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Ragionamenti

Questa categoria contiene 17 articoli

Unizombie: Tecnologie digitali e formazione.

Zombie Aheads

Due premesse: questo post vuole essere un esperimento di content curation, un tema caldissimo in questo momento. Perché questa scelta? Perché di materiali relativi alle tecnologie digitali durante la formazione e al loro impatto sul lavoro nei gruppi ce ne sono a bizzeffe, ne abbiamo scritti molti noi su fai un salto e se ne trovano tantissimi cercando su google. Inoltre il tema è molto sfaccettato, e qualcuno dei lettori potrebbe già aver fatto delle riflessioni almeno su alcune delle implicazioni che sorgono.

Perchè Unizombie? La riflessione che sta dietro alla relazione tra tecnologie digitali e formazione nasce da una provocazione molto interessante, potete scoprire di cosa parlo leggendo l’introduzione alla serie originale Unizombie pubblicata qui.

Le tecnologie digitali influenzano la formazione scolastica, universitaria ed adulta?

Certamente se sfruttate nel modo più giusto le tecnologie possono migliorare un rapporto tra docenti e studenti oppure rendere più performante l’apprendimento, o ancora risvegliare le intorpidite menti degli adulti che non sono più abituati ad imparare.

iPad Project

Un esempio per le scuole primarie è youtube che si mette al servizio dei docenti e degli studenti per una migliore fruizione dell’insegnamento (reciproco?). Attenzione, le tecnologie vanno usate con consapevolezza e va evitato il rischio di comprare un tablet ai propri figli per “tenere il passo con gli altri”.

Anche i più grandicelli devono stare attenti all’influenza delle tecnologie nella formazione, e allora ben vengano le esperienze universitarie che vengono descritte da studenti e docenti impegnati nel lavoro con i gruppi e nel lavoro di gruppo.

E gli adulti? La tanto osannata formazione continua non dovrebbe tenere conto della crescita (o invecchiamento) continua delle persone? Alcuni comportamenti però sono talmente radicati nell’essere uomini e donne che possono essere veicolo di informazione privilegiato per facilitare l’apprendimento anche nelle persone che non ci sono più abituate. Ad esempio il gioco, che lo si consideri un innovazione tecnologica nella sua forma videogiocabile o che lo si riconosca anche negli adulti che costruiscono modellini di navi o piste per biglie si può rivelare un grande canale di apprendimento. Qualche grande azienda lo sa, Lego, L’oreal e Porsche ad esempio, e i consulenti scrivono anche dei libri come questo.

L’innovazione nella formazione, come quella proposta da Made For School  può essere un significativo esempio di come si possono applicare le tecnologie allo sviluppo di comunità di benessere collettivo e di come si possa sviluppare un welfare efficiente e che contribuisca allo sviluppo di una cultura di supporto sociale.

LSP

Scrivere in questo modo da forse l’impressione di copiare o di non dire nulla di più di quello che è già stato detto. La content curation invece è una cosa sottile che si deve allenare, come un grande chef sa benissimo in quale ordine di relazione e in quali proporzioni mescolare gli ingredienti di un piatto anche un buon post deve avere questo equilibrio, e proprio in funzione di questo equilibrio il post avrà un sapore differente ogni volta anche se contiene gli stessi ingredienti.

L’ultima riflessione va consegnata alla capacità del lettore di costruire una riflessione a partire da quello che legge. Scrivere post come questo è abbastanza semplice perché consente di costruire collegamenti interessanti tra argomenti altrimenti non vicini tra loro, l’autore deve raccogliere materiali e idee e proporre un percorso attraverso i materiali raccolti che sia guidato dalle sue idee. Però il lettore è obbligato a costruirsi la propria lettura, approfondendo o meno le scarne riflessioni cliccando sui link o aprendo google in un altra scheda del browser per fare ricerche ulteriori.

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“Come sopravvivere nell’era digitale” di Tom Chatfield

“You know the first and greatest sin of the deception of television is that it simplifies; it diminishes great, complex ideas, stretches of time; whole careers become reduced to a single snapshot. At first I couldn’t understand why Bob Zelnick was quite as euphoric as he was after the interviews, or why John Birt felt moved to strip naked and rush into the ocean to celebrate. But that was before I really understood the reductive power of the close-up, because David had succeeded on that final day, in getting for a fleeting moment what no investigative journalist, no state prosecutor, no judiciary committee or political enemy had managed to get; Richard Nixon’s face swollen and ravaged by loneliness, self-loathing and defeat.
The rest of the project and its failings would not only be forgotten, they would totally cease to exist.”

– Frost/Nixon

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ONG italiane e social media: matrimonio difficile? (Bootleg)

Due settimane fa ho seguito un webinar di ONG 2.0  con relatrici Silvia Pochettino e Donata Columbro, i temi erano due:

  • La presentazione dei risultati di una loro ricerca sull’uso dei social media da parte delle ong italiane.
  • l’anteprima dell’ebook, “Ong 2.0, strumenti e strategie social per il non profit”.

