette ai rappresentanti di istituto e ai rappresentanti di classe di collaborare in modo interattivo e facilitare la comunicazione tra di loro.

TagQuali sono le scoperte più piacevoli che avete incontrato nel vostro percorso lavorativo?

La cosa che mi ha colpito di più è stato trovare uno spazio a misura di start-upper, in cui mi sono sentito incoraggiato ad esprimere le mie idee e i miei timori e proprio in questi ambienti ho anche trovato sostegno per risolvere i piccoli problemi di un impresa che nasce. In Talent Garden ho trovato terreno fertile per mie idee, sostegno per le mie possibilità e un sano realismo imprenditoriale.

Quali sono invece le difficoltà che vi hanno messo alla prova?

La prima grande difficoltà che abbiamo imparato a risolvere in MFS è stata quella di imparare a convincere le scuole che le tematiche della comunicazione vanno affidate a professionisti esperti dell’ambiente scolastico e non ad agenzie generaliste che non sanno cosa promuovere di un istituto per renderlo appetibile a famiglie e studenti.

Cosa significa innovare in un mondo come quello dell’istruzione italiana?

Per me innovare a scuola significa semplicità, significa far capire a chi vive la scuola che gran parte dei processi possono essere resi più efficienti di quello che sono e che fare questo renderebbe la scuola un posto nel quale si può davvero fare cultura e si può contribuire a sviluppare un senso di efficacia sociale più elevato. Innovare significa che se si può fare qualcosa per semplificare la vita di tutti gli utenti della scuola allora va fatto.

LogoPer concludere: quali obiettivi avete in mente per Made for School?

Ci piacerebbe diventare leader del mercato dei servizi alle scuole nei prossimi tre anni, e speriamo di aver bisogno di un corso di lingue, nel caso in cui volessimo esportare i nostri prodotti.

L’esperienza di Made for School può far riflettere su due aspetti:

  • il primo aspetto concerne la possibilità per dei giovani non solo di trovare un posto che li soddisfi nel mondo del lavoro, ma anche di costruirselo aiutare altri a fare lo stesso.
  • Il secondo aspetto riguarda l’annosa questione della scuola in Italia: all’interno di un organismo vecchio, statico e macchinoso ci sono forze agili, dinamiche e innovative che provano a farsi strada per ristrutturare il mondo della scuola rendendolo un incubatore di possibilità future per i bambini e gli adolescenti.

Intervista a Igor Guida

Igor Guida

Igor Guida

Oggi incontriamo Igor Guida, responsabile del settore Comunicazione ed Editoria per la cooperativa sociale Stripes di Rho.

Quella con Igor è stata una chiacchierata libera e ad ampio spettro, che ci ha permesso di toccare diversi temi particolarmente importanti per noi di Fai un salto.
Dal senso che una dotazione tecnologica all’avanguardia riveste per un’impresa sociale, passando per le difficoltà di comunicazione che a volte i mondi del sociale e della tecnologia incontrano quando cercano di parlarsi, fino ad arrivare a un un possibile scenario di collaborazione e sostegno fra tecnologia digitale e mondo della cultura.

Continua a leggere

Una dieta mediatica equilibrata: educare alla tecnologia.

Il punto di vista di Mauro Cristoforetti*, Unità Minori e Nuovi Media di Save the Children Italia.

Mauro CristoforettiIn questo blog abbiamo toccato il tema ‘minori e tecnologie’ con il post Adolescenti, spazi d’ascolto e nuove tecnologie che se da un lato mostra come gli strumenti tecnologici presentino indiscutibili vantaggi nell’ampliare le possibilità di comunicazione e ascolto, dall’altro ne mette in luce i possibili rischi.

Riteniamo sia importante affiancare alla riflessione sugli atteggiamenti nei confronti delle tecnologie, un approfondimento sull’educazione dei minori (nativi digitali) all’uso delle tecnologie per tutelarli dai possibili rischi.

