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“Come sopravvivere nell’era digitale” di Tom Chatfield

“You know the first and greatest sin of the deception of television is that it simplifies; it diminishes great, complex ideas, stretches of time; whole careers become reduced to a single snapshot. At first I couldn’t understand why Bob Zelnick was quite as euphoric as he was after the interviews, or why John Birt felt moved to strip naked and rush into the ocean to celebrate. But that was before I really understood the reductive power of the close-up, because David had succeeded on that final day, in getting for a fleeting moment what no investigative journalist, no state prosecutor, no judiciary committee or political enemy had managed to get; Richard Nixon’s face swollen and ravaged by loneliness, self-loathing and defeat.
The rest of the project and its failings would not only be forgotten, they would totally cease to exist.”

– Frost/Nixon

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Il Social Business NON è un’impresa sociale! Parola di premio Nobel.

Yunus

Poco tempo fa mi sono imbattuto in un webinar sul modello di social business del premio Nobel Muhammad Yunus.

Per prima cosa è necessario ringraziare l’organizzazione e il relatore dell’incontro, rispettivamente Volontari per lo Sviluppo e Eugenio La Mesa.

Il webinar è stato ricco di spunti e di esperienze interessanti, in questo post inizieremo parlando della differenza tra il modello del social business e l’impresa sociale, per altri spunti qui trovate lo storify dell’evento.

Il modello di Muhammad Yunus si compone di sette principi essenziali per un business di successo, ma prima di vederli: cos’è un social business? Un buon modo per scoprirlo è leggere il libro: “Building Social Business”, di Yunus, tradotto in italiano con il poco azzeccato titolo “Si può fare!“.

“Potremmo definire il social business come un’impresa che non produce perdite, non distribuisce dividendi e che opera esclusivamente per raggiungere un determinato obiettivo sociale.” (Yunus M., 2010 ‘Si può fare!’  p.18)

A partire da questa definizione il primo dubbio che sorge è relativo alla sostenibilità economica di un mondo in cui esista solo il modello social business. Il premio Nobel è chiaro, non è serio pensare ad un individuo mosso esclusivamente da motivi altruistici, ma nemmeno esclusivamente da desideri di massimizzazione dell’utile personale. Per questo, una teoria economica realistica deve tenere conto sia del modello di impresa for profit che di un modello altruistico.

Giusto di un non meglio specificato modello di impresa altruistica. Qui sorge il secondo dubbio, perché inventarsi il social business quando il mondo è pieno di ONG e di coop con fini sociali che operano con successo da tempo?

La risposta a questa domanda si può cercare leggendo e capendo i sette principi del social business proposti da Yunus:

  1. L’obiettivo dell’azienda è il superamento della povertà o la risoluzione di uno o più problemi sociali importanti come: istruzione, sanità, accesso alle tecnologie, ambiente. E non la massimizzazione dei profitti.
  2. L’azienda deve raggiungere e mantenere l’autosufficienza economica e finanziaria.
  3. Gli investitori hanno diritto solo alla restituzione del capitale inizialmente investito senza alcun dividendo.
  4. Quando una quota di capitale viene restituita, i profitti relativi restano di proprietà dell’azienda che li impiega nell’espansione e nel miglioramento della propria attività.
  5. L’azienda si impegna ad adottare una linea di condotta sostenibile dal punto di vista ambientale.
  6. I dipendenti dell’azienda percepiranno salari allineati alla media di mercato e godranno di condizioni di lavoro superiori alla media.
  7. E’ importante che tutto questo venga fatto con gioia.