Solitamente si elencano gli spunti e le riflessioni dopo aver raccontato quello che è successo durante un webinar o un convegno ma questa volta sento che è importante riflettere a priori su quello che ho raccolto da questa esperienza per poter giustificare il formato del post particolarmente atipico rispetto agli altri che ho scritto.

Lo spunto principe che ho raccolto riguarda una citazione di Robin Good che ho ritwittato:

RT @rivistavps: Robin Good: “Smettere di scrivere e iniziare a produrre prodotti utili”. Meno articoli e più content curation.#ong20

Per i più può essere oscuro ma per noi di fai un salto questa citazione è illuminante visto che ci stiamo riflettendo da qualche tempo. Per rendervi partecipi ecco il dubbio che attanaglia molti scrittori più o meno dilettanti del web: “scrivo qualcosa di nuovo o cerco di aggregare contenuti già presenti fornendo delle semplici chiavi di lettura che possono essere uno slancio per i miei “affari”?

Questa introduzione perché in questo post proverò semplicemente a fare questa operazione di aggregazione dei contenuti.

Ecco una Slideshare relativa ai risultati della ricerca.

Questa invece è relativa all’anteprima dell’e-book di ONG 2.0.

Credo sia poco utile commentare a fondo le slide che vi ho proposto perché sono molto ben fatte e seguendole con attenzione si capisce bene il significato, inoltre in quest modo sarete incuriositi e cercherete l’e-book per leggervelo.

Detto questo, per chi è curioso su come si è svolto il webinar aggiungo alche il link allo storify introdotto da alcune considerazioni delle relatrici.

In chiusura però trovo importante provare a dare degli elementi di continuità perché l’innovazione non è solo saltare nel buio della novità ma farlo con cognizione di causa e tenendo in mano una fune per potersi ricordare da dove si arriva.

Ecco alcuni spunti:

  • Il web è sovraccarico di informazioni in ogni angolo, le capacità degli internauti si stanno affinando ma è sempre difficile trovare l’informazione desiderata, serve tempo e servono degli indizi che conducano alla fonte ultima dell’informazione che stiamo cercando.
  • Manca una serie di indici, una rete che aiuti il ricercatore 2.0 ad orientarsi nella giungla di contenuti del web, chi scrive on line dovrebbe iniziare a ragionare in questa direzione, il mercato dei contenuti è saturo, tutti possono postare nuovi contenuti e arricchire la già ricca collezione presente in rete, ma manca un sistema connettivo che consente di sorreggere la grande mole di contenuti e guidare la ricerca verso il contenuto desiderato.
  • Una considerazione sulla ricerca, i risultati che mi colpiscono di più sono l’asincronia tra l’uso dei social, che è moderatamente sviluppato nelle ONG contattate, e invece la poca capacità di costruire consapevolezza su come sfruttare le potenzialità dei social network. Forse ora come ora servono dei corsi per insegnare come cambiare la propria cultura comunicativa in funzione dei nuovi linguaggi del web e non dei corsi su come aprire profili e gestire pagine e contenuti.

Queste brevi considerazioni al termine di un ancor più breve post sono solo un punto di partenza, adesso dobbiamo ragionare e discutere su cosa è stato fatto, su dove vogliano arrivare e su come fare per arrivarci, ma attenzione non è sufficiente ragionare e discutere, bisogna mettere in campo delle azioni concrete per poter vedere dei risultati.

A voi la parola.