Per tali ragioni nel corso del Festival della Famiglia 2012 abbiamo raccolto il punto di vista di Mauro Cristoforetti che si occupa della formazione ai diritti dei bambini nell’ambito delle nuove tecnologie, applicando le metodologie che sono state sviluppate negli anni da Save the Children Italia, dal 2004 centro nazionale per la sicurezza on line dei minori.

Se dico ‘innovazione’ cosa ti viene in mente?
Per deformazione penso ai nuovi media, alle possibilità di comunicazione che ci offrono. In un secondo momento penso a qualcosa che semplifica la vita. Non necessariamente deve essere collegato alla tecnologia, ma a qualcosa che è nuovo, che prima non c’era e che migliora la vita delle persone.

Quali sono i vostri destinatari?
Noi lavoriamo a contatto con tutte le agenzie educative che hanno a che fare con i nuovi media e con i ragazzi minori. Inoltre, ci rivolgiamo primariamente ai giovani, con i quali abbiamo un contatto diretto: organizziamo laboratori per i bambini dalle elementari fino ai ragazzi delle superiori, in un contesto sia scolastico che extra scolastico. Ma i nostri destinatari sono anche coloro che dovrebbero occuparsi quotidianamente della loro educazione come gli insegnanti e i genitori e non ultime le aziende che si occupano di nuovi media (Google, Facebook, Telecom, Vodafone, Wind, Tre, e le Associazioni che sul territorio nazionale) che riusciamo a raggiungere attraverso il comitato consultivo di Save the Children.

Quali sono le principali questioni che affrontate quando si parla di minori e nuovi media?
Le tecnologie stanno sconvolgendo il modo di comunicare e di approcciarsi delle persone, ma rimane il fatto che le dinamiche relazionali sono le stesse e rispondono a bisogni che sono sempre esistiti. Ciò che fa la differenza è come ogni persona singolarmente soddisfa questi bisogni con le tecnologie e i rischi ad esso collegati: la possibilità di adescamento, i contatti con persone sconosciute, i contenuti inadeguati, il cyber bullismo, la dipendenza per uso eccessivo di queste tecnologie.

Qual è il vostro orientamento?
Lavorando sulle persone, cerchiamo di capire il significato dell’uso di questi strumenti all’interno di uno specifico contesto. Proviamo a chiederci fino a che punto questi strumenti hanno una valenza funzionale alla loro vita: ad esempio se ho cento amici, che poi contatto anche su Facebook va bene; se invece ho cento amici però smetto di vederli perché li sostituisco con delle persone che ho conosciuto on line e mi perdo la realtà del quotidiano, allora devo cominciare a preoccuparmi perché a volte sostituisco la mia vita e la mia realtà al mondo che trovo su Internet.

La questione dei minori, tv e videogiochi è molto dibattuta. Spesso si leggono atteggiamenti totalmente a favore o totalmente contrari. Cosa ne pensate?
La nostra posizione è analoga: cioè è necessario vedere che significato hanno nella loro vita “quanto ci stanno?” “Come ci stanno?” È chiaro che se loro sono abbandonati davanti alla televisione o ai videogiochi e questi strumenti sostituiscono il genitore, non va bene. Inoltre ci sono i programmi, i cartoni animati che devono essere adeguati alla loro età: ad esempio per i videogiochi c’è il Pegi che li classifica in base all’età, ai contenuti specifici; ogni videogioco venduto in Italia deve essere classificato per il contenuto (presenza di parolacce, contenuto sessuale, gioco d’azzardo on line) e per età. Se a quattro anni il bambino gioca quattro ore al giorno al videogioco non va bene ma se lo fa con il papà per un quarto d’ora, venti minuti, si inserisce in una dieta mediatica che deve essere fatta di videogiochi, di tv e poi anche di gioco vero.