Direttamente conseguente alla comprensione dei sette principi si possono spiegare i punti di svolta di un social business rispetto ad una generica impresa sociale:

  • Il social business deve raggiungere sostenibilità economica e finanziaria (principio 2): ciò vuol dire che un progetto deve avere un piano di sviluppo che gli consenta di pareggiare il bilancio nel più breve tempo possibile in modo da non richiedere investimenti e capitalizzazioni frequenti da parte dei soci.
  • L’azienda non distribuisce dividendi, questo accorgimento oltre a garantire l’accesso ai prodotti e ai servizi anche alle persone in difficoltà economica, grazie al reinvestimento dei profitti, consente una libertà di movimento senza pari da parte degli amministratori che non incorreranno mai nel conflitto di interessi tra garantire dividendi e perseguire l’obiettivo sociale.
  • Un ulteriore punto di svolta è il riconoscimento che gli impiegati dell’azienda lavoreranno a salari concorrenziali e soprattutto in condizioni lavorative superiori alla media, ciò dovrebbe garantire l‘attrazione dei talenti migliori e il mantenimento di uno spirito sociale profondo.

Building Social Business

Infine, se vi state chiedendo come sia possibile affascinare gli investitori per raccogliere il capitale iniziale senza promettere la distribuzione di dividendi allora ecco la risposta. I capitali si possono attrarre con la promessa del proprio agire sociale e con l’impegno a diventare sostenibili in breve. Detto altrimenti, il social business promette di servirsi di un solo investimento (o quantomeno di pochi investimenti iniziali) a fronte di continue ricapitalizzazioni tipiche di altre imprese sociali. Questo comportamento (che deriva dai principi 2, 3, 4) consente di liberare i fondi destinati agli investimenti successivi al primo, permettendo agli investitori di decidere liberamente come e se impiegarli.

Il libro segnalato qui a fianco contiene molti esempi di social business di successo, se proprio siete pigri ecco un link, Cure Thalassemia fondata proprio da Eugenio La Mesa (che vi racconteremo nel dettaglio in un prossimo post).

Se volete approfondire ulteriormente qui c’è il sito della sezione italiana delle attività di Yunus. Qui invece un intervento di Eugenio La Mesa che prova a raccontarvi quello di cui abbiamo parlato in questo post. E qui un altro esempio di social business di successo.

In conclusione vi racconto la vision di Yunus del mondo nel 2030 (è una vision e va presa come tale):

“Un mondo in cui non ci sia più neanche un povero, un mondo in cui gli oceani, i laghi, i fiumi e l’aria non siano più inquinati, un mondo in cui nessun bambino debba più andare a letto senza cena, un mondo in cui non capiti più di dover morire anzitempo per una malattia che potrebbe essere curata, un mondo che pensi alla guerra come cosa del passato, un mondo in cui si possano attraversare liberamente tutte le frontiere, un mondo senza più analfabeti e in cui le nuove tecnologie consentano a tutti un facile accesso all’istruzione, un mondo in cui i tesori delle nuove tecnologie siano a disposizione di tutti.” (Yunus M., 2010 ‘Si può fare!’ p. 252)

Credo che questo post offra molti spunti di riflessione su come un modello di impresa innovativa possa spingere ancor di più l’economia tradizionale verso una direzione sociale.

Alcune delle differenze tra social business e impresa sociale sono sottili ma hanno degli effetti fondamentali sul processo organizzativo e produttivo. Se possiamo essere sicuri dell’applicabilità del modello impresa sociale, grazie alle mille esperienze di successo che vediamo tutti i giorni, al contrario, il modello di social business non ha preso molto piede in Italia: mi piacerebbe sapere cosa ne pensate… Quali sono i motivi di questa difficoltà? E’ un modello che può funzionare? Avrebbe effetti positivi sulla società?

Andrea Granelli: “Artigiani del digitale, creare valore con le nuove tecnologie”.

Questo post prende spunto da una lettura che ritengo interessante per tutti quelli che si affacciano al mondo delle piccole e medie imprese (di qualunque ragione sociale siano) e contemporaneamente sono sensibili alla possibilità di creare valore attraverso l’innovazione digitale.

Ingredienti per un’innovazione efficace e sostenibile; non solo innovazione tecnologica.