Open Data è accesso libero, non comunicazione

partecipazioneIl 23 febbraio è la data del terzo Open Data Day, il giorno in cui tornano al centro dell’attenzione i temi dell’agenda digitale europea e gli impegni che concernono anche la “rivoluzione digitale” che investe la Pubblica Amministrazione italiana a tutti i livelli territoriali di governo. Per i suoi risvolti contraddittori merita attenzione il legame fra il processo di Open Data e la funzione di informazione e comunicazione pubblica che gli enti devono attivare e mantenere come servizio di valenza strategica. Su questo particolare ambito è venuto infatti a comporsi, fino a oggi, un quadro di norme che, nella cornice filosofica del Codice dell’Amministrazione Digitale del 2005, ha dato spazio a esigenze normative causate da fattori diversi dall’innovazione in se stessa (dalla crescita economica alla lotta a corruzione e costi della politica), con un risultato discutibile.
L’Articolo 18 della comunicazione pubblica
Nel contesto della P.A. digitale, anche chi si occupa di comunicazione pubblica deve fare i conti con un Articolo 18. Si tratta di quello del Decreto Sviluppo 2012, per il quale le P.A. italiane devono pubblicare online, in formato aperto, tutti i dettagli delle spese superiori a mille euro. L’impatto di questa norma è effettivamente simile a quello della ben più celebre disposizione che concerne i lavoratori, perché obbliga la P.A. a un passo senza precedenti verso la completa trasparenza della sua vita quotidiana. Per un Comune medio spendere 1.000 euro per una fornitura, un contributo o un servizio è frequente come per una famiglia acquistare un vestito. Lo scopo della misura è quello di assicurare ai cittadini un controllo diffuso sull’operato degli amministratori ispirato al mantra che accompagna la riforma della P.A fin dal 1990: efficacia, efficienza, economicità, correttezza, buon andamento, trasparenza.
Arrivare a questo flusso di informazioni è tecnicamente molto semplice: dal 2 gennaio di quest’anno ogni giorno le home page dei siti internet istituzionali riportano elenchi di deliberazioni e di determinazioni, vi si citano estremi e importi di fatture pagate, vi si offrono disciplinari di incarico e contratti di appalto o di cottimo fiduciario in forma integrale.
Essere liberi di accedere non basta
A proposito: qual è la differenza fra appalto e cottimo fiduciario? E che cosa vuol dire la clausola che affida all’appaltatore i lavori di “scarifica a fondo del manto d’usura”? Saperlo potrebbe migliorare la percezione che il mantra della buona amministrazione sia stato rispettato? Alle risposte dovrebbero essere dedicate le strutture di comunicazione come l’Ufficio per le Relazioni con il Pubblico, ma le risposte non sono così facili da trovare. Gli uffici e le strutture destinate alla comunicazione diretta con i cittadini esistono dal 2000, grazie a una legge (la n.150) che fu a suo modo lungimirante. Nel 2000 non c’era stato un giorno chiamato Undici Settembre, non esistevano Facebook, gli smartphone e l’iPad. Un’altra era geologica, ed era solo 13 anni fa! Eppure quella legge e la successiva direttiva dell’allora ministro Franco Frattini obbligavano la P.A. a dotarsi di strutture di facilitazione della comunicazione interna ed esterna da creare, governare e interpretare con risorse umane appositamente formate e aggiornate. Alla comunicazione si doveva destinare non meno del 2% del bilancio dell’ente (il 2 per cento, avete letto bene), perché la comunicazione e l’informazione ai cittadini rappresentano un livello essenziale delle prestazioni fra quelli sanciti dalla Costituzione. Non passò molto tempo però prima che su tutto calasse l’ombra inquietante della revisione della spesa pubblica. Nel 2011 le riduzioni hanno riguardato gli incarichi esterni, la formazione e le spese per attività comunicativo-pubblicitarie e relazioni pubbliche. A onor del vero una circolare dell’allora sottosegretario Paolo Bonaiuti spiegò chiaramente che le attività di comunicazione istituzionale non erano soggette alle riduzioni previste ma a quel punto era divenuto difficile stabilire, per la grande maggioranza degli amministratori locali, dove cominciasse la comunicazione pubblica e dove finisse quella di pura immagine nei periodici comunali, negli opuscoli e nelle campagne destinate a promuovere servizi e iniziative pubbliche, realizzati da grafici e tecnici della comunicazione, che purtroppo erano spesso espressioni di segreterie politiche più che elementi di riconosciuta professionalità. Quando l’ombra della spending review sembrava avere oscurato tutte le speranze di amministratori e dirigenti, consapevoli di non avere più risposte soddisfacenti per i cittadini, ecco spuntare l’Open Data: la P.A. diventa digitale, sparisce l’albo pretorio cartaceo e gli enti sono autorizzati ad esaurire i propri doveri di comunicazione con l’aggiornamento dei siti internet istituzionali, dove pubblicano informazioni sui servizi e sezioni dedicate alla trasparenza della loro attività. Non c’è più bisogno di consulenti esterni, perché intanto gli applicativi di amministrazione dei siti internet sono diventati accessibili anche senza una particolare formazione per il caricamento di elenchi di documenti in formato .pdf e di brevi testi descrittivi dei servizi. E poi c’è tutto il mondo social che, se consente a un adolescente di creare profili e pagine digitali in un amen, non richiede una costosa formazione per il personale che si occupa di comunicazione. Insomma, si aggiornano i cittadini risparmiando il più possibile.
È una rivoluzione ma sembra un’involuzione
Eppure qualcosa non va. All’improvviso ci si rende conto che all’Ufficio Relazioni con il Pubblico gli utenti arrivano ancora, chiamano e chiedono di sapere. Chi è più incline all’uso della tecnologia digitale non prende d’assalto le pagine dei siti; anzi, sono certamente più numerosi coloro che all’operatore di sportello dicono di non avere un collegamento a internet oppure di averlo troppo lento. Il digital divide colpisce duramente: in Italia tiene 40 famiglie su 100 e intere zone geografiche lontane dalla banda larga, dalla ADSL e perfino dal segnale della tv digitale terrestre. Diventa evidente che liberare l’accesso ai documenti e comunicare non sono la stessa cosa. Le strutture di comunicazione pubblica rimangono i luoghi dell’osmosi fra trasparenza e comunicazione. Luoghi cui non si può rinunciare in nome del risparmio, perché il pubblico connesso alla rete è solo una minoranza mentre alla P.A. la cittadinanza pone molte domande e molto diverse da quello che c’è scritto sui freddi siti istituzionali.
Dov’è la rivoluzione digitale della P.A., allora? Sembra un paradosso ma non corre sui fili della Rete e fra i microprocessori. O meglio, Rete e byte possono essere le sue vene e il suo cuore ma c’è un tessuto connettivo fatto di relazioni umane a renderla efficace: la capacità di spiegare, di ascoltare, di raccogliere le esigenze e di farne una strategia di miglioramento dei servizi. Le funzioni che quella legge di un’era geologica fa delineava sia nei principi che nelle figure, che ora rischiano di essere proiettate senza paracadute nell’era geologica nuova.
Se molte strutture di comunicazione hanno innegabilmente fallito, la via della risalita non è nella libera circolazione dei dati pubblici in se stessa. Alla P.A. i cittadini non chiedono di poter leggere documenti ma di poter conoscere e condividere – per poi partecipare quando lo ritengano necessario od opportuno – in un contesto così denso di messaggi da apparire assordante. All’alba del terzo Open Data Day, invece, trovano dall’altra parte del tavolo un interlocutore che per risparmiare ha considerato trasparenza e comunicazione come semplici sinonimi.