Guardando al futuro, in questo ambito, quali sono i passi da fare da un punto di vista educativo?
Dal punto di vista educativo l’ideale sarebbe che i genitori cominciassero ad approcciarsi a questi strumenti senza paura e accompagnando i propri figli passo passo, come si fa per l’educazione stradale. A tre anni gli si insegna ad attraversare la strada dandogli la mano guardando a destra e a sinistra, ma non lo si lascia mai da solo ad attraversare la strada. Quando cresce lo farà da solo; il genitore gli avrà insegnato le regole e piano piano inizia a fidarsi. Allo stesso modo quando si va su Internet le prime volte lo si fa insieme; quando il figlio cresce nemmeno lui vorrà più il genitore vicino, ma è giusto. Avrà già tutti gli strumenti che sono utili per muoversi in autonomia. Sta tutto nel capire che alla base non ci sono questioni ‘tecniche e tecnologiche’ ma soprattutto emotive e relazionali: su Internet i ragazzi e gli adolescenti vanno per stare in compagnia dei loro amici anche quando non hanno la possibilità di stargli vicino fisicamente.
I genitori, non dovrebbero né avere paura di queste nuove tecnologie né fidarsi troppo alla cieca. Dovrebbero capire qual è il giusto livello, per l’età dei loro figli, tra controllo e autonomia, ma dipende molto anche dai genitori, per esserci su queste cose, devono esserci in senso più generale.
Per quanto riguarda l’ambito scolastico, in questo periodo ci chiedono molto di lavorare sul cyber bullismo, quindi evidentemente sta diventando un problema un po’ più forte. Poi, stiamo per iniziare a utilizzare la peer to peer education per affrontare queste tematiche, sfruttando le competenze dei ragazzi stessi. Il nuovo progetto è ormai partito e raggiungeremo tutte le regioni italiane nei prossimi due anni.

*MAURO CRISTOFORETTI lavora nella cooperativa EDI – educazione ai diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, e si occupa della formazione dei bambini e degli adulti per Save the Children sul tema dei nuovi media

Strumenti per collaborare

Il progetto Fai un salto è figlio del contributo di tante persone, che vivono in luoghi diversi e che non sempre riescono a lavorare seduti intorno allo stesso tavolo.
Tuttavia esistono oggi molti modi per collaborare a distanza, e in questo post vogliamo raccontarvi in poche parole gli strumenti che abbiamo scelto di utilizzare e che abbiamo trovato più utili per la nostra impresa.
Quello che segue, naturalmente, non vuole essere un elenco completo ed esaustivo di quello che il mercato offre, ma semplicemente una piccola occhiata dietro le quinte del nostro progetto.

Dropbox

Dropbox

Si tratta, fra quelli che utilizziamo noi di FuS, dello strumento forse più conosciuto e diffuso.

Dropbox permette di sincronizzare i file contenuti all’interno di una speciale cartella del nostro hard disk con uno spazio online, così da averne a disposizione una copia accessibile da qualunque computer abbia la possibilità di accedere alla rete.

Il funzionamento è piuttosto semplice.

Una volta registrati sul sito è sufficiente scaricare il client per la propria piattaforma (ne esiste uno per Windows, Mac OSX, Linux, Android, iOS e Blackberry OS, manca all’appello solo Windows Phone) e dare il via alla sincronizzazione. Da quel momento in poi qualunque file presente all’interno della cartella Dropbox sarà accessibile via browser sul sito Dropbox e su tutte le piattaforme su cui avremo installato il client.
E’ possibile condividere con altre persone singoli file o intere cartelle, rendendo in questo modo possibile la creazione di un archivio condiviso e sempre aggiornato, disponibile in ogni momento a tutti gli utenti autorizzati.

Un’ultima nota relativa allo spazio disponibile.
La registrazione gratuita permette di avere a disposizione 2gb di spazio di archiviazione, che è possibile aumentare facendo iscrivere altre persone al servizio.
Per chi avesse bisogno di molto spazio sono disponibili diversi piani a pagamento, capaci di soddisfare sia gli utenti casalinghi che quelli aziendali.

 Google DriveGoogle Drive

Google Drive offre un servizio per molti aspetti identico a quello proposto da Dropbox.