Il cuore del libro, la parte che ha stimolato queste riflessioni, è il capitolo da cui prende il titolo questo paragrafo. L’autore sviluppa il suo pensiero centrando il discorso sulla relazione tra le diverse componenti necessarie per creare valore attraverso lo sviluppo e l’innovazione tecnologica.

Come ogni saggio letterario che si rispetti il testo prova ad indicare un percorso attraverso un decalogo per l’innovazione che serva da faro per chi decide di creare innovazione di valore:

1. Cambiare la metrica dell’innovazione: noi di fai un salto in questo primo punto crediamo fortemente, (il nostro osservatorio sta producendo alcune ricerche sulla misura dell’innovazione nelle imprese sociali, non dimenticatelo!) e il motivo è questo: come misurare qualcosa di nuovo con strumenti vecchi? La domanda è centrale per qualsiasi tentativo di assegnare valore a oggetti intangibili, quali dimensioni tenere in considerazione? Quali valori ritenere soddisfacenti? Anche se può sembrare una questione puramente metodologica non dimentichiamoci che in funzione della valutazione  assegnata vengono generalmente distribuite le risorse.

Copertina2. L’invenzione è un fatto tecnico, prestazionale, ma soprattutto economico e culturale: lo stupore e la novità tecnica sono ingredienti fondamentali per l’innovazione, ma siamo sicuri che bastino? Provate a mettere in mano uno smartphone ad un ottantenne (o anche solo ad alcuni cinquantenni), vi accorgerete che alcune cose scontate per voi giovani ‘nativi digitali’, i vostri nonni e i vostri padri e madri non sono culturalmente in grado di comprendere. Certo, con il dovuto “addestramento” saranno in grado di usare molte delle funzioni ma la comprensione va oltre l’uso. Questo richiama molti temi, il digital divide prima di tutto: se ci fosse consapevolezza culturale nei confronti dell’innovazione non avrebbe nemmeno senso l’esistenza del termine “digital divide“.

3. Riprogettare il sistema di protezione della proprietà intellettuale: la terza regola per l’innovazione di valore apre un mondo di riflessioni (la proprietà intellettuale, i diritti d’autore e l’open data sono solo alcune di queste). La questione si collega a quanto detto precedentemente: la cultura influenza profondamente la percezione di proprietà e sebbene sia chiaro a tutti il concetto di proprietà fisica, è più complesso il concetto di propietà intellettuale (molti di noi, ad esempio, avrebbero alcuni dubbi a definire la proprietà di righe di codice di programmazione o di un design con gli spigoli a forma arrotondata). L’open data è la soluzione? Ni, Granelli scrive: “open data ma non troppo”, e mi sento di condividere. Se si vuole promuovere la cultura dell’innovazione si dovrebbe condividere la proprietà intellettuale con tutta la società in modo da farlo diventare un vantaggio competitivo per tutti.

4. Riconoscere le specificità di ogni settore e la necessità dei modelli di innovazione: per chi come noi crede nell’innovazione questa frase è lapalissiana; non avrebbe senso innovare nel settore alimentare come se si stesse promuovendo un’innovazione nel processo produttivo delle industrie metalmeccaniche. Il ‘copia e incolla’ non funziona entro uno stesso settore produttivo, figuriamoci entro settori differenti con caratteristiche, necessità e attese diverse.

5. L’importanza per i servizi di confrontarsi con un’innovazione continua: il comparto dei servizi ormai produce più del 70% del PIL europeo. Perché dovremmo viaggiare a due velocità? Perché dovremmo avere prodotti sempre più innovativi ed evoluti senza poterli sfruttare per migliorare i nostri servizi? Ad esempio: perché così poche strutture medico-assistenziali hanno applicazioni o siti internet che consentano di prenotare facilmente le visite mediche? Preferiamo forse fare le code agli sportelli? Certo il processo è lungo e non si può negare che non sia avviato, ma bisognerebbe sempre distinguere tra l’applicazione dell’innovazione ai servizi (il copia e incolla citato prima) e l’innovazione dei servizi…che decisamente è tutt’altra cosa.