Intervista a Igor Guida

Igor Guida

Igor Guida

Oggi incontriamo Igor Guida, responsabile del settore Comunicazione ed Editoria per la cooperativa sociale Stripes di Rho.

Quella con Igor è stata una chiacchierata libera e ad ampio spettro, che ci ha permesso di toccare diversi temi particolarmente importanti per noi di Fai un salto.
Dal senso che una dotazione tecnologica all’avanguardia riveste per un’impresa sociale, passando per le difficoltà di comunicazione che a volte i mondi del sociale e della tecnologia incontrano quando cercano di parlarsi, fino ad arrivare a un un possibile scenario di collaborazione e sostegno fra tecnologia digitale e mondo della cultura.

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(Anche) i librai fanno surf. Esercizi preparatori per affrontare l’onda digitale.

Luciano Barrilà

Luciano Barrilà

Venerdì 1 febbraio 2013 l’università Bicocca ha dedicato l’interessante workshop “Digital heritage” alle vicissitudini del concetto di memoria ai tempi dell’era digitale.
Quello che segue è il testo, un pochino rimaneggiato, dell’intervento che mi è stato chiesto di tenere in qualità di libraio alle prese con la “minaccia” del libro digitale.

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Digital Heritage (bootleg)

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Venerdì 1 febbraio 2013, le cattedre di Teoria e tecnica dei Nuovi Media e Tecnologie Didattiche e di Filosofia del diritto e Informatica giuridica dell’Università Bicocca di Milano hanno organizzato il workshop:

“Digital heritage. L’evoluzione della memoria”

Luciano Barrilà per Fai un salto ha portato un contributo dal titolo: Anche i librai fanno surf. Esercizi preparatori per affrontare l’onda digitale.

Più che un workshop quella di venerdì mi è sembrata una jam session. Celebrazioni di cambiamenti in parte avvenuti, in parte prossimi venturi, in parte solo intensamente desiderati.
Provo a ricapitolare alcuni spunti (anche del pubblico), per non dimenticarmeli.

Scuola

A casa i bambini vivono nel presente (87% delle famiglie con figli ha la connessione digitale). Andando a scuola fanno un salto nel passato. In Inghilterra tutte le scuole hanno banda larga, in Italia il 7% delle classi ha la connessione wi-fi e il 20% delle scuole ha la LIM.
Le tecnologie digitali sono un’incredibile opportunità per la scuola e la formazione.  Nei manuali scolastici ancora prevale scrittura mentre potrebbe essere un sistema di contenuti digitali multicodicali: un ambiente virtuale di apprendimento frutto della sinergia fra editori, insegnanti e web. Ma nella scuola pubblica siamo decisamente in ritardo. Tutto sarebbe facile, se solo avessimo la banda larga e meno preoccupazioni.

I nativi digitali sono capaci hanno bisogno di conoscere, mentre a scuola si lavora con modelli superati. Mancano i codici di traduzione tra lo stile di insegnamento e lo stile di apprendimento. Se la scuola non opera la transizione dall’analogico al digitale, molte cose interessanti perdono di valore.

La tecnologia caratterizzante è il digitale. Il cambiamento antropologico è già avvenuto: i nostri figli pensano digitale (vedono e costruiscono il mondo in un modo diverso dal nostro). Ma studiano ancora in analogico.

«Questa è la direzione presa nel mondo. Il futuro è già presente. Mancano però i codici di traduzione da modelli di cultura analogica a cultura digitale (e viceversa)»

Ebook

L’avvento degli ebook è meno travolgente di quanto non si tema. Ereader o tablet sono strumenti utili ma non sempre comodissimi, e non è disponibile uno standard condiviso. Ereader o tablet funzionano per la lettura per romanzi, ma non sono così efficaci per studiare.

I libri vengono progressivamente digitalizzati e rilasciati nel doppio formato. Più cresce la scelta, maggiore è l’esigenza di avere orientamento (le stelline o le classifiche potrebbero non bastare). Ebook e libri di carta convivranno: il libro digitale per commercializzare i libri economici mentre i libri di pregio verranno stampati su carta. Per questo le librerie possono avere ancora un futuro.