Anche qui abbiamo a disposizione una certa quantità di spazio tramite il quale possiamo godere di una sincronizzazione in tempo reale di tutti i file che conserviamo nella apposita cartella creata sul nostro computer.
Rispetto a Dropbox, Google Drive offre uno spazio gratuito superiore (5gb contro 2), ma si serve di un client attualmente disponibile su un numero leggermente inferiore di piattaforme (mancano Linux, Blackberry OS e Windows Phone).

Al di là di questi dettagli, la caratteristica che per noi è stata decisiva nella scelta di adottare questo strumento riguarda l’integrazione in Google Drive della suite da ufficio Google Docs, una serie di web app che consente di creare e modificare documenti di testo, fogli di calcolo, presentazioni e questionari.
Il fatto che si tratti di web app permette di poter modificare i file senza dover installare alcun software particolare, ma semplicemente accedendo via browser al proprio account.
Se da una parte questa rappresenta una grande comodità, dall’altra rischia di limitare le possibilità di azione, perché l’accesso ai documenti richiede obbligatoriamente la presenza di un collegamento internet.
Google sta attualmente lavorando per rendere possibile la modifica dei file anche in assenza di connessione, ma ad oggi questa possibilità resta appannaggio dei soli documenti di testo (AGGIORNAMENTO: da oggi, 23 gennaio 2013, è attivo l’editing offline anche per le presentazioni).

Ciò che rende particolarmente utile Google Docs, però, è proprio ciò che offre quando si è online, ovvero la possibilità per più persone di lavorare contemporaneamente sullo stesso documento, restando in contatto con gli altri autori tramite una schermata di chat nel caso si stia scrivendo nello stesso momento, o tramite un sistema di “commenti” nel caso in cui si lavori in tempi diversi.

La grossa differenza fra i due servizi riguarda il fatto che lavorare sullo stesso file con Dropbox significa in realtà lavorare su copie diverse di un file che vengono poi sincronizzate, mentre con Google Drive lavorare sullo stesso file significa lavorare MATERIALMENTE sullo stesso file.
Al di là del fatto che tramite la piattaforma di chat e commenti sia possibile dare e ricevere feedback in tempo reale sul lavoro svolto, questo sistema ha un grosso, immediato, vantaggio: non si incorre mai in conflitti di sincronizzazione.
Le operazioni di scrittura a più mani con Dropbox, infatti, ci hanno procurato qualche grattacapo.
Da una parte non era possibile sapere se due o più autori fossero al lavoro sullo stesso file contemporaneamente, dall’altra quando si arrivava al momento di sincronizzare le varie copie si incappava in problemi seri, dato che il sistema non riusciva a determinare quali modifiche conservare fra quelle effettuate nello stesso momento da più utenti.
Utilizzando Google Drive questo non accade, e si ha una modalità di lavoro collaborativo assolutamente trasparente e fluida. In ogni momento è possibile sapere chi sta lavorando su uno specifico file, si può interagire con gli altri autori, e sulla schermata di lavoro è possibile vedere in tempo reale cosa stanno scrivendo gli altri.

EvernoteEvernote

Evernote è un comodissimo programma che permette la creazione di note, la loro organizzazione in taccuini e l’archiviazione di contenuti web.

Tutte le note possono essere geolocalizzate, taggate ed è possibile allegarvi documenti di qualunque tipo, file audio, video e immagini. Questo sistema di catalogazione flessibile e completo, unito a un motore di ricerca interno rapido e funzionale, permette di avere a disposizione un archivio sempre ben organizzato e facilmente navigabile.

Altro punto di forza è quello di poter installare il client praticamente su ogni sistema operativo desktop e mobile esistente, così da avere sempre a portata di mano le proprie note, indipendentemente dalla piattaforma da cui stiamo lavorando.