6. Il ruolo delle istituzioni nell’alimentare la domanda di innovazione: lo Stato è il più grande acquirente di beni e servizi, ma solo da pochi anni e solo con iniziative molto limitate geograficamente le istituzioni decidono di acquistare in prodotti e servizi innovativi. Questo ritardo genera un potente freno allo sviluppo economico del paese e al processo culturale di consapevolezza innovativa.

7. La centralità del territorio nello sviluppo economico: le ragioni di questo punto del decalogo secondo l’autore sono due:

    • i luoghi possono diventare attrattori di talenti innovativi e incubatori (parola molto inflazionata ultimamente) di innovazione. Sotto questo profilo alcuni Paesi si sono mossi molto prima dell’Italia dove solo da pochi mesi è fiorita la riflessione sul tema.
    • se non si tengono in considerazione le necessità del territorio come si può sperare di creare valore? Rispondo a questa domanda con un’altra domanda: “Quanto può essere utile una pista d’atterraggio con innovativi sistemi antigelo in una città dell’area sahariana”?

8. Trasformare la cultura progettuale, riportando l’uomo al centro: questa annosa questione è centrale in una grandissima quantità di discipline sia scientifiche che produttive; le metodologie di ricerca sociale hanno riconosciuto l’importanza del principio di indeterminazione di Heisenberg; i metodi etnografici e sociocostruzionisti sono attenti a non imporre la propria rappresentazione ma a costruirla nella relazione con i propri interlocutori; il marketing propone l’esperienza del prosumer come consumatore che partecipa attivamente alla definizione dei progetti dei nuovi prodotti a lui dedicati. La progettazione dei prodotti innovativi non può prescindere da questa visione, come si può innovare creando valore se non si condivide con i propri uomini questo desiderio?

9. Fallimento e incomprensione sono aspetti costitutivi dell’innovazione: il futuro per definizione è incerto e innovare significa accettare di sbagliare. Chi innova lo sa bene ma la cultura italiana pare non rendersene conto: cosa succede ad un imprenditore che fonda un impresa innovativa che fallisce? Il marchio della bancarotta lo seguirà per lungo tempo. Finché non si genererà consapevolezza profonda nei confronti del più noto detto popolare: “sbagliando s’impara”, l’innovazione continuerà a zoppicare perché nella mente degli innovatori il “gioco non varrà la candela”.

10. L’innovazione ha più bisogno di leader che di risorse economiche: i soldi sono un elemento necessario ma non sufficiente; quanti fondi europei sono andati sprecati nel nostro paese per mancanza di un terreno fertile su cui seminare? E qui si ritorna al problema culturale: l’educazione coincide spesso con la mera trasmissione di conoscenze, importanti, ma non necessarie. Perché non insegnare l’imprenditorialità e l’innovazione stimolando i bambini e gli adolescenti a ragionare con la propria testa su problemi concreti e soluzioni che possono risolverli? La risposta non è mettere un tablet in mano ad un bambino di prima elementare “perchè stia al passo con le necessità del mondo produttivo” come recita una pubblicità di un centro scolastico privato. La risposta è stimolare la fantasia e la passione facendo da esempio e offrendo spunti per ragionare su che cosa è importante e perché è importante.

Questi dieci punti e le relative riflessioni che ho elencato corrono il rischio di rimanere sterile ragionamento se non si sviluppa un desiderio di innovazione genuina. Il momento di crisi può trasformarsi  in un’occasione per capire quali sono le idee migliori per selezionarle.

Per iniziare a stimolare idee estreme e sconvolgenti provate a scorrere questa check list pensando alla vostra attività lavorativa, valutate cosa c’è di innovativo, provate a lavorare ad un consolidamento delle esperienze positive generate dall’innovazione e… raccontatecelo su Fai un Salto.

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