«Chi non sta troppo bene invece è la lettura. In Italia meno del 50% degli italiani legge un libro all’anno»

Morte

Siamo già nel digitale, l’analogico è morto. Il presente è un treno in corsa, una rivoluzione inavvertita.

La tecnologia coevolve con l’uso, realise nuove, modelli di progettazione interattivi, molti componenti tecnologici sono già presenti e si possono ‘assiemare’. I comportamenti degli utilizzatori mutano in relazione alla tecnologia mutante, la tecnologia genera se stessa e non possiamo controllarla.

Twitter è invenzione paragonabile alla posta elettronica. Vine permette di girare video di 6 secondi, paragonabili a gif animate. Nel 2010 ISO ha standardizzato 722 Emoji. I codici di comunicazione cambiano. Si scrive molto di più. Si comunica più spesso, più brevemente, con molta più gente (cala la posta elettronica). Prevalgono media a forma breve. E ogni anno le persone condividono il doppio delle informazioni dell’anno prima.

«Nell’infosfera abbiamo più di un problema. Come si governa? Come funziona il mercato? Come ci si adatta? Come ci si fida? Servono i selezionatori…»

Vita

Ogni tecnologia della scrittura è una tecnologia della scrittura del sé individuale e del sé sociale. Viviamo in una realtà digitalmente aumentata.

Quanto consente il digitale? Possiamo vedere il mondo digitale come paradiso terrestre: ciascuno può avere spazio, memoria, durata, presenza, sopravvivenza. Possiamo digitalizzare la nostra vita, lasciare traccia, provare a elaborare l’angoscia delle morte, il senso della nostra scomparsa: il database individuale sarà un mausoleo personale.

«Noi saremo quello che avremo lasciato come impressione. Noi saremo la nostra ombra digitale»

Correre

Le tecnologie trasformano i frame in cui siamo inseriti, cambiano la società. Noi siamo già nella tecnologia e non pensiamo indipendentemente dalle macchine digitali. Siamo soggetti a un’accumulazione imponente di dati. La proliferazione delle informazioni è una tale una massa critica che mette in difficoltà.

E le tecnologie ridefiniscono il rapporto pubblico privato. Come ci strutturano le nuove tecnologie? Come ci rapporteremo tra noi attraverso i medium digitali? Con quali vantaggi e con quali effetti? E se ci si potesse confrontare sull’uso e sugli effetti delle tecnologie digitali?

Stiamo correndo.
Conviene correre senza gli auricolari del lettore MP3 per evitare di rinunciare a pensare…

«Ricorderò che quando i bambini si entusiasmano troppo per il loro giocattolo forse bisogna distrarli…»

Luciano Barrilà, Gianluca Nicoletti, Marco Polillo, Stefano Moriggi, Paolo Ferri, Roberto Polillo

Luciano Barrilà, Gianluca Nicoletti, Marco Polillo, Stefano Moriggi, Paolo Ferri, Roberto Polillo

COOSS Marche al X Workshop sull’impresa sociale

Con l’intervento di Francesca Scocchera si chiude il ciclo di post dedicati alla sessione curata da Fai un Salto al X Workshop sull’impresa sociale.

Le parole di Francesca rappresentano un punto di arrivo importante, e dopo aver conosciuto gli innovativi progetti proposti dai relatori che l’hanno preceduta, ci permettono di riflettere sulla complessità che gli operatori affrontano quotidianamente sulla strada verso l’implementazione di questi progetti.

Prima di approfondire questi temi, però, sentiamo di cosa Francesca si occupa con i colleghi di COOSS Marche.

Come dicevamo l’intervento di Francesca, piuttosto che presentare un progetto specifico di innovazione tecnologica, vuole essere un modo per tirare le fila di quanto detto fin qui, portando in superficie i problemi concreti e ineludibili che nascono dalla necessità di far dialogare mondi con una storia e linguaggi spesso molto diversi.

Social, web e TV: un mash-up dalle grandi prospettive.

Che cosa succede se ad un certo punto una serie di invenzioni cruciali per l’umanità si ibridano tra loro? Che cosa succede se la vecchia cara televisione, per paura di rimanere tagliata fuori dal progresso dell’informazione, cerca nuovi canali di espressione nel labirinto della rete globale?

Quando la televisione incontra il web…(e comincia a frequentarlo assiduamente)

I risultati di un tale incontro possono essere molteplici: alcuni più interessanti e altri meno, alcuni radicali e altri conservativi. Ma partiamo dal principio. L’idea di scrivere riguardo alla fusione tra due tecnologie nasce da un bombardamento pubblicitario a cui siamo stati sottoposti.

Dal due settembre, su Italia 2, canale 35 del digitale terrestre arriva la social TV di mediaset!!!

Gli spunti sono molteplici e solo alcuni di questi sono adatti a essere presentati qui:

  • cosa vuol dire social TV?
  • cosa succede se si mescolano televisione e internet?
  • come è possibile sfruttare le possibilità ed evitare le trappole che si nascondono dietro questo connubio?
  • queste tecnologie cosa possono avere di sociale (a parte il nome) e come possono essere utili alle imprese sociali?