La versione gratuita permette di creare infinite note e taccuini, ma limità le possibilità di condivisione.
E’ infatti possibile rendere consultabili specifiche note o interi taccuini, ma solo i titolari dell’account potranno creare e modificare le note. Sottoscrivendo un abbonamento (al costo di circa 4€ al mese) è possibile godere di un tetto di upload mensile superiore e, soprattutto, di permettere l’intervento sulle note a chiunque venga invitato a farlo.

Con Evernote, ed è qui la sua importanza per Fai un salto, potete archiviare tutti i contenuti che trovate online utilizzando un paio di comodi plug-in.

Il primo è Web Clipper, che vi permette di salvare intere pagine web (o ritagli delle stesse) semplicemente cliccando sul tasto dedicato.

Il secondo è Clearly. Non si tratta di un plug-in fondamentale, ma personalmente lo trovo comodo e funzionale alla creazione di un archivio ordinato. Sostanzialmente si occupa di rielaborare le pagine web eliminando pubblicità e altri contenuti inutili, restituendovi una pagina “pulita” e pronta per essere conservata in Evernote.

Questi sono i nostri strumenti, quelli che ci aiutano nel lavoro di tutti i giorni e che rendono più semplice curare e far crescere Fai un salto.

E voi, che strumenti usate?

Coworking: Talent Garden, Uidu e Made For School, luoghi e relazioni generano innovazione sociale?

Questo post multimediale raccoglie quattro micro interviste a quattro abitanti di talent garden Bergamo, che con differenti modi di vedere e pensare, ragionano e lavorano sull’innovazione.

Alberto Trussardi e Roberto Ferretti sono i fondatori di TAG Bergamo, ma questo non significa solo organizzare le postazioni presenti e garantirne la sostenibilità, significa anche e soprattutto una mentalità innovatrice, una volontà di condivisione dei temi “caldi” dell’innovazione e lo sviluppo di una generatività sociale .

Andrea Vanini è uno degli co-fondatori di UIDU e l’abbiamo già conosciuto qui su fai un salto.

Francesco Invernici è amministratore di Made For School, e lo conosceremo prossimamente in un’intervista dedicata.

Talent garden è un luogo di coworking orientato sopratutto all’innovazione digitale, i suoi abitanti sono programmatori, amministratori, video maker e molte altre professionalità tecniche o meno. Curioso che due importanti start up, prodotto della collaborazione che abita questo spazio si rivolgano a temi sociali. A me viene in mente che il coworking, se gestito con i principi di condivisione vera, sia un metodo sociale di per sè, e quindi generi facilmente delle iniziative sociali. Sociali, non improduttive.

uidu, il network socialmente utile

uidu: come passare da un social network a uno strumento utile per le imprese sociali?

In questo post incontriamo Andrea Vanini, un playmaker di startup sociali, in un’intervista che sarà illuminante per far capire ai lettori il senso del progetto uidu che è un “network socialmente utile” ma anche un blog “socialmente utile”. Arrivate fino in fondo e capirete perchè questa innovazione ci piace molto.

Pagina

Cos’è uidu?

uidu è il network sociale geolocalizzato rivolto al mondo del non profit, che concorre a rendere efficace, efficiente e sostenibile l’impegno quotidiano di organizzazioni, volontari e cittadini, mettendo in sinergia tutte le risorse di un territorio, per il territorio.

Quali vantaggi porta uidu alle aziende, volontari, e cittadini che ne fanno parte?

uidu risponde al bisogno di visibilità delle organizzazioni e favorisce la partecipazione attiva dei cittadini alla vita della comunità e del territorio, ognuno per le proprie capacità, i propri interessi e la propria disponibilità. La capacità di uidu di diffondere iniziative e opportunità di volontariato in base agli interessi e all’area geografica dell’utente rende più efficace la comunicazione e promuove un sistema di welfare comunitario. Registrandosi gratuitamente a uidu, l’organizzazione promuove iniziative, e incrementa la rete di contatti, ma può anche gestire in modo integrato gli account degli altri social network e sponsorizzare la propria raccolta fondi per il 5×1000. Il cittadino, invece, una volta scelta l’area geografica di impegno sociale, viene aggiornato riguardo le iniziative e le opportunità di volontariato a “km zero”, può effettuare donazioni e condividere le proprie esperienze.