Dal flirt al matrimonio, passando per la convivenza e il fidanzamento ufficiale.

Italia 2 è stata soltanto l’esca che mi ha fatto iniziare la ricerca e da quel momento sono emerse altre realtà da ogni angolo del web.

  • La prima è DMAX Italia, unione tra il canale televisivo digitale DMAX e la sua pagina facebook. Questo tipo di condivisione è simile ad un flirt, le due realtà sono vicine, si scambiano informazioni ma non entrano in contatto troppo intimamente, e sembrano procedere parallelamente, senza bisogno di sostenersi a vicenda. Nonostante questo, a differenza di tutte le altre pagine televisive di facebook, quella di DMAX è molto attiva, fa promozione ed è piena di commenti degli utenti-ascoltatori.
  • Un’altra realtà interessante è la social TV di mediaset. Qui, chi ha un TV o un decoder collegato a internet, può vivere una nuova esperienza televisiva: condividendo, chattando, commentando e invitando gli amici a vedere “quello che stai vedendo tu”, direttamente sullo schermo della televisione e senza smettere di guardare la trasmissione. Direi che sembra proprio una convivenza delle tecnologie nello stesso spazio fisico. Con il difetto che che la televisione non si fa influenzare dagli utenti anche se li influenza significativamente.
  • La terza proposta è targata ancora mediaset, la U ZONE, ospitata in una fascia oraria delle trasmissioni di Italia 2 nella quale vengono amplificati e rimandati in onda i contenuti caricati dagli utenti della pagina internet omonima. Come se web e TV fossero futuri sposini. Questa iniziativa inizia ad avere già un sapore più strutturato rispetto alle precedenti: si possono registrare delle clip,  mandate in onda dopo essere state caricate su internet. Interessante, certo, però forse troppo generalista e dispersivo, e cosa c’entra davvero con i temi sociali?
  • L’ultima delle scoperte meriterebbe un post a tutto per sé, tanto è paradigmatica del significano le tecnologie per le imprese sociali (sopratutto su fai un salto). La Social Enterprise TV, canale youtube sul quale vengono caricate e mandate in onda clip prodotte dalle imprese sociali, nelle quali si parla davvero di temi sociali e non solo di social-web. In questo caso, i temi trattati dalle clip riguardano intimamente la realtà delle organizzazioni sociali, le loro attività, le loro difficoltà e la TV è influenzata enormemente dagli utenti (la fanno loro) ma influenza a sua volta gli ascoltatori in una sorta di scambio reciproco. Questo servizio rappresenta un matrimonio difficile, tanto che la Social Enterprise TV non trova spazio in televisione (pur essendo, sotto molti aspetti, un programma televisivo); va segnalato inoltre che per ora (purtroppo) contiene solamente alcune esperienze  provenienti da realtà anglofone.


Tante rose per il matrimonio…

Dopo aver parlato di quali possono essere le diverse forme di convivenza tra TV e web, diventa importante ragionare su quali siano i vantaggi di queste unioni. Per cominciare ecco i soliti clichè: con internet raggiungi più persone, queste persone si informano di quello che interessa loro, queste persone possono partecipare all’informazione.
Io non sono tanto sicuro che questi siano clichè, credo che in realtà siano proprio queste le caratteristiche importanti della tecnologia sociale. Credo che la parte più interessante del problema riguardi proprio il fatto che l’innovazione stia spingendo in direzione di una maggiore influenzabilità diffusa dei mezzi di informazione e delle tecnologie (ad esempio, la forte espansione dell’open source come android). L’idea di fondo che entusiasma e affascina chi scrive è quella che venga data a tutti (al numero più grande possibile) l’occasione di fornire il proprio (piccolo o grande che sia) contributo, attraverso il proprio ragionamento e i propri interessi.

Ma tutte le rose hanno le spine…

Ovviamente sarebbe stupido dimenticarsi dei difetti. Le realtà che vi ho raccontato, a mio modo di vedere, sono tutte in un certo senso mancanti. DMAX Italia procede in parallelo al canale televisivo e non consente di intervenire nemmeno da lontano su quello che accade dentro la televisione; la social TV lavora come una sorta di realtà aumentata, permette di far coesistere diversi servizi che però tendono a influenzarsi in modo unidirezionale e non reciproco. U ZONE, invece, corre il rischio di ottenere l’effetto “aprite le gabbie, tanto qui si parla e si fa di tutto e ci mandano in TV” senza preoccuparsi di fare qualità e lavorare per obiettivi che vadano oltre lo share. Delle quattro realtà presentate, la Social Enterprise TV è quella che fa lo sbaglio più perdonabile, in questo tentativo si concentrano le soluzioni agli errori delle altre tre realtà ma si perde inevitabilmente in visibilità. Sarebbe bello che a ogni persona nel mondo interessassero le politiche sociali delle organizzazioni. Purtroppo però non è così e solo in pochi interessati e curiosi raggiungono questo canale, che invece potrebbe dare molto a più persone.

Quali opportunità da queste convivenze per le organizzazioni e le imprese sociali?

Eccoci a parlare di cosa c’entrano queste tecnologie con le imprese sociali e come possono influenzare il loro modo di lavorare e pensare alla loro rappresentazione. Un matrimonio ben studiato tra internet e la televisione potrebbe essere interessante per le organizzazioni sociali: se aveste a disposizione uno spazio quotidiano/settimanale/mensile in televisione, nel quale parlare dei vostri progetti e presentare il vostro modo di operare nel sociale probabilmente sareste contenti. Dopo poco tempo forse vi rendereste conto che è molto impegnativo tenere alti la qualità e l’interesse. E allora, se per riempire questo spazio non faceste altro che sfruttare tutto quello che di buono passa sotto i vostri click, sotto i polpastrelli dei vostri touch screen e che non ha sufficiente forza per “farsi pubblicare altrove”? Raggiungereste il grande obiettivo di dare voce alle cose in cui credete e chissà che qualche ascoltatore non resti illuminato e si dia da fare a sua volta in un impresa sociale…

Qualcosa si sta muovendo, molti ne parlano e qualcuno ha anche provato a fare un resoconto di quello che accade qui da noi.

Twitter, ancora mi sfugge. Ma… /2

Come dicevo nella prima parte del post, Twitter si può usare in molti modi per questo – dopo avere raccontato quattro microstorie  che mi avevano indotto a ragionare sugli usi di Twitter – mi ero impegnato a confezionare qualche considerazione per non farmi sfuggire abbozzi di apprendimenti (alla buona, senza pretese eccessive).
Ecco dunque la seconda parte del post.
Rimane sullo sfondo la domanda: «In quali modi Twitter può essere utile alle imprese e agli operatori sociali, come possono profittevolmente utilizzarlo?».
So che questo secondo contributo non offre risposte definitive. Mi rappresento le considerazioni che ho imbastito come un modo per mettere in circolo un punto di vista e sollecitarne altri. Mi immagino che ci siano altre storie da raccontare, ragionamenti da condividere, competenze da sviluppare, e – chissà – spero che alla fine ci si trovi tra le mani ipotesi per rispondere alla domanda che imprenditori e operatori sociali si fanno: «Ci buttiamo o lasciamo perdere?».
[Be’, a dire il vero, uno spunto ce lo ha fornito il post di Nicola Locatelli sull’utilità di Twitter in sala operatoria].

2. Microapprendimenti incompiuti (hesitant on-going learnings)

Dopo l’esperienza (Pane, Web e Salame 3) in cui mi sono trovato a usare (o a vedere usare) Twitter mi sono detto: «In pratica, se voglio provare a rilanciare o a dialogare, cosa è meglio cercare di fare?». Di seguito gli appunti ho preso.

Twitter: cinque cose che cercherò di tenere a mente

Ripensando al convegno Pane, Web e Salame 3 e al tentativo di sperimentare Twitter come strumento per interagire e commentare, contestualmente allo svolgersi del convegno, mi sono appuntato quello che ho avuto l’impressione non funzionasse per provare a rigirarlo in indicazioni che mi possano essere per il prossimo evento. [Ci vediamo a Riva del Garda per il X Workshop sull’impresa sociale? Appuntamento per il 13 e 14 settembre 2012, noi ci saremo e vi aspettiamo;-]

  1. Twittare è come pubblicare brevissimi(ssimissimi) post su un tema. Si parla infatti di microblogging: i caratteri a disposizione sono 140. Allora mi conviene considerare che il senso del messaggio dovrebbe essere autoesplicativo (se pure si inserisce in una catena di tweet).
  2. La prossima volta identifico subito l’hashtag dell’evento (nello specifico era #pwes3) e lo inserisco nei tweet. In questo modo mi immetto nel flusso della conversazione e chi partecipa all’evento può seguire i miei interventi.
  3. Di sicuro molte delle persone che seguono i miei tweet non saranno al convegno. Mi conviene di tanto in tanto ricordare dove sono e cosa sto facendo. In questo modo mi mantengo collocato nella situazione, dichiaro dove sono, cosa sto facendo.
  4. Non devo presumere di avere i contatti giusti. Quando mi sono messo a twittare, a Pane, Web e Salame 3, la prima cosa che ho notato che avevo così pochi contatti in sala, che ero fuori dalla conversazione: non riuscivo a seguire gli altri, e nessuno mi considerava. Allora, come una furia mi sono messo a seguire chi conoscevo e a cercare di agganciare altre persone seguite… ma non è facile allargare il giro. La prossima volta mi muovo in anticipo, se vedo persone intorno a me che smanettano su qualche strumento, posso cercare di aprire contatti a partire da uno scambio di parole. In fondo non l’ha detto nessuno che la tecnologia digitale deve inibire le relazioni vis-a-vis.
  5. La scrittura per mezzo di tweet è decisamente frammentata. Se voglio costruire una qualche narrazione, micropost dopo micropost, devo riuscire a tenere il filo. Se cerco il dialogo, la sintesi apodittica può non bastare. Quello che ho notato nel convegno a cui accennavo era che mi capitava di fare due cose: restituire una sorta di appunti di quello che più mi colpiva, e al tempo stesso provare a ragionare su quello che veniva detto o che altri sottolineavano, rilanciavano o commentavano. Un po’ come se con il mio vicino/a, mentre prendo appunti commento al volo quello che il relatore/trice va dicendo. Due attività che si influenzano: i miei appunti mi inducono a riflettere, le considerazioni di quelli con cui scambio opinioni mi spingono ad una certa attenzione selettiva…