Quali difficoltà incontra uidu nel lavoro quotidiano?

Uidu incontra le difficoltà tipiche di una startup. Vengono quotidianamente messi in campo entusiasmo, tempo e passione ma bisogna fare i conti con risorse economiche limitate. Fortunatamente abbiamo trovato persone amiche che hanno creduto in uidu finanziando la partenza della startup: ora tocca a noi dimostrare la sostenibilità economica del progetto.

Quali scoperte piacevolmente inattese avete incontrato con uidu?

In questi mesi siamo rimasti positivamente sorpresi dai premi che uidu ha ricevuto: significa che non si tratta solo di una bella idea ma anche di un progetto di impresa sostenibile e con un forte impatto sociale. Ad ottobre uidu ha  vinto il primo premio a StartCup Bergamo, concorso dedicato ai progetti che portano innovazione tecnologica, ed è stato premiato come idea imprenditoriale con maggiore impatto sociale nell’ambito di StartCup Lombardia. In più ogni giorno incontriamo persone che credono nel progetto e ci incoraggiano, molti di essi suggeriscono nuove funzionalità e propongono collaborazioni.

Se dico innovazione cosa ti viene in mente?

Innovare significa aprire nuove strade, trovare nuove soluzioni in grado di risolvere problemi o soddisfare esigenze. Innovare per noi significa abbattere le barriere culturali che ancora oggi appartengono al mondo del non profit, aiutare il terzo settore a diventare sostenibile utilizzando nuovi strumenti e attingendo a nuove risorse, mettendo in sinergia le risorse del territorio. Innovazione non  fa rima necessariamente con tecnologia ma nel nostro caso il web 2.0 si mette al servizio del non profit, sfruttando le sue enormi potenzialità ma senza dimenticare che gli incontri virtuali si devono trasformare poi in incontri reali e impegno concreto.

Quali resistenze incontrate quando proponete la vostra idea di innovazione?

Non incontriamo particolari resistenze ma solo un po’ di diffidenza nei confronti di uno strumento che si riconosce potenzialmente utile ma che è ancora in fase di affermazione. Inoltre, molte realtà sono caute nell’approccio al mondo del web 2.0 ma siamo convinti che i vantaggi offerti porteranno organizzazioni e utenti all’utilizzo del network sociale.

Cos’è e cosa sarà uidu per i suoi clienti?

Uidu vuole essere il riferimento e l’approdo online per organizzazioni, utenti, donatori e volontari. Uidu consente a tutti gli attori del non profit di interagire fra loro e tessere la rete delle proprie relazioni sociali, nella propria comunità di appartenenza e su web. uidu trasforma gli incontri virtuali che avvengono sul network in azioni concrete, in partecipazione attiva sul territorio e aiuta le organizzazioni a reperire nuove risorse per portare avanti la propria mission.

Quali sono i feedback che vi vengono restituiti più spesso?

Organizzazioni e utenti ci incoraggiano costantemente; ci dicono che abbiamo imboccato la strada giusta; ci sollecitano al fine di implementare sempre più servizi che possano sostenerli nella loro attività sociale quotidiana.

Fai una fotografia di uidu tra 1 anno, e tra 3 anni…

Entro un anno speriamo che uidu possa affermarsi in tutta Italia in modo omogeneo. Ma uidu si caratterizza anche per la sua esportabilità, infatti grazie alla geolocalizzazione e alla sua capacità di affrontare esigenze che sono comuni a tutto il mondo del non profit, basterà personalizzare il profilo in base alla legislazione dei singoli paesi e uidu potrà essere utilizzato anche al di fuori dell’Italia. Perciò chissà… magari fra 3 anni uidu sarà utilizzato in tutta Europa.

Web

E noi di Fai un Salto lo speriamo perchè vorrebbe dire che l’innovazione muove le coscienze verso un mondo più sociale.
Nel frattempo, mentre aspettate di vedere uidu diffuso in tutta Europa fatevi un salto sulla home page e guardatevi l’animazione per avere un piccolo assaggio di tutto quello che potreste fare iscrivendovi e immaginate… Se tutti usassimo uno strumento del genere sarebbe molto più facile evitare gli italici sprechi e diventare davvero un paese con grande responsabilità e senso sociale: un grande guadagno per tutti.

Reveal by L’Oréal e Lego Serious Play: anche le grandi marche sono sul treno dell’innovazione.

Giocare è uno dei comportamenti più trasversali, giocano i bambini, giocano i cuccioli degli animali, giocano gli adulti e gioca a basket anche il rieletto presidente degli stati uniti Barack Obama. Secondo alcune ricerche il gioco è un attività innata, ovvero, veniamo al mondo senza dover imparare a giocare ma siamo predisposti a farlo fin da subito, forse perché giocando si impara molto (un riferimento per chi fosse interessato a questi temi è George Herbert Mead).

Se il gioco è un’attività così importante nello sviluppo personale allora ecco spiegato il passaggio che hanno compiuto anche due grandissime aziende: L’Oréal e Lego.

La prima azienda ha proposto ormai da un paio d’anni un gioco di ruolo on-line, REVEAL by L’Oréal collegato con i social network, con l’obiettivo di far conoscere il mondo L’Oréal, chiarire l’orientamento professionale dei giocatori e vincere ricchi premi: in funzione al punteggio ottenuto e alla propria posizione in classifica si può ambire a visitare la sede centrale dell’azienda a Parigi o ancor meglio a seguire per una settimana i top manager di L’Oréal durante le loro giornate e fare quindi un mini-stage ai massimi livelli di una grandissima multinazionale.

La seconda azienda, Lego, propone una linea di prodotti e di servizi dedicati all’innovazione della performance organizzativa. Lego Serious Play ha l’obiettivo di “dare una mano al tuo cervello” partendo dal presupposto (secondo me essenziale) che ciascuno, in un’organizzazione, può e deve sviluppare capacità per contribuire alla discussione, alle soluzioni e ai risultati aziendali. Lego Serious Play è un metodo di formazione e di conduzione di gruppi di lavoro che mira allo sviluppo del potenziale individuale e alla costruzione di un metodo di condivisione e costruzione di competenze di leadership.

Dove sta l’innovazione?

Queste due esperienze provengono da due organizzazioni enormi per dimensioni e per impatto sociale, tipicamente pensando ad aziende di questo tipo si pensa a diverse cose, fatturato, marketing e innovazione dei prodotti, ma difficilmente viene in mente un’innovazione di processo come quella di proporre selezione e formazione in modi così innovativi. Questo può far riflettere a fondo, quali possono essere i motivi per cui le grandi aziende si spingono in processi così innovativi? Quali necessità spingono dei marchi così affermati ad allontanarsi dal loro core business in questo modo? Una cosa sicura c’è. L’innovazione sta smuovendo molti diversi ambiti della vita della società: le imprese sociali, le pubbliche amministrazioni ma anche le organizzazioni di profitto. Forse dopo anni e anni di impegni profusi per raggiungere una status o una posizione di mercato, si comincia a pensare al proprio agire in funzione del cambiamento del “vecchio” in qualcosa di nuovo, mai visto o mai pensato (nella speranza che sia migliore).

Cosa c’entra questo con le imprese sociali?