Dai miei cinque warnings capisco (come del resto lo state capendo anche voi) che non sono abbastanza esperto. Ci devo lavorare. Sono troppo naif e newcomer. Quindi ogni suggerimento aiuta, anche se fin qui ragiono sull’uso di Twitter nell’ambito di un evento pubblico.
Ogni suggerimento sull’utilità di Twitter in generale e nei più diversi frangenti aiuta.
Infatti molte persone si chiedono a cosa può servire e perché mai ci si deve iscrivere: «Non è che è tutta una perdita di tempo?».

Da solo contro 140

C’è invece una cosa che mi dà gusto. Il limite. Sì, proprio così (e non lo avrei mai immaginato) mi fa impazzire il limite di 140 caratteri (tutto compreso, i punti, le virgole, gli spazi…). Con Twitter non si può andare oltre. Quando scrivo un tweet tengo d’occhio il contatore in basso a destra. Man mano che procedo veloce, consumo caratteri. E di solito finisco in negativo (il contatore cambia colore, da blu si fa rosso e il meno davanti mi segnala di quanto sto sforando). A quel punto devo tornare indietro e rileggere quello che ho scritto.
Tutto è molto veloce, troppo veloce.
E finisco sempre per scrivere testi (un po’) troppo lunghi e devo proprio tornare indietro.

  • Rileggo: cosa posso tagliare? Ecco la prima domanda. Poi però tagliare non produce sempre soluzioni efficaci.
  • Allora torno di nuovo indietro (l’occhio naturalmente è sempre sul contatore), recupero caratteri, ne faccio una piccola scorta. Rileggo il pensiero. Non gira, non è efficace.
  • Via gli avverbi e via gli aggettivi. Lavoro di sostantivi e di verbi. E adesso avanzo un pugno di caratteri (sono in attivo, cosa me ne faccio?).
  • Ho 140 caratteri e li voglio usare tutti. Non posso andare oltre (ecco il limite), non voglio sprecarne neppure uno (ecco la sfida).
  • Il problema si pone quando il pensiero funziona, il periodo è efficace, ho incorporato nel pensiero termini preceduti dall’hastag, eppure… eppure avanzo un carattere. Uno. Uno!
  • No, rileggo ancora, voglio usare fino in fondo le risorse. Se ce la faccio, bene. Se non ce faccio (le cose urgono, non posso perderci troppo tempo) allora sento un leggere disappunto.
  • E allora, dai, riprova ancora, cerca una nuova soluzione, il tuo tweet dovrà farsi leggere, fra tanti, conquistare l’attenzione, suscitare almeno un po’ di voglia.
  • E se ci riesco a usare tutti e i 140 caratteri allora sono felice e mi sento appagato [ossessivo? parsimonioso? esigente? giocoso?]

Se ci penso la scrittura è un po’ così, conviene darsi un limite. Non sembra ma aiuta. Ad esempio, adesso qualcuno penserà, ma allora perché non ti sei fermato qui? Semplice mi sono dato la regola di scrivere post di 1000 parole e ci sto provando…

3. Mi riprendo… (…back again)

Nel primo post ho provato a raccontare quattro esperienze recenti. In questo, ricollegandomi alle esperienze ho provato a dire come cercherò di non scrivere tweet e come il processo scrittorio (il writing) sia particolare, almeno per me. In tutto questo – nelle esperienze di apprendimento che sembrano mutare e nella particolare attenzione scrittoria richiesta – ci vedo qualcosa di utile per le organizzazioni sociali…
Ricordo che lo scorso anno (nel 2011, a Riva del Garda, in occasione del IX Workshop sull’impresa sociale, un presidente di una cooperativa sociale aveva raccontato di una consultazione a mezzo Twetter. Credo avessero provato a ragionare di innovazione, sollecitando contributi e idee, tendo come prezioso limite per promuovere partecipazione efficace, il vincolo dei 140 caratteri. Troppo poco penserete. Eh, già… a cosa può servire Twitter allora? Meglio lasciar perdere? Meglio Facebook? O Linkedin? O meglio nulla?
Gli strumenti, le tecnologie stanno lì, pensate a partire da ipotesi d’uso, evolventi sulla base di molteplici (e inattese) interazioni. E noi stiamo qui. C’è qualcuno che ha un’idea, un’esperienza da condividere, uno spunto così che non si decida per partito preso?

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