Fingendo di non avere il problema del finanziamento (è un paradosso in questo momento storico ma è necessario per far girare le rotelle e lavorare su tutte le possibilità) è interessante ragionare sull’applicabilità di strumenti e logiche simili nelle imprese sociali:

  • è possibile? Credo di sì. Le imprese sociali si stanno sempre più attivando nei confronti di nuove possibilità di ampliare il loro ambito di lavoro e di ragionare sui processi interni alla loro organizzazione, è emerso anche al decimo workshop sull’impresa sociale che il mondo della cooperazione ha alcuni indicatori di sviluppo, ci sono assunzioni e fioriscono molte spinte innovative e il desiderio di lavorare in modo diverso e più performante.
  • Ha senso? Forse sì. Le due esperienze che abbiamo preso in considerazione sono entrambe in un certo senso sociali, REVEAL è un concorso che premia i più meritevoli, i più preparati e dà possibilità di accesso a chiunque (una speranza rara in Italia), Lego Serious Play sfrutta un approccio di condivisione totale e di crescita personale per tutti i partecipanti, con l’ottica del “tutti possono essere importanti, ascoltiamo il parere di tutti”.
  • Verrebbero accolte forme di selezione e formazione attraverso metodi innovativi? In alcuni casi, sopratutto in quelli in cui si instaura un circolo virtuoso. Se si selezionano persone da inserire e formare attraverso metodi innovativi queste saranno orientate alla novità e a ideare nuovi metodi ancora più sorprendenti ed estremamente innovativi e così via di seguito. Forse selezionare e formare talenti con metodi innovativi può essere terreno fertile per facilitare nuove culture di innovazione nelle imprese sociali.

Si può scoprire di più su una persona in un’ora di gioco, che in un anno di conversazione. (Platone)

COOSS Marche al X Workshop sull’impresa sociale

Con l’intervento di Francesca Scocchera si chiude il ciclo di post dedicati alla sessione curata da Fai un Salto al X Workshop sull’impresa sociale.

Le parole di Francesca rappresentano un punto di arrivo importante, e dopo aver conosciuto gli innovativi progetti proposti dai relatori che l’hanno preceduta, ci permettono di riflettere sulla complessità che gli operatori affrontano quotidianamente sulla strada verso l’implementazione di questi progetti.

Prima di approfondire questi temi, però, sentiamo di cosa Francesca si occupa con i colleghi di COOSS Marche.

Come dicevamo l’intervento di Francesca, piuttosto che presentare un progetto specifico di innovazione tecnologica, vuole essere un modo per tirare le fila di quanto detto fin qui, portando in superficie i problemi concreti e ineludibili che nascono dalla necessità di far dialogare mondi con una storia e linguaggi spesso molto diversi.

Mapability al X Workshop sull’impresa sociale

Nel penultimo post della serie dedicata alla sessione “Fai un salto” del X Workshop sull’impresa sociale parliamo del progetto Mapability, il cui obiettivo è quello di creare delle mappe online contenti le informazioni più dettagliate possibili sulla accessibilità delle strade e, più in generale, delle città.

Lo scopo finale dell’impresa, che Riccardo Dondi ci spiega nel primo video, è quello di utilizzare le nuove tecnologie per rendere le città più sicure e vivibili non solo per i disabili, ma per tutti i cittadini.

Nel secondo e nel terzo video approfondiamo un paio di importanti pilastri teorici.
Da una parte la teoria dell’azione collettiva, per capire meglio cosa spinge una persona a dedicarsi a un’impresa del genere senza alcun apparente tornaconto diretto; dall’altra la piccola ma sostanziale differenza fra i concetti di crowdsourcing e quello di crowdteaming.

Nel quarto e ultimo video entriamo nel dettaglio del progetto, e vediamo più precisamente come vengono create le mappe e quali sono i risultati ottenuti dal lavoro dei gruppi di volontari.

Come già abbiamo accennato, e come appare evidente dalla esposizione di Riccardo, Mapability è un progetto che travalica la questione specifica della disabilità e si rivolge con forza a tutti. Una città più accessibile è una città più vivibile, e mappe come quelle che abbiamo appena visto possono fornire un aiuto enorme per la progettazione degli interventi alle amministrazioni comunali che abbiano davvero a cuore il benessere e la salute di tutti i loro cittadini.

Inserisci il tuo indirizzo email e quando pubblichaimo un post, ricevi una notifica via email.
Comodo no?

Segui assieme ad altri 42 follower

Blog Stats

  • 28.518 hits
Